la Repubblica

Venerdì, 29 gennaio 1999


Referendari, la grande paura
"Faranno mancare il quorum"
L'allarme di Segni &C. "E se vinciamo l'unica via è tagliare i seggi a 475"

di Sebastiano Messina


ROMA - E se alla fine mancasse il quorum? Se anche il referendum sull'abolizione della proporzionale facesse la fine dell'ultima infornata di quesiti pannelliani, caduti nel vuoto per il disinteresse degli elettori? Dopo la festa per il via libera della Corte costituzionale, al comitato promotore serpeggia un dubbio nuovo, di gran lunga più allarmante della paura che vinca il No. "Leggo che tutti i sondaggi danno sin da ora una netta vittoria - ha detto Mario Segni al costituzionalista diessino Augusto Barbera e al coordinatore del comitato Maurizio Chiocchetti, che ieri pomeriggio sono andati a prendere un caffè nel suo studio di via Belsiana - ma il rischio vero è che i partiti trasformino il referendum in una marmellata dal sapore politichese, in una bega interna al palazzo, con l'obiettivo di tener lontani i cittadini dalle urne, o addirittura di non farci arrivare al quorum della metà più uno degli elettori. E' una manovra insidiosa, che non va sottovalutata, forse il modo più subdolo per scipparci il referendum".

"Lo scippo", ecco come i referendari chiameranno da ora in poi il tentativo di aggirare, bypassare, eludere, vanificare il voto popolare sul maggioritario, prima ancora che sia celebrato il referendum. "Ci proveranno con una legge-rattoppo, una finta riforma gattopardesca che finga di cambiare qualcosa affinché tutto resti come prima" spiegava Segni. "Poi cercheranno di attaccare il comitato, confondendo le acque nei talk show televisivi, e magari tenteranno di mantenere il più basso possibile il livello di affuenza alle urne" concordava il coordinatore, Chiocchetti. La data del referendum non è stata ancora fissata - in base alla legge, la prima domenica utile è il 18 aprile, l'ultima l'11 giugno - ma il comitato caldeggerà con D'Alema proprio il 18 aprile, sesto anniversario della vittoria del referendum che introdusse alla Camera i collegi uninominali. La ragione è semplice: togliere tempo agli "scippatori", cioè ai sostenitori di una legge anti-referendum.

"A loro la Corte costituzionale ha dato uno schiaffo formidabile, con la sua bellissima sentenza" commentava Augusto Barbera, che ieri è stato il primo a ricevere direttamente dalla Consulta la motivazione del via libera al quesito, 27 pagine firmate dal presidente Renato Granata e dal relatore-estensore Riccardo Chieppa. La Corte, spiegava, "avrebbe potuto dire che il meccanismo residuale poteva funzionare ma sarebbe stato meglio che il Parlamento vi mettesse le mani. E invece dice solo che "vi è una piena garanzia di immediata applicabilità" del nostro sistema elettorale, senza fare alcun riferimento ad una successiva legge elettorale per la Camera". Insomma, concludeva Barbera, "questa eventuale legge potrà essere utile, ma non necessaria: vengono così smentiti coloro i quali ritengono indispensabile l' intervento del Parlamento".

Ecco perché ieri sera il comitato ha voluto ringraziare ufficialmente i giudici costituzionali, che hanno "dato prova di saper svolgere il ruolo di garante imparziale delle istituzioni". Insieme a loro, e ai giuristi che hanno difeso il comitato davanti alla Corte (Paolo Barile, Beniamino Caravita, Giovanni Motzo e Federico Sorrentino), i referendari hanno voluto rendere omaggio anche "all'intelligenza di Emilio Colombo e Marco Nardinocchi, i due giovani inventori del quesito referendario". In effetti, senza la loro geniale intuizione - l'"uovo di Colombo", come venne battezzata - oggi non ci sarebbe nessun referendum all'orizzonte.

Ma che succederà dopo la vittoria del Sì? L'esperienza dei precedenti referendum non lascia molti spazi all'ipotesi di una nuova legge elettorale, sia pure modellata entro i confini del quesito. "Dopo il Sì - dice Segni - serve che i partiti e il Parlamento facciano quello che avrebbero dovuto fare da qualche anno, e cioè riformare la Costituzione e arrivare al presidenzialismo: la legge elettorale ci sarà già, ed è quella che uscirà dal referendum". A questo punto, secondo Barbera, l'unica alternativa al sistema referendario (75 per cento dei seggi ai più votati nei collegi e l'altro 25 per cento ai migliori secondi) è un vero doppio turno alla francese. E per togliere ogni argomento a chi insiste sui rischi di un'assegnazione casuale del 25 per cento, il comitato sta preparando una proposta di legge costituzionale destinata a tagliare la testa al toro: l'abbassamento del numero dei deputari da 630 a 475, in modo che siano eletti tutti con l'uninominale secco. Senza recupero per nessuno.


