La Stampa

Martedì, 19 gennaio 1999


Consulta riunita per decidere sui referendum
Crescono le quotazioni del sì
Ottimisti gli avvocati del comitato Segni-Di Pietro:
"Ma la camera di consiglio è una brutta bestia..."
di Aldo Cazzullo

A I giudici costituzionali abbiamo detto che i precedenti sono chiari - sorride uscendo dalla Consulta Beniamino Caravita, uno dei tre avvocati che hanno sostenuto la causa del comitato Segni-Di Pietro di fronte alla Corte -. Quando il referendum abroga parte di una legge, ma quel che ne resta può essere applicato automaticamente, anche senza interventi del Parlamento, allora la Costituzione non è violata. E' accaduto per il quesito sulla preferenza unica e per quello sul maggioritario. Accade oggi per il quesito sulla quota proporzionale". Due ore prima Enzo Bianco, presidente dell'associazione dei Comuni italiani, usava quasi le stesse espressioni: "Se la Corte sarà fedele alla sua stessa giurisprudenza, come hanno sottolineato in questi giorni anche gli ex presidenti, non potrà che dichiarare ammissibile il referendum".

Dalla Camera, dal Senato, da Palazzo Chigi, per tutta la giornata la politica italiana ha rivolto gli occhi al Palazzo della Consulta, dove i quindici giudici costituzionali hanno cominciato alle 17 l'esame del referendum. Nulla è trapelato dalla camera di consiglio, eppure l'ottimismo degli avvocati e dei leader referendari pare confermare le indiscrezioni che circolano in serata: la maggioranza dei giudici (in particolare i "togati", quelli designati dalle magistrature) si starebbe orientando verso il sì.

Gli avvocati hanno richiamato l'attenzione dei giudici su alcuni punti, tentando di superare gli ultimi ostacoli. "Abbiamo sottolineato - spiega Caravita - che il dubbio espresso nei giorni scorsi dall'ex presidente della Consulta Ettore Gallo non ha più ragion d'essere. La norma che prevede l'alternanza uomo-donna nelle liste elettorali è già stata dichiarata incostituzionale dalla Corte, e con un'ordinanza del 14 gennaio l'Ufficio centrale per i referendum ha modificato il testo del quesito, cancellando il periodo in questione". Né si può pensare, hanno sostenuto gli avvocati in camera di consiglio, che in caso di vittoria del sì alcune regioni siano più rappresentate in Parlamento delle altre: "La quota proporzionale - dice Caravita - sarà ripartita tra i migliori secondi non su basi nazionali, ma circoscrizionali". I rappresentanti del comitato hanno insistito in particolare su un terzo punto: la "normativa di risulta", cioè la legge elettorale modificata da un'eventuale vittoria dei sì, è "autoapplicativa": funziona anche senza l'intervento delle Camere. Era la caratteristica che mancava al referendum del '97 per l'abolizione della quota proporzionale, mentre la Consulta la riconobbe in quelli per la preferenza unica e per il maggioritario: "I precedenti - conclude Caravita - sono dalla nostra parte. Come potrebbe la Corte smentire se stessa? Anche se la camera di consiglio è una brutta bestia, dove la discussione spesso si fa accanita".

"Certo, pure i giudici costituzionali possono cambiare idea", è l'approccio cauto di un altro dei tre avvocati intervenuti ieri alla Consulta, Giovanni Motzo, già ministro per le Riforme istituzionali nel governo Dini. "Ma siamo convinti che le uscite pesanti, le polemiche di cattivo gusto di questi giorni non abbiano lasciato traccia - spiega il suo collega Federico Sorrentino -. La Corte darà un giudizio tecnico-giuridico, non politico".

"Nessuna pressione" è anche la linea di Palazzo Chigi. Ieri mattina Massimo D'Alema si è limitato a ironizzare sui "partiti che appoggiano un referendum antipartitocratico: ci dev'essere qualcosa che non funziona". Ma poi ha ribadito: "Non ho auspici da formulare sul verdetto. Il governo rispetta l'autonomia della Corte costituzionale". E in effetti l'avvocatura dello Stato ha rinunciato a costituirsi di fronte alla Consulta. "Ma non credo che il referendum risolva il problema delle riforme", ha concluso D'Alema. Una constatazione che i referendari condividono. Il sindaco di Roma Francesco Rutelli, intervenuto al fianco di Bianco al convegno sulle riforme organizzato da Centocittà e Italia dei Valori, vede nel voto sulla quota proporzionale il primo tassello per la nuova legge elettorale e un sistema maggioritario compiuto. E l'avvocato Caravita entra nei particolari: "La normativa di risulta, quel che resterebbe della legge elettorale dopo il referendum, è nella disponibilità del legislatore. Nulla, cioè, impedisce al Parlamento di individuare nuovi criteri per attribuire i 155 seggi non assegnati con il maggioritario. Purché ovviamente sia rispettato il principio ispiratore del referendum, ostile al voto di lista e alla ripartizione proporzionale". Ora la parola spetta alla Corte. Che ha tempo per decidere fino al 10 febbraio, ma potrebbe esprimersi prima del previsto: forse già dopodomani, prima di redigere la motivazione, potrebbe annunciare il verdetto.


Una sigaretta per pensare
La prassi lo vieta, ma molti giudici fumano
di Aldo Cazzullo

ROMA. L'ultimo ad arrivare è il vicepresidente, Giuliano Vassalli, seduto davanti, a fianco dell'autista. L'usciere, ormai nel panico - "è il primo giorno che mi lasciano da solo di guardia, proprio oggi dovevo cominciare" - sta per bloccare anche lui. Via libera. Si può cominciare. Nella grande sala con camino al secondo piano manca solo Paolo Barile, il costituzionalista, uno dei quattro avvocati difensori del referendum. Non verrà, fanno sapere i colleghi, l'ex ministro Giovanni Motzo, Beniamino Caravita e Federico Sorrentino, che subito tranquillizzano i giudici costituzionali: "Sappiamo che avete già visto la memoria difensiva, è inutile darne lettura. Saremo brevi". I rappresentanti del comitato dei referendari si limitano ad attrarre l'attezione della Corte su alcuni punti. Tre quarti d'ora sono sufficienti. I giudici non hanno domande. I legali lasciano l'aula, attraversano il cortile barocco del Palazzo della Consulta, dribblano il cronista Rai che va domandando ai passanti "scusi lei è uno degli avvocati?" e guadagnano la piazza del Quirinale seguiti dai portaborse.

Sono le 18 quando Renato Granata, presidente della Corte, chiude le porte e apre la Camera di Consiglio. La parola va al relatore, Riccardo Chieppa, per mezz'ora. Poi si apre la discussione: non in ordine di anzianità anagrafica, come è stato scritto in questi giorni, bensì di anzianità di ruolo. E' toccato quindi ad Annibale Marini, eletto 18 mesi fa dal Parlamento (su indicazione del Polo), esprimere per primo il suo parere; poi la parola è andata all'unica donna ad aver mai vestito il "robone senese", Fernanda Contri (ma la toga con cappuccio e medaglione è riservata alle udienze pubbliche, in camera di consiglio si va in borghese). I decani, Vassalli e Granata, si sono espressi per ultimi, come prevede il regolamento, al fine di non influenzare con la loro autorevolezza il giudizio dei più giovani. In realtà attorno al tavolo a "U" della Corte si è giocata la consueta partita dell'intelligenza e del ragionamento; le sedute più delicate sollecitano da sempre una sorta di senso di competizione tra i giudici, che hanno chiesto agli assistenti un lavoro di preparazione - in gergo la "ricerca" - particolarmente approfondito, e hanno curato personalmente l'elaborazione dottrinaria da esporre di fronte al Presidente. Che a un tratto, a quanto pare, ha proposto una pausa per una sigaretta: la prassi vuole che al tavolo il tabacco sia bandito, ma Granata, accanito fumatore, è convinto che qualche boccata giovi alla riflessione (trovando l'assenso di altri fumatori come Gustavo Zagrebelsky, Valerio Onida e Carlo Mezzanotte, mentre Vassalli ha dovuto rinunciare agli amati sigari e si concede appena qualche sigaretta ogni tanto).

All'inizio della seduta "i giudici erano distesi, amichevoli, sorridenti", ha racconta ai giornalisti l'ex ministro Motzo. La tensione delle tre ore dev'essersi fatta sentire: all'uscita, alle 20 meno 10, più d'una delle auto blu aveva le tendine abbassate, a nascondere il volto del passeggero. Si ricomincia domattina, si finisce presto, forse già giovedì. Con ogni probabilità i voti saranno espressi oralmente: sarà il segretario, generalmente il giudice di nomina più recente, ad annotarli. Poi, "un minuto dopo", come spiega il decano dell'ufficio stampa della Consulta Mario Bimonte, la decisione verrà resa pubblica, per evitare indiscrezioni e fughe di notizie. E, se sarà seguita la tradizione, il foglio con le conclusioni dei singoli giudici (così come le schede per l'elezione del presidente) sarà bruciato, come in un conclave d'oltretevere.

 

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