la Repubblica

Giovedì, 21 gennaio 1999


Il referendum divide Forza Italia
Berlusconi: libertà di voto. Il Comitato: nessun pasticcio
di SILVIO BUZZANCA


ROMA - Il referendum movimenta la vita politica, agita tutti i partiti, fa ripartire il dibattito nei poli. Il sì della Consulta al quesito Segni-Di Pietro, infatti, ha un effetto molto forte, mette a nudo la precarietà delle alleanze e le divisioni interne; fa venire a galla la diverse strategie che si annidano in tutte le formazioni. A cominciare da Forza Italia, che, di fronte alla divisioni si rifugia nella libertà di voto per deputati ed elettori. Una scelta comunicata ieri sera da Silvio Berlusconi alla fine dell'assemblea dei gruppi. "Lasceremo libertà di valutazione al nostro interno e credo quindi che questo significherà anche libertà di voto per gli elettori sul referendum", ha annunciato, infatti, il Cavaliere.

Una risposta che certamente non servirà a placare le polemiche interne innescate da Giuliano Urbani e Giulio Tremonti, proporzionalisti convinti, che ieri hanno ritirato fuori la proposta di andare verso il modello tedesco: proporzionale, sbarramento al 5 per cento e fiducia costruttiva. Idea vecchia, ma capace di mandare su tutte le furie l'ala liberal e referendaria di Forza Italia, le cui critiche non hanno risparmiato neanche Berlusconi.

In prima fila Giuseppe Calderisi e Marco Taradash che hanno subito chiesto se la proposta di Tremonti e Urbani, uno degli incaricati di seguire le trattative con l'Ulivo sulla legge elettorale, avesse l'avallo del leader. I due deputati sono arrivati a dire: "A che titolo l'ufficio stampa del presidente ha organizzato la conferenza stampa di Urbani e Tremonti?". E hanno chiesto chiarezza: "Chiarisca di non averci niente a che fare per non mettere definitivamente in gioco la propria legittimazione politica sul maggioritario".

Ma con chi sta veramente il Cavaliere? "Chiedetelo a lui", era stata la replica secca di Urbani. Con nessuno sembra rispondere Berlusconi. Neanche con la terza anima forzista, quella incarnata dal capogruppo alla Camera Enrico La Loggia, possibilista, trattativista, sempre pronta a discutere una proposta della maggioranza.

Berlusconi, poi, dovrà spiegare questa "neutralità", in un vertice del Polo convocato per stamattina a via del Plebiscito, a Gianfranco Fini e Pierferdinando Casini, due che hanno fatto una scelta nettamente referendaria. Loro non lo diranno mai in pubblico, ma non devono essere molto lontani dal pensare del Cavaliere quello che invece può dire liberamente Fabio Mussi: "Come al solito è a cavalcioni, tirato un po' di qua e un po' di la. Vedremo se alla fine Forza Italia troverà una posizione ferma", ironizza il capogruppo dei Ds alla Camera.

Fini, intanto, gongola e dice che il "19 gennaio è una di quelle date da ricordare": il sì della Consulta e le difficolta di Cossiga e dell'Udr bastano ed avanzano per essere soddisfatti. Il leader di An non ha i turbamenti di Berlusconi e parte da una posizione molto ferma e netta: si deve andare a votare, niente leggi e niente accordi prima del voto popolare. Una posizione che è condivisa dal comitato promotore che ieri ha ringraziato tutti quelli che c'erano da ringraziare per questo primo successo e ha chiesto di andare subito alle urne. È meglio evitare pasticci, dice Segni, "gli italiani sono stati truffati due volte dopo i referendum, evitiamo che vengano truffati prima". Romano Prodi, invece, è convinto che "c' è ancora tempo; poco, ma c'è ancora tempo per una legge elettorale che vanifichi il referendum". Uno strumento che, secondo l'ex premier, "è come un' accetta. Ma in questo caso c'è bisogno di uno scalpello per fare una bella immagine".

