La Stampa

Lunedì, 18 gennaio 1999


CORTE COSTITUZIONALE
IL FASCINO DISCRETO DEL ROBONE
Logiche misteriose, sottili alchimie: da più di 40 anni esercita un potere
opaco e inappellabile, al riparo dalle verifiche e dalle curiosità

di Filippo Ceccarelli

Sistemi elettorali, alleanze tra i partiti, equilibri di governo, poltrone presidenziali: sembra incredibile che l'intera vicenda politica italiana sia nelle mani di quindici signori che - nella società della comunicazione e nell'era della visibilità - quasi nessuno conosce.

Né loro, i giudici della Corte Costituzionale, mostrano alcun interesse ad attizzare la curiosità. Decideranno pure stavolta in assoluto segreto, mettendo nel conto un'abbondanza di critiche e di fotografie in robone senese cinquecentesco, il costume nero orlato d'oro. Magari qualche pallido magistrato dalle gote cadenti, o qualche anziano professore di diritto vagamente rassomigliante a un roditore, verranno anche ritratti attorno al tavolone ovale delle decisioni con la caratteristica berretta sul capo, come a dar corpo ai peggiori sospetti estetici. E tuttavia nessuna suggestione inquisitorial-spagnolesca, così come nessun ridicolo carnevale riuscirà a scalfire l'idea che quel palazzo a pochi metri dal Quirinale - il palazzo detto della Consulta - ospiti un potere opaco e inappellabile, al riparo dalle verifiche e dalle curiosità.

Un dominio sin dall'inizio sfuggente - "Che razza de dimanne oggi me fai? / Cosa vo di' Conzurta?…" fa chiedere Belli a un popolano incuriosito dal luogo - e ammantato di sacralità dottrinaria. Ieri i tribunali ecclesiatici, oggi quelli della democrazia. In ogni caso la sorte del referendum Segni-Di Pietro resterà impressa in una sentenza. Per una volta ancora la parola scritta e la scelta compiuta nel silenzio eserciteranno la loro superiorità sull'immagine e la trasparenza.

Sentenza dopo sentenza, lungo l'arco della sua ormai più che quarantennale esistenza, questa oligarchia tra le oligarchie ha contribuito a fare la storia di questo Paese. Dalla cancellazione dell'adulterio e del concubinato dal codice penale (sentenza accolta con l'invio di un anonimo mazzo di rose rosse all'allora presidente Sandulli) al rigetto della legge sull'articolo 513; dalla riaffermazione della libertà religiosa all'avallo di quella sfiducia individuale che servì a Dini (e a Scalfaro) per togliersi di mezzo Mancuso.

Storia di Palazzo, ai piani alti della Repubblica, ma anche storia di decisioni che attraversano la vita di tutti i cittadini. L'assetto televisivo italiano, per dire, è stato deciso dalla Consulta. Prima dichiarando illegittimo il monopolio della Rai e poi, nella seconda metà degli Anni Ottanta, mettendo bruscamente il governo in condizione di varare la legge Mammì.

In compenso non esiste una vera storia politica della Corte. E non solo perché questo suo indubbio ruolo è pregiudizialmente nascosto dietro lo schermo sacrale della dottrina; ma anche perché, dal punto di vista tecnico-esistenziale, "la Corte non lascia tracce del proprio lavoro - ha detto l'ex presidente Antonio Baldassarre - Non ci sono verbali delle sedute. Solo sentenze. Non si sa chi ha votato a favore o contro".

Le oligarchie, del resto, non si lasciano guardare dentro. La Corte si presenta compatta: indirizza, frena, forza, si autoinveste, viene in soccorso, supplisce, puntella. Ma sempre nella sua interezza, rivendicando l'autorità della Norma con una determinazione che impedisce ai singoli giudici di rivendicare le originarie appartenenze, o di riferire all'esterno le sottili alchimie che regolano le sentenze, o le misteriose logiche che governano le alternanze alla guida della Consulta.