Amato al centrosinistra: basta ostacoli
"Chiarimento sulla legge elettorale". E la Consulta spiega il suo "Sì"
La Corte Costituzionale: nessun impedimento al referendum,
il sistema che ne deriva è subito applicabile

di SILVIO BUZZANCA


ROMA - Giuliano Amato continua a lavorare sulla legge elettorale e, nonostante le apparenze, sembra proprio sul punto di raccogliere i frutti. Per questo invita il Parlamento a "rimuovere le ragioni che finora gli hanno impedito di legiferare in materia, in primo luogo con un chiarimento nella maggioranza". Qualcosa che assomiglia all'esortazione a fare il passo finale, a chiudere una trattativa che sembra essere a buon punto. Anche perchè ieri sono state rese note le motivazioni del sì alla Consulta al quesito Segni-Di Pietro.

I giudici, oltre a scrivere che il quesito è chiaro, ha una matrice unitaria ed è omogeneo, affermano che il testo che uscirebbe dalle urne è autoapplicativo. Argomentazioni previste, a cui bisogna però aggiungere un importante dato: questa volta la Corte - come spiega Beniamino Caravita, uno dei difensori del quesito - ha scritto che vi "è la piena garanzia di immediata applicabilità del sistema di risulta". Nel 1993 al contrario aveva segnalato inconvenienti, quasi invitando il legislatore ad intervenire. Questa volta non è necessario, fermo restando il diritto del Parlamento di legiferare. E questa è un'arma forte in mano a chi non vuole interventi ne prima ne dopo il voto.

Ecco perché si cerca l'accordo. Impressione che trova una conferma nelle parole di Massimo D'Alema che invita tutte le forze politiche ad "un più ampio dialogo" su legge elettorale e Qurinale, argomenti che "non riguardano in modo esclusivo la maggioranza". Per il presidente del Consiglio, "la maggioranza di centrosinistra non può lacerarsi" quando si affrontano questi temi, altrimenti "rischia di perdere la sua funzione".

Un intervento che spiega il rilancio che il Dottor Sottile fa del suo doppio turno eventuale. Il ministro per le Riforme fa un passo avanti e dice che la soglia del 40 per cento per conquistare un collegio, in caso contrario si va al ballottaggio, "potrebbe essere elevata". Magari al 50 per cento, alzando magari da due a tre i soggetti che vanno al ballottaggio, chiarisce il ministro per i Rapporti con il Parlamento Gianguido Folloni.

Per risolvere il problema quota proporzionale si potrebbe ricorrere al diritto di tribuna e al premio di maggioranza. In pratica si aumenta il numero degli attuali collegi maggioritari uninominali, 475, e si ritaglia una percentuale del 10 o 15 per cento dei seggi, fra 60 e 90, da dividere fra i partiti che scelgono di non partecipare alle coalizioni. Oppure il 25 per cento di proporzionale viene diviso tra diritto di tribuna e un premio di maggioranza. Amato questa proposta ufficialmente non l'ha ancora avanzata e non pensa minimamente a scoprirsi. "Non ritengo - dice il ministro - il governo possa aggiungere altro nella fase attuale di esame dei disegni di legge". Preferisce così seguire il dibattito dove però anche ieri ha registrato "novità politiche".

Ecco allora che la palla passa alle segreterie e certo non si può dire che non ci sia movimento. Ieri si è riunita la direzione dei Ds e alla fine Walter Veltroni ha spiegato questa linea: sì al referendum, ma lavoriamo per trovare un accordo prima. A partire dalla maggioranza e dal doppio turno alla francese che proponiamo da tempo. Giorgio Bogi, responsabile riforme istituzionali, ha aggiunto che Botteghe oscure "non ha cassato la proposta Amato", sulla quale però "non c'era stata completa identità di vedute, a partire dalle percentuali del primo turno". Ma la soluzione di cui si parla piacerebbe molto ai Ds che cercheranno di convincere gli alleati. Hanno cominciato con i Verdi, fra i più fieri oppositori del doppio turno alla francese. Ma è stato proprio il capogruppo verde al Senato Maurizio Pieroni, a lanciare la proposta di portare la quota proporzionale al 10 per cento. Segnale, anche questo di un progressivo avvicinamento.

Certo l'osso più duro restano i popolari, ma anche nel fortino di Via del Gesù sembra proprio che l'idea di accettare il doppio turno come male minore faccia proseliti. In testa un nome illustre: il vicepresidente del Consiglio Sergio Mattarella, seguito dal capogruppo alla Camera Antonello Soro. Il padre del Mattarellum avrebbe detto di essere disposto ad allearsi anche con il diavolo pur di impedire che entri in vigore il sistema che uscirebbe dal referendum. E che dunque è meglio il doppio turno di collegio.

Soro, intanto, continua a professare ottimismo e dice che la maggioranza può trovare un accordo che può andare anche al di là del centrosinistra. E dall'altra parte si risponde con una nuova proposta di Enrico La Loggia. Il capogrupppo di Forza Italia al Senato ne avrebbe parlato al telefono con Amato el'avrebbe illustrata nel pomeriggio a Silvio Berlusconi.

 

Torna alla Rassegna stampa

Hosted by www.Geocities.ws

1