Il leader radicale è in
vacanza-convalescenza:
«La Corte? Decide secondo gli affaracci suoi»
«Il
referendum lo inventai io»
Pannella:
questi non ci credono davvero
di Filippo Ceccarelli
E nonostante
tutto sembra incredibile un referendum senza Marco
Pannella.
Mentre la Corte sta per decidere, il leader radicale se
ne sta in un posto caldo e lontano. "Dormo - taglia
corto al telefono - e sto al sole". Un po' di
convalescenza e molta vacanza, dopo più di vent'anni:
"L'ultima l'avevo fatta nel '75 o nel '76, non
ricordo". Riposo volontario, comunque, dato che
"la vacanza di questa estate, certo, era
obbligata". Scherza, adesso, ma allora stava per
rimetterci la pelle. Dagli affari politici, da questo
referendum che per la prima volta non lo vede
protagonista, seguita ad essere inseguito, pure
all'estero. "M'informo tramite i compagni, il
partito, il fax e Agorà". Quest'ultima fornisce
anche i servizi Internet, di cui Pannella si avvale,
"anche se non so usarla. Ecco - aggiunge - in Italia
l'ho inventata io, ma non so come funziona". Però
non ha alcuna nostalgia della vita pubblica.
Prima di ripartire ha confidato a Gaetano Quagliariello,
che l'intervistava per Ideazione : "Se
tornassi solo per ragioni di mestiere, di abitudini, di
riflessi condizionati, a che cosa e a chi servirebbe mai
un Pannella di tal fatta?". Ma intanto vale la pena
di fare qualche domanda sul referendum e sui nuovi
referendari all'uomo che i referendum ha introdotto in
Italia.
Andrà a votare?
"Sì, per il solo motivo che quel referendum l'ho
presentato io, mica loro. E l'ho fatto un anno prima, sia
pure come subordinata all'interno di un pacchetto di
altri referendum, diciamo principali, che poi la Corte si
è mangiati, confermando la sua funzione di ente contro i
diritti costituzionali dei cittadini".
Può spiegare meglio?
"Guardi, il testo del quesito è di quei due ragazzi
(Emilio Colombo e Marco Nardinocchi, ndr ) che per
mesi e mesi, nell'ambito della Lista Pannella, hanno
insistito perché fosse inserito nel pacchetto. Cosa che
feci, appunto".
Ma con qualche riserva.
"No, il punto vero è che io non credo che questa
Corte abbia un'etica né un'economia
giuridico-costituzionale. Vota in base agli affaracci
suoi, che in genere sono ignobilmente politici".
Per cui, a suo
giudizio, anche stavolta difficilmente...
"Bah. Intanto è sufficiente leggere l'articolo
della Costituzione sui referendum per capire che al
diritto costituzionale la Corte ha via via sostituito
l'incertezza assoluta del diritto e il proprio arbitrio.
Lo capisce qualsiasi studente di giurisprudenza. Quando,
sull'onda del divorzio, proponemmo di fare un referendum
sul concordato e sui codici, scattò il golpe".
E perché, secondo lei?
"Perché quel referendum avrebbe significato la
rivoluzione. Allora la Corte s'inventò il ''principio
della ragionevolezza'', dicendo in sostanza che era una
follia, i codici non si potevano abolire. Ma non eravamo
mica pazzi: con i codici sarebbe caduta tutta la
tradizione politica fascista, comunista e clericale. Poi,
sempre da parte della Consulta, venne fuori che le leggi
non si possono abolire: e quindi addio referendum
abrogativo - che invece era intuizione fantastica dei
padri costituenti".
In che senso
"fantastica"?
"Ma nel senso di profetica, nel senso che i
cittadini, oltre a eleggere i loro rappresentanti
politici, avevano anche la possibilità di cancellare le
leggi che gli piacevano. E via questo tipo di referendum
abrogativo".
E il divorzio?
"Eh, appunto. Le ricordo che allora consentirono
alla Chiesa, non a noi, di tenere il referendum. Dio,
certo, tra parentesi, fa impazzire chi vuole perdere. Ma
dopo hanno cominciato a negare il referendum abrogativo.
Dopo si sono inventati la storia dell'omogeneità del
questito. In Italia, capirai, dove ci sono leggi-omnibus
in cui schiaffano di tutto".
E allora?
"Beh, allora la questione, in pratica, è che gli
unici referendum consentiti, quello manipolativo che ci
hanno imposto, o quello di stimolo al Parlamento, ecco,
in realtà questi altri tipi di referendum sono un'arma
in più in mano alla maggioranza e al regime
plebiscitario che controlla i media".
Ed ecco il referendum
di oggi, che Pannella voterà con così poco entusiasmo.
"Come il male minore, e senza fiducia nel seguito,
perché è un referendum degradato, dimezzato,
sicuramente manipolativo e di stimolo".
Ma Segni lo sa?
"Se n'è reso conto benissimo. Il ''mattarello'' è
la conseguenza del suo dissenso da noi che subito
dicemmo: bene, il referendum è operativo... E invece
siccome già allora il signorino voleva il doppio turno,
a quel punto imposero il ''mattarello''. Bene, oggi
intendono il referendum come uno stimolo. Tant'è che
hanno chiesto firme sia per il referendum che per la
proposta di legge da presentare in Parlamento".
E quindi?
"Beh, questo per me vuol dire essere
anti-referendari. Noi abbiamo raccolto e depositato
trenta milioni di firme e loro due-tre. Eppure li hanno
subito designati referendari, con l'aria di fargli un
complimento. I referendari! I nuovi referendari! E via
dicendo. Sono stati silenziosi, per non dire conniventi,
quando la Consulta funzionava da plotone di esecuzione
dei nostri referendum. Ogni tanto si svegliavano..."
Del Di Pietro
referendario che ne pensa?
"Non ho capito quanto si sia chiarito le idee sul
piano dottrinario. Per il resto, si muove. Un po' come
Berlusconi: doveva dire cose più chiare, più
comprensibili. Invece si è messo a fare il doppio turno,
il triplo turno, l'ulivo, il mezzo ulivo, i sindaci,
Prodi, l'accidente..."
Che impressione le ha
fatto la riunione con Segni, Di Pietro, Fini, Veltroni
insieme?
"Ricordo che quando si chiuse la campagna elettorale
per il divorzio, nel 1974, sul palco di piazza del Popolo
c'erano i comunisti, i cattolici di sinistra, c'era
Malagodi e Ugo La Malfa. Insomma, tutti quelli che erano
stati contro la nostra iniziativa e il nostro modo di
portarla avanti. E lo stesso in tv: c'erano tutti, meno
noi. E' una bella abitudine, la loro".
|