La Stampa

Giovedì, 7 gennaio 1999


Barbera: snaturano il sistema per dare un contentino al Ppi
di Guido Tiberga

A I referendari, la proposta di Giuliano Amato non piace. "Non voglio pensare se questa bozza è stata fatta per mischiare le carte del referendum, come dice qualcuno - spiega il professor Augusto Barbera -. Il punto è che questa proposta non risolve nulla, non fa un solo passo avanti nella risoluzione dei problemi lasciati aperti dal turno unico".

Molte forze politiche, dai Verdi ai popolari, hanno già espresso il loro apprezzamento. Come lo spiega?
"Io considero i popolari un elemento essenziale per l'equilibrio dell'Ulivo. E ho pieno rispetto per tutte le forze politiche. Ma non è possibile che, pur di accontentare il Ppi, si finisca per snaturare un sistema elettorale".

Che cos'è che non la convince, professore?
"Un sistema che, al primo turno, promuove chi raggiunge il 40 per cento esalta il potere di condizionamento dei piccoli partiti, che diventano determinanti molto più che con un sistema a turno unico. E mi sembra esattamente l'opposto di quello che si dice di voler fare. Vuole un esempio? Se in un collegio una coalizione pensa di avere il 38 per cento, sarà disposto a tutto pur di allearsi con un partitino da 2 per cento. Gli concederà tutto, fuorché l'anima. E voglio essere ottimista...".

Potrebbe succedere anche con il quorum fissato al 50 per cento. Che differenza fa?
"Che i collegi con una coalizione al 48 per cento sono pochissimi. Più si abbassa il quorum, più i piccoli diventano determinanti: mi pare evidente. Senza contare la rendita di posizione garantita dalla possibilità di allearsi tra un turno e l'altro".

Professor Barbera, che cosa intende per "rendita di posizione"?
"Quella che nasce dalla possibilità di stare alla finestra, vedere chi vince, e comportarsi di conseguenza. Con il turno unico, almeno, la scelta di fronte deve essere fatta subito. Ma sia chiaro che io non sono diventato un sostenitore del turno unico: per me l'ideale resta il doppio turno alla francese. Dico solo che la proposta Amato non migliora nulla, anzi".

Per fare una riforma ci vuole un consenso ampio. Quello di Amato non funziona neppure come compromesso?
"Allora tanto valeva insistere con la proposta di Cesare Salvi, che piaceva pure ai popolari. Almeno, con il ballottaggio a due, le coalizioni avrebbero dovuto formarsi da subito. Le dico di più, se passasse la proposta Salvi potrei pure tornare a studiare: Senza star qui ad aspettare il referendum...".

C'è chi dice, e tra questi il referendario di Forza Italia Peppino Calderisi, che questa proposta serve solo ad andar contro al referendum. Lei che ne dice?
"Io non sarei così drastico".

Quindi lei non vede rapporti tra la bozza di Amato e il referendum?
"Non esageriamo adesso, certo che li vedo. Dico soltanto che questa proposta non può bloccare il referendum. Né tantomeno condizionare la Corte, che peraltro non può dare che una sola risposta".

La sento ottimista...
"Non è un fatto di ottimismo: Non c'è una sola ragione costituzionale per giudicare inammissibile il referendum. In passato c'erano sempre, per ogni quesito, alcuni motivi per dire di sì e alcuni altri per dire di no. Stavolta sto ancora aspettando che un costituzionalista venga a dirmi una sola ragione per cui il referendum possa essere respinto. Attenzione: ho detto un costituzionalista. Non un politologo o un giurista...".

La proposta di Amato non chiude la porta neppure alla proporzionale che voi volete cancellare. Come giudica questa posizione?
"La proporzionale ha senso solo come diritto di tribuna. Ogni altra posizione al proposito dimostra soltanto che è l'ora di dare la parola agli elettori. O di ricordare che gli elettori hanno la parola...".


