La Stampa

Venerdì, 8 gennaio 1999


Referendum
Nuove voci di bocciatura
di Guido Tiberga

ROMA. Mentre Antonio Di Pietro, nella sua casa eremo di Curno, dimentica per un attimo la corsa verso il referendum elettorale per dedicarsi a una memoria per il tribunale di Brescia, sull'apparente ottimismo del comitato referendario piove un'indiscrezione gelida. Stando alle voci rilanciate ieri sera dal "Velino", la newsletter diretta da Lino Jannuzzi, la Corte Costituzionale potrebbe accendere il semaforo rosso.

"Il referendum è spacciato, a meno che non sopraggiungano forti e articolate pressioni di Palazzo", scrive il "Velino", citando "gli ambienti meglio informati" e lasciando poco margine ai dubbi. A differenza di quanto accadde nel '91, quando il primo referendum Segni vide i giudici della Corte dividersi esattamente a metà, al punto che il quesito arrivò nelle mani degli elettori solo per il voto "doppio" dell'allora presidente Giovanni Conso, questa volta la decisione dovrebbe avvenire a maggioranza ampia: "Almeno dieci voti contro cinque", annuncia il "Velino". Che spiega: "A oggi sono sei i giudici della Corte costituzionale, tra i quali il presidente Renato Granata, decisi a dichiarare l'inammissibilità del quesito. Due giudici sono altrettanto decisi a pronunciarsi a favore. sono Valerio Onida e Carlo Mezzanotte che, prima di approdare alla Corte, fu estensore, quattro anni fa, della memoria difensiva di un referendum di Pannella". Le indiscrezioni si spingono anche a prevedere il voto degli altri sette giudici costituzionali, che "non hanno ancora espresso il loro parere". "E' noto che almeno sei di questi sette giudici hanno un punto in comune tra loro -continua la newseletter di Jannuzzi-. L'anno scorso, tutti e sei si pronunciarono contro la semplice abrogazione della quota proporzionale per via referendaria". Nonostante la diversità della situazione di oggi, che "non creerebbe vuoto legislativo", la posizione dei sette giudici, tra i quali il relatore Riccardo Chieppa, sarebbe in larga parte negativa: "Sicuramente almeno quattro su sette si aggiungeranno ai sei che hanno già espresso, sia pure al chiuso dei muri della Consulta, la loro opinione contraria".

Le ragioni per il "no" consisterebbero nella volontà di ribadire "la giurisprudenza antimanipolativa per i referendum", e non si esclude neppure che i giudici si appellino anche alla mancanza dei tre requisiti essenziali per l'ammissibilità di un referendum: omogeneità, chiarezza e univocità del quesito. Secondo le stesse voci, la posizione della Consulta sarebbe "nota ai principali esponenti del comitato referendario, che proprio per questo hanno tentato di alzare un fuoco di sbarramento contro quelle che definiscono le ''pressioni'' sulla Corte".

Le voci raccolte dal "Velino" cadono alla vigila del vertice di maggioranza sulle riforme elettorali, convocato per oggi per discutere la proposta di "doppio turno mobile" elaborata nei giorni scorsi dal ministro Giuliano Amato. Proposta che non a caso ha suscitato il "no" secco dei referendari. Ieri pomeriggio, a Piazza del Gesù, l'incontro odierno tra i capigruppo è stato preceduto da un faccia a faccia tra il leader dei popolari Franco Marini e quello dei Verdi Luigi Manconi. "Un passo avanti", hanno commentato entrambi, anche se Marini ha messo le mani avanti: "Con gli aggiustamenti proposti da Amato il doppio turno di collegio potrebbe anche essere esplorato - ha detto - Ma spero proprio che il vertice non dimentichi che sul tavolo c'è sempre il modello che prende il nome di Franceschini".

Il numero due del ppi, fin dall'inizio del dibattito sulla nuova legge, aveva sugegrito un modello che prevedeva la suddivisione tra "diritto di tribuna" e premio di maggioranza del 25 per cento dei seggi distribuiti oggi con la quota proporzionale. Sulla proposta di Amato, ieri, Ombretta Fumagalli Carulli ha annuncaito il parere favorevole di Rinnovamento Italiano. Contrarie, invece, Lega e Rifondazione.

 

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