Al voto pensa ormai anche Walter Veltroni, convinto che sia "obiettivamente difficile che il Parlamento riesca a fare una legge prima che si svolga il referendum", Il leader dei ds pensa sempre che il voto "possa costituire una opportunità per rafforzare il bipolarismo" e ricorda che il suo partito pensa sempre che il sistema migliore sia il doppio turno di collegio, il sistema francese. Convinzione ribadita anche dal suo vice, Pietro Folena. Ma la sinistra interna del partito il referendum lo vede come il fumo negli occhi, non ha posizioni diverse dai compagni cossuttiani e rifondaroli. Gli uomini di Bertinotti, per esempio, hanno accolto con molto piacere la proposta Urbani-Tremonti, e annunciano battaglia e mobilitazione contro il referendum. I popolari seguiranno; verdi, socialisti, con l'aggiunta di rautiani, leghisti sono pronti allo scontro. Sono posizioni nette, conosciute, ma in grado di fare entrare in fibrillazione anche il centrosinistra, quel centrosinistra che aveva trovato un po' di pace nell'intesa di massima intorno alla proposta Amato.


"Ma Silvio sbaglia se vuol fare una legge"
Antonio Martino, forzista e promotore del referendum:
"Questo parlamento potrebbe solo dare vita a un ibrido"
di GIORGIO BATTISTINI


ROMA - "No, non era in festa. L' ho sentito anzi un po' giù d'umore. Ma può sempre cambiare idea". Antonio Martino, deputato di Forza Italia, referendario della prim'ora nel gruppone dei "non allineati", racconta senza eccessi reverenziali il Silvio Berlusconi dei primi istanti seguiti all'ammissibilità del referendum elettorale.

Lei ha vinto (per quota parte) questa battaglia da posizioni di minoranza all'interno della minoranza d'opposizione. Superare un doppio livello di debolezza aumenta l'entusiasmo?
"Per esperienza personale sono abituato a trovarmi in minoranze composte da una sola persona. Quand'ero nel Pli mi capitava spesso di essere totalmente isolato. Comunque nel Polo la scelta referendaria è stata quasi maggioritaria: 150 parlamentari avevano firmato per la consultazione".

Per convinzione ideologica o astuzia pragmatica?
"La prima, direi. Mentre per altri partiti la scelta maggioritaria ha potuto perfino essere un incidente di percorso, per Forza Italia è stata la ragione stessa della nascita, rilanciata poi nel programma elettorale del '94 e del '96".

Berlusconi vuole adesso una nuova legge elettorale per evitare il referendum. Lei è d'accordo col suo leader o si sente in libera uscita?
"Intanto non vedo perchè evitarlo. Considero la legge che dovesse uscire dalla vittoria referendaria un'ottima legge. Se il referendum è il problema, una soluzione legislativa per prevenirlo è di gran lunga la risposta peggiore. E poi, con tutte le divisioni di questo Parlamento non vedo come si possa arrivare a una buona legge".

Ma c'è ancora tempo per evitarlo?
"Il tempo ci sarebbe. Però è anche vero che di tempo finora ce n'è stato tanto e non è servito a nulla. Si può decidere rapidamente, se si è d'accordo. Ma le posizioni sono lontane. La stessa proposta di Amato, ispirata dal desiderio di massimizzare il consenso, non porta a una buona legge".

Colpa della competizione a destra o della divisione a sinistra?
"Fini ha appoggiato fin dall'inizio. Casini è arrivato dopo. La nostra posizione era chiara da subito".

Però poi Berlusconi...
"Ecco, di nuovo adesso c'è l' atteggiamento cauto di Berlusconi. Che, confesso, un po' mi preoccupa. Ma io lo preferisco a chi sostiene il referendum solo a parole perchè sa che poi, in caso di vittoria, si andrà comunque a una modifica della legge elettorale. Mi pare truffaldino dire che se prevale la scelta dei referendari poi si cambia la legge. Perchè scomodare allora milioni di elettori?"

Il capo di Forza Italia vuol mantenere un tavolo di trattativa per il Quirinale?
"Mah, forse pensava ci fossero spazi in Parlamento per la riforma elettorale. Può ancora schierarsi a favore del referendum, sarebbe incomprensibile non lo facesse. Non credo che quel plebiscito possa rappresentare una battuta d'arresto. Ci costringerà anzi ad andare avanti sulla strada del presidenzialismo, unica vera arma contro i ribaltoni politici costruiti a tavolino per sgambettare la volontà elettorale".

La confusione di queste ore è un capitolo della lotta di successione a Scalfaro?
"Difficile dire. In certi ragionamenti troppo complessi io mi perdo. Il referendum avrebbe potuto esser parte della corsa al Colle se con le preventive riforme per scongiurarlo si fosse puntato alla riconferma di Scalfaro. Il che però non mi sembra essere...

Tenterà di far cambiare idea a Berlusconi?
"Gli ho parlato ieri sera e non m'è sembrato del suo umore migliore. Non era contento. Gli riparlerò nelle prossime ