Occhetto ormai
sicuro del sì. Segni: è inattaccabile ROMA. Le voci di bocciatura non fanno più paura. Almeno non tanta da lasciar trasparire qualche espressione di allarme. I leader referendari, tutti tranne Di Pietro rimasto nella sua Curno, si ritrovano alla Camera con una dose di ottimismo che lascia spazio alle battute: "E' meglio che vai a sinistra tu, non ci siamo ancora scambiati i posti...", dice Antonio Martino ad Achille Occhetto seduto alla destra di Segni. "Più fanno obiezioni al nostro referendum e più scopriamo i suoi pregi", sorride Claudio Petruccioli. "La nostra iniziativa ha un solo limite: non serve a far guarire i calli", aggiunge un Occhetto sempre più allegro. Poi, tornato serio, l'ex leader del pds aggiunge la frase che riassume lo stato d'animo di tutti: "Noi siamo in una botte di ferro...". Alla presentazione della memoria difensiva che il Comitato referendario presenterà lunedì prossimo alla Consulta, l'ottimismo si spreca. Tanto da costringere Mario Segni a bloccare sul nascere ogni possibile dietrologia: "Non ho canali segreti con la Corte - spiega -. Non ci sono indiscrezioni privilegiate: la mia fiducia nasce dalla forza inattaccabile del quesito". Qualche ora più tardi, alla presentazione del volume "Verso il bipolarismo in Italia", curato dal professor Pierluigi Mantini, si sprecheranno pure gli inviti a Berlusconi, chiamato a battere un colpo dall'interno dei suo stesso schieramento: "Mi appello al leader del Polo della Libertà perché faccia sentire la sua scelta positiva - dirà Alfonso Urso, il portavoce di An -. Il referendum è una scelta politica che può cambiare le sorti del Paese: anche l'elezione del Capo dello Stato avverrà sull'onda della decisione referendaria..". Franco Frattini, subito dopo, esprimerà "l'auspicio e la convinzione che la stragrande maggioranza dei colleghi e dei responsabili di Forza Italia aderisca all'iniziativa". Compreso Berlusconi? "Mi auguro che sia convinto della funzione quantomeno strumentale del referendum, unica via per le riforme". Nei due appuntamenti romani, Di Pietro è sostituito da Elio Veltri, l'ex portavoce che dal leader di Italia dei Valori ha ereditato il linguaggio diretto, fatto di schemi e di esempi: "I tecnici mi assicurano che con una quota di proporzionale superiore al dieci per cento, nessuno può vincere le elezioni con la certezza di governare". E poi via, a sparare bordate sui ribaltoni e sul finanziamento ai partiti. Persino Augusto Barbera, il professore diessino, ruba uno degli intercalari più cari a Di Pietro: "Piaccia o non piaccia - attacca Barbera - esiste una giurisprudenza consolidata sull'ammissibilità dei referendum elettorali: sono possibili soltanto se il sistema che ne esce rimane comunque funzionante. Nel nostro caso, non ci sono problemi...". Per dire "no", sostengono i referendari, la Corte dovrebbe sconfessare se stessa. La "memoria" è ricca di riferimenti: nel '91 i giudici avevano respinto le richieste dell'avvocatura dello Stato, che miravano ad aggiungere le leggi elettorali all'elenco delle norme che non possono essere sottoposte a referendum. Nell'87 avevano indicato nell'"omogeneità", nella "matrice unitaria" e nella "chiarezza" le condizioni perché un quesito potesse passare l'esame. Tutte condizioni, sostiene il testo redatto dai costituzionalisti Paolo Barile, Federico Sorrentino, Giovanni Motzo e Beniamino Caravita, cui questo referendum risponde fino in fondo. "E a chi definisce ''strambo'' o ''bizzarro'' il sistema di recuperare i migliori esclusi del voto maggioritario - aggiunge Barbera - basterà ricordare che quello stesso sistema, sia pure in un contesto e con un significato diversi, è stato ripreso dalla riforma proposta del ministro Amato. Una proposta sulla quale noi avremmo molto da dire...". "Fuori luogo" anche le perplessità sulle possibili conseguenze politiche del referendum: "La Corte non deve ocuparsi di questo", frena Segni. Ma Calderisi e Petruccioli vanno oltre: "Chi ci accusa di voler far nascere un sistema che, recuperando i perdenti, rischierebbe di non dare la maggioranza ai vincitori - dice il radicale di Forza Italia - è proprio chi ha inventato il Mattarellum: un sistema che, grazie allo scorporo, ha davvero questo limite. E' un'accusa senza senso, un'eventualità matematicamente impossibile". E Petruccioli continua: "Per eliminare ogni rischio, anche quelli che non esistono, basterebbe un sistema interamente maggioritario. Il referendum non lo può fare, ma il Parlamento sì. Noi, quando sarà il momento, saremo in prima fila". |
Così la legge dopo il «make up» referendario ROMA. Come diventerebbe la legge elettorale per la Camera se il referendum andasse in porto e, all'esame degli elettori, conquistasse la maggioranza dei sì? Ecco il testo degli articoli fondamentali, così come risulterebbero dopo il "make up" referendario. ARTICOLO 1.1. "La
Camera dei deputati è eletta a suffragio universale, con
voto diretto e uguale, libero e segreto, espresso in un
unico turno elettorale". ART. 77.1. "L'ufficio
centrale costituzionale (...) ART. 84.1 . "Il presidente dell'Ufficio centrale circoscrizionale proclama eletti, sino alla concorrenza del numero dei seggi e seguendo l'ordine delle rispettive cifre individuali, i candidati della graduatoria di cui all'articolo 77, comma 1, numero 4". ART. 84.2. "Dell'avvenuta proclamazione il Presidente dell'Ufficio circoscrizionale invia attestato ai deputati proclamati e ne dà immediata notizia alla segreteria generale della Camera dei deputati nonché alle singole prefetture, che la portano a conoscenza del pubblico". [r.r.] |