La Stampa

Sabato, 9 gennaio 1999


Il vertice con il ministro delle Riforme:
restano quota proporzionale e premio di maggioranza
Intesa sul doppio turno ''mobile''
Pisanu: un beverone. Bertinotti: un colpo alla democrazia
di Guido Tiberga

ROMA. Tre ore di vertice di maggioranza, e alla fine Giuliano Amato trova la voglia di scherzare: "L'opposizione ci aveva chiesto una linea unitaria, e adesso ce l'abbiamo - dice il ministro al termine del confronto, seduto tra Salvi e Rebuffa che gli sorridono -. Ora posso cominciare i confronti, ma senza smettere di dialogare con le forze di maggioranza. Il mandato che ho ricevuto non è della serie ''prendi il malloppo e scappa''. Anche perché, del malloppo, io non saprei proprio cosa farmene...".

Il "malloppo" che il ministro delle Riforme si ritrova tra le mani è l'intesa che i partiti di maggioranza hanno ricucito ieri mattina, dopo mesi di confronti rabbiosi. Il doppio turno "mobile" proposto dal ministro, con il ballottaggio limitato ai casi in cui nessuno dei candidati raggiunga il 40 per cento dei voti, cifra che potrebbe anche essere lievemente ritoccata verso l'alto, è passato. Ma non è caduto nel vuoto neppure l'appello di Franco Marini, che alla vigilia del vertice aveva chiesto di "non dimenticare" il modello Franceschini. L'ipotesi presentata qualche mese fa dal vicesegretario del Ppi prevedeva di riservare una parte dei seggi assegnati oggi con la quota proporzionale a un premio di maggioranza. Un'ipotesi che il ministro ha definito "da valutare nelle sue possibili conseguenze", con piena soddisfazione dei popolari.

Di certo, la bozza della maggioranza conserverà esplicitamente la quota proporzionale. Con qualche modifica rispetto a oggi, a partire dall'abolizione dello "scorporo", ma probabilmente senza riduzioni di quantità: "Modificare la quota riservata al proporzionale significherebbe dover ridisegnare tutti i collegi - spiega il ministro -.Bisogna vedere se il gioco vale la candela...". Resta da mettere in conto la reazione dei referendari, già furibondi per le indiscrezioni sulla possibile bocciatura della Consulta. "La formulazione del quesito - dice il ministro - non chiede la cancellazione della proporzionale, ma solo quella delle liste bloccate". E Franceschini aggiunge: "E' un modo per venire incontro ai referendari, non per contrastarli...". Un'opinione tutta da verificare. Nei giorni scorsi, pur senza commentare i particolari della bozza di Amato, Antonio Di Pietro era sbottato con un "Ma che fanno questi? Insistono con la proporzionale?" denso di significati.

"Il sistema che uscirebbe dal referendum - insiste Franceschini - ridistribuisce i 155 seggi del proporzionale ai migliori secondi del maggioritario. In questo modo, un partito come Rifondazione rischierebbe di essere cancellato dal Parlamento. Avere il 7 per cento non serve a niente, se non arrivi secondo da nessuna parte. Non mi pare un bel segno di democrazia...". Un riguardo che Fausto Bertinotti, costretto di fatto a limitare la partecipazione elettorale alle quote minime del proporzionale, non gradisce affatto: "Questa proposta - taglia corto - è un colpo mortale per la democrazia".

Nelle tre ore di confronto a Palazzo Madama, il clima è stato rilassato, a volte persino scherzoso, come nel siparietto aperto dal cossighiano Napoli sul cognome del nuovo presidente della Regione Campania, Andrea Losco, cui qualcuno ha suggerito di "cambiare nome". Ma non sono mancati i momenti di confronto duro, specie tra ds e popolari. Stando alle indiscrezioni, il diessino Bogi avrebbe preferito che il quorum da raggiungere per essere eletti direttamente al primo turno non fosse annunciato già ieri: "Le simulazioni che abbiamo fatto non bastano ancora - avrebbe detto il nuovo responsabile riforme di Botteghe Oscure -. Rischiamo di presentare una formula perdente". Il no secco dei popolari, disposti a ragionare sul doppio turno proprio in funzione di quella cifra, ha portato a un compromesso: Amato, al termine del vertice, parlerà di una quota "intorno" al 40 per cento, senza tagliare la strada a possibili ritocchi. Ancora tutte da stabilire, invece, le modalità di accesso al secondo turno: "Si fa strada la possibilità di aprire il ballottaggio a tutti i candidati che al primo turno raggiungano la quota del 12,5 per cento", precisa Franceschini. E proprio su questa ipotesi - che taglia fuori dal gioco Bertinotti ma non la Lega - si fonderebbero le prime reazioni del Polo: "La proposta di Amato? - attacca il capogruppo di Forza Italia Beppe Pisanu -. Non è neppure un cocktail tra esigenze diverse, è un beverone: un capolavoro di ingegneria politica in confronto al quale il Mattarellum era una cosetta tirata su con il Lego".