UNA NOVITÀ CHE DIVIDE
Bassanini: la proposta Amato non è contro il referendum
di Guido Tiberga

PER colpa del referendum non posso più andare a cena con alcuni miei amici...". Franco Bassanini, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, scherza. Poi, dalla sua casa romana, spiega: "Non posso dirle se Segni ha torto o ragione, quando sostiene che il referendum servirebbe a ''far durare'' la legislatura. Fino al giorno della sentenza, il governo ha scelto la neutralità. Una posizione corretta, che per me rappresenta un sacrificio personale, visto che alcuni miei amici di vecchissima data fanno parte della Corte".

Che cosa le raccontano, in privato, i suoi amici della Consulta?
"Non mi dicono niente, perché ho smesso di vederli. Non li invito più, non parlo più con nessuno. La più innocente delle allusioni, la più insignificante delle frasi potrebbe rivelarsi una pressione. Meglio interrompere anche i rapporti più stretti: nell'agosto del '60, Valerio Onida ha fatto con me la traversata del Cervino: trentanove anni fa era quasi un'impresa. Insieme abbiamo scritto molti libri, eppure negli ultimi mesi ci siamo visti una sola volta, il giorno degli auguri del Presidente, al Quirinale. Una stretta di mano veloce, davanti a un sacco di gente".

Mario Segni - nella sua intervista di ieri alla "Stampa" - riconosce che la neutralità del governo è "formalmente ineccepibile". Ma poi ricorda che il ministro Folloni, a titolo personale, ha "sparato a zero" sul referendum. E protesta perché il governo "parla lingue diverse". Sbaglia?
"Le ho già detto che non voglio rispondere al professor Segni, anche perché se lo facessi cadrei nello stesso errore che lui stesso rimprovera a Folloni. Una cosa, però, gliela vorrei proprio dire...".

Che cosa, onorevole?
"Segni definisce la Corte un ''organo di controllo''. Non è sufficiente: la Corte è molto di più. Non deve soltanto controllare, deve stabilire se il referendum è ammissibile o no. Esercita un potere decisionale delicatissimo, vista la rilevanza politica del quesito, e deve poterlo fare in modo del tutto indipendente da qualsiasi altro potere. Quella del governo non è una neutralità politica, dovuta alle diverse posizioni delle forze di maggioranza: è una neutralità istituzionale. Almeno fino alla sentenza".

E dopo?
"Dopo, non è escluso che si possa prendere posizione, disquisire delle convenienze politiche. Adesso no, adesso chi fa parte del governo deve attendere senza infastidire. E senza dimenticare che la Corte non è chiamata a pronunciarsi sull'opportunità politica del referendum, o a pensare se questo faccia bene o male alla stabilità della maggioranza...".

Quindi dal 20 gennaio il governo abbandonerà la sua neutralità?
"Ho detto che potrebbe anche farlo, non che lo farà. E comunque non penso che la sentenza arriverà già il 20 gennaio. La questione è delicata, potrebbe volerci più tempo".

Onorevole Bassanini, come si inserisce in questa "neutralità istituzionale" la proposta di riforma elettorale del ministro Amato? C'è chi ha detto che sembra fatta apposta per andar contro al referendum. Lei che ne dice?
"A me pare che tutti, a partire dallo stesso Segni, siano d'accordo sul fatto che il referendum potrà sì essere un'occasione efficacissima per dare uno spunto alle riforme. Ma il referendum può soltanto cancellare, non ha il potere di introdurre niente. Sarebbe come volersi fare un vestito usando solo le forbici, senza ago e filo per cucire. Può anche darsi che le maniche vengano fuori della misura giusta, ma alla fine l'orlo bisognerà pur farlo. O no?".

Va bene, ma perché proprio adesso? Perché non aspettare il referendum?
"Perché il referendum non intende essere alternativo all'iter normale, per cui i processi di riforma devono essere seguiti dai gruppi parlamentari. Il governo si è impegnato fin dalla sua nascita ad avere un ruolo propulsivo. Che cosa si pretende, adesso? Che il ministro per le Riforme si chiuda la bocca?".

 

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