Decisione
lampo: referendum ammissibile ROMA. Sono bastate ventiquattr'ore alla Corte Costituzionale per dire sì. E per far sussultare i palazzi della politica. Previsioni rispettate nella sostanza, non nei tempi: la decisione era attesa tra qualche giorno. Invece la tesi del relatore Riccardo Chieppa - e le argomentazioni degli avvocati referendari Beniamino Caravita, Giovanni Motzo, Paolo Barile e Federico Sorrentino - hanno convinto rapidamente i giudici costituzionali: il referendum che modifica il criterio di ripartizione del 25 per cento dei seggi alla Camera, ed elimina l'elemento proporzionale dal sistema elettorale italiano, è ammissibile. Se vincerà il sì, alle prossime elezioni non ci sarà più la doppia scheda, ma solo quella per il maggioritario: i 155 seggi non saranno più assegnati ai componenti delle liste proporzionali compilate dai partiti, ma ai "migliori perdenti", cioè ai candidati battuti all'uninominale che hanno avuto il quoziente più alto. Naturalmente il Parlamento potrà ancora modificare la legge elettorale, ma - sempre in caso di vittoria del sì - non potrà violare il principio fondamentale del referendum: il sistema passerebbe dal maggioritario corretto al maggioritario puro. La parola agli elettori. Oscar Luigi Scalfaro deciderà quando consultarli: la data sarà compresa tra il 18 aprile e il 13 giugno. Molto prima, tra una decina di giorni, conosceremo le motivazioni del sì della Corte. L'annuncio, arrivato ieri sera alle 20, ha messo sottosopra la politica italiana. "E ora puntiamo al 90 per cento", hanno esultato nella sede del Comitato referendario. "Ora nulla è come mezz'ora fa", chiosa il referendario Willer Bordon, e non è enfatico. Brindando con il coordinatore del comitato Maurizio Chiocchetti e i collaboratori, Mario Segni riceve le telefonate di congratulazione di Romano Prodi, Gianfranco Fini, Walter Veltroni, Antonio Di Pietro: "C'è la speranza che il referendum possa farci uscire dal caos", commenta Segni. Poi i felici, gli scontenti e coloro che fanno buon viso a cattivo gioco si esprimono. La sentenza della Corte "rafforza il maggioritario e il bipolarismo", spiega il segretario Ds Walter Veltroni. "In ogni caso - aggiunge - noi non rinunceremo a sostenere nel prossimo dibattito politico l'ipotesi del doppio turno di collegio, alla francese". Per Silvio Berlusconi il sì della Consulta "è un ulteriore stimolo al Parlamento affinché assuma finalmente la responsabilità di una nuova legge elettorale che rafforzi il bipolarismo, garantisca stabilità ai governi, impedisca i brogli elettorali e il tradimento del voto degli elettori". "Credo che questo referendum goda di un fortissimo favore popolare", è la reazione di Romano Prodi. Soddisfatto anche il leader Ccd Pierferdinando Casini. E Francesco Cossiga commenta: "La Consulta ha preso una decisione coraggiosa". Si delinea subito anche il fronte del no. Ribadiscono la loro ostilità i Verdi ("è un referendum sbagliato che non otterrà ciò che dichiara di voler perseguire", sostiene Luigi Manconi) e i Comunisti italiani ("Penso ancora sia inammissibile", spiega Cossutta). La Lega annuncia la creazione di comitati per il no; sulla stessa linea il leader dei Socialisti democratici italiani Enrico Boselli. "Non mi strappo i capelli - commenta il segretario dei popolari Franco Marini, mentre i giovani del suo partito annunciano l'apertura di una casella di posta elettronica su Internet per raccogliere appelli antireferendari -. In questi giorni ci sono state molto oggettive pressioni sulla Corte; non da noi, però. Affronteremo il voto a viso aperto, cercando di far capire ai cittadini perché siamo contrari" alla scomparsa del proporzionale. "In ogni caso", precisa Marini, la legge elettorale che uscirà dalle urne, se il quesito referendario sarà approvato, "sarebbe contraddittoria e pericolosa, e lascerebbe il Paese in braghe di tela". Ma Bordon, vicino a Di Pietro, gli replica indirettamente: "Le leggi elettorali si fanno prima, ora si devono ascoltare gli elettori... dopo la legge si può sempre fare, ma solo ''sotto dettatura'' del popolo. Qualsiasi pasticcio sarebbe inaccettabile". Da Palazzo Chigi arriva una nota asciutta: "Il governo rispetta la decisione presa dalla Consulta sul quesito referendario". E Pannella: "E' andata come avevo previsto. Ora abroghiamo la Corte Costituzionale". |
"E ora
tocca al presidenzialismo" ROMA PROFESSOR Segni, quando ha saputo
del "sì" della Corte? Se l'aspettava? Felicemente sorpreso? Marco Pannella propone:
adesso abroghiamo la Corte Costituzionale... A proposito di
pressioni, ora ce lo può dire liberamente: Scalfaro ne
ha fatte, oppure no? Qualcuno dirà ora che
le vere pressioni politiche sulla Corte le avete
esercitate voi referendari... A chi appartiene questo
referendum: a Segni, a Prodi, a Di Pietro? Il fronte del
"sì", sulla carta, è vastissimo. Vi sentite
già vincitori? Quali insidie vede,
Professore? Per iniziativa di
Rifondazione comunista e Lega stanno già nascendo i
comitati del "no"... Adesso che cosa cambia,
sulla scena della politica? Il ministro per le
Riforme istituzionali, Giuliano Amato, ha già in
cantiere una proposta di riforma elettorale che potrebbe
rendere inutile il referendum. Quindi, prima il
referendum e poi - semmai - la legge di riforma. E'
così? Ma se il Parlamento
volesse cambiare la legge, lei non potrebbe certo
impedirlo... Le riforme della
Costituzione trarranno dal referendum nuovo impulso? Per puntare al
presidenzialismo? Andrete fino in fondo? Chi esce sconfitto
dalla decisione della Corte? |