Un fortissimo spirito di casta ha infatti sempre protetto l'istituzione da spifferi e maldicenze. Quelle pochissime filtrate oltre le mura del palazzo del Fuga - un riverito presidente scatenato a sinistra perché colto da passione senile per una contestatrice "cinese"; un giudice che secondo Andreotti diede via libera sul divorzio in quanto "sottoposto a ricatto"; un aspirante presidente che sconfitto denunciò "pranzi, cene e intrallazzi" - ecco, questo genere di storie non ha mai avuto effetto nella vicenda della Consulta, più che altrove ridotte al rango di pettegolezzi.

Quando la Corte nacque, con un certo ritardo, nel 1956, su impulso di Gronchi (eletto fuori degli schemi centristi) e contro il desiderio di don Sturzo e Togliatti, Curzio Malaparte scrisse: "C'è da augurarsi che non funzioni, né in bene né in male. In tal caso l'avvenire della Corte sarebbe sicuro: poiché in Italia hanno un'avvenire soltanto quegli istituti che non servono a nulla". In realtà, la Corte si cercò un avvenire trovandosi esattamente una funzione.

Un ruolo che all'inizio, anche a costo di insospettire i moderati, fu quella di smattellare le incrostazioni legislative del regime fascista. Solo in un secondo tempo, fra gli Anni Sessanta e Settanta, estese la sua attenzione ai diritti sindacali proclamando la legittimità dello sciopero politico e nei servizi essenziali. Decisioni che sul piano politico senz'altro rafforzarono il sindacato. Ma al tempo stesso la Corte ebbe l'accortezza di restare fermamente conservatrice in materia di proprietà (patti agrari, legge Bucalossi), a tutela dei grandi interessi organizzati, specie immobiliari.

Era un modo per rimanere il più possibile al di sopra della mischia partitica, via via anche affinando l'arte sublime del colpo al cerchio e alla botte: vedi la sentenza Lockheed con cui il socialdemocratico Tanassi, guarda caso rappresentante di un partito minore, fu individuato come l'unico colpevole certo di un affare miliardario che una qualche malintenzionata compartecipazione dc lasciava pur immaginare.

E tuttavia, anche senza andare troppo per il sottile alla ricerca di un'ipotetica linea politica dei giudici della Consulta, si può forse ricostruirla, questa discreta influenza sulla vita pubblica, sulla base di criteri più semplici. Come ogni organizzazione di natura elitaria che si voglia far rispettare, la Corte detesta quelli che ritiene degli intrusi e le persone che a suo giudizio si agitano troppo.

Alla prima categoria apparteneva senz'altro Craxi (cui forse non a caso rifilò quel referendum sulla scala mobile che per il governo sembrava perso in partenza). Craxi, c'è da dire, ricambiò ampiamente l'ostilità proponendo in pratica, con l'opportuna collaborazione di Amato, di commissariare la Corte. Anche Berlusconi è ritenuto un estraneo. Quando si trovava a Palazzo Chigi, la Corte emise una sentenza con cui concedeva l'integrazione al minimo di tutte le pensioni aprendo una voragine di oltre 20 mila miliardi nei conti del governo.

Tra gli "agitati", probabilmente, c'è Mariotto Segni. E Cossiga, con il quale al tempo delle picconate e delle spinte presidenzialistiche l'allora presidente della Corte Ettore Gallo ebbe uno scontro furibondo.

Ma soprattutto c'è Marco Pannella, con i suoi referendum a raffica. La Corte cominciò a falcidiarli nel 1978, quando in contemporanea con il terrorismo l'ondata referendaria poteva davvero far saltare il sistema. "Certamente i giudici della Consulta - scrive Anna Chimenti nella sua Storia dei Referendum - si rendevano conto che per difendere il sistema parlamentare da un'irruzione imprevista di democrazia diretta finivano con il puntellare anche i partiti. Ma tra i due mali scelsero quello che a loro giudizio appariva il minore". La scelta gli valse comunque il soprannome, ancora oggi abbastanza giustificato, di "Corte Beretta".

In seguito Pannella andò anche oltre, negli improperi, arrivando a definire la Consulta come "grande cupola della mafiosità partitocratica" e organizzando sit-in e perfino un'irruzione nonviolenta nell'Hotel Hassler dove i giudici si erano riuniti a convivio. Ma oggi il leader radicale è fuori della partita. Al suo posto, semmai, c'è Di Pietro: ecco, con gli occhi della Corte, lui può essere un intruso, e al tempo stesso, uno che si agita troppo.

 

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