"Riformare il referendum"
Amato: si è trasformato in un ibrido
di Alberto Rapisarda

ROMA. "Una riforma costituzionale dell'istituto referendario è matura" dice il ministro per le Riforme, Giuliano Amato, a dieci giorni dall'attesissima decisione della Corte Costituzionale sull'ammissibilità del referendum elettorale. E sale al livello di guardia l'allarme di Mario Segni e dei referendari per il destino della loro "creatura", anche se Amato si è premurato di precisare che non voleva influenzare la decisione della Corte.

La presa di posizione del ministro, in effetti, si aggiunge alla ridda di voci che danno per probabile la "bocciatura" del referendum sulla quota proporzionale.

Nell'ordine, c'è stato ieri il giudice costituzionale Francesco Guizzi che ha manifestato le sue perplessità sul referendum sulle pagine del Messaggero . C'è stata la denuncia (del Foglio ) di presunte pressioni di Massimo D'Alema, tramite Luciano Violante, sul giudice Neppi Modona per convincerlo a votare "no". E ci sono le presunte dichiarazioni antireferendum attribuite ai ministri dell'Udr, Folloni e Zecchino.

Fondate o no, tutte queste voci sono state sufficienti a rendere ancor più rilevante la presa di posizione di Giuliano Amato, anche lui ministro e proprio per le riforme.

Amato ha parlato ad un convegno organizzato dalla università Luiss sul tema della revisione della Costituzione. E lì, davanti ad una platea di specialisti, ha fatto una sorta di requisitoria contro la degenerazione dei referendum.

"In Italia - ha detto - è un fatto la tendenza ad un uso manipolativo del solo referendum previsto dalla Costituzione, che è quello abrogativo e che ormai si è trasformato in un ibrido. A questo punto è molto meglio un referendum propositivo sottoscritto da 800 mila o un milione di cittadini, con un testo nuovo che eviti gli attuali esercizi specialistici da settimana enigmistica che riutilizzano testi già scritti".

E, guarda caso, il referendum sottoposto all'esame della Corte è talmente complesso che propone agli elettori una domanda di sei pagine, stando a quando denuncia l'ex presidente della Corte Costituzionale, Ettore Gallo. Che ricorda come la Corte "invoca la semplicità del quesito".

Ma non era finita, perché dopo il ministro Amato, il giudice costituzionale Carlo Mezzanotte è intervenuto, da giurista, sullo scottante tema elettorale sostenendo che "la garanzia di fondo del sistema pensato dal costituente nel 1948 stava nel sistema elettorale proporzionale".

Mezzanotte (che, assieme ai suoi colleghi della Consulta, sta per emettere il verdetto su un referendum che riguarda proprio il sistema elettorale) ha chiarito di non avere alcun rimpianto per il passato ma subito dopo ha aggiunto che, venuta meno la garanzia del sistema proporzionale, non si è pensato ad alcun sistema di riequilibrio: "Chi vince le elezioni prende tutto lo Stato, ma anche tutta la società".

Sono obbiezioni che in tanti hanno fatto dopo l'adozione del sistema elettore maggioritario. Ripetute ora non sembrano essere di aiuto ad referendum sotto esame.

Così, Mario Segni denuncia "una vergognosa campagna diretta a creare attorno alla Corte un clima di pressione e di intimidazione alla quale non si sottraggono neanche i membri del governo".
I deputati referendari Calderisi e Taradash, hanno presentato una interrogazione al presidente del Consiglio e al ministro Amato per chiedere se le voci circolate ieri sono vere.

E Alleanza nazionale, che tiene moltissimo al referendum (al contrario della fredda Forza Italia) parla di "una sorta di tenaglia" per bloccare il referendum. "Sul referendum il governo è ufficialmente neutrale - dice Paolo Armaroli, di An - ma i ministri procedono in ordine sparso come una allegra compagnia di ubriachi".

Il presidente del Consiglio, Massimo D'Alema, che si è sentito chiamato in causa, ha risposto, con una nota di Palazzo Chigi, che non c'è da rispondere a quanti vanno inseguendo voci, indiscrezioni e insinuazioni sul suo atteggiamento a proposito del referendum. Perché per D'Alema "vale sempre il rigoroso rispetto" dell'autonomia della Corte Costituzionale.

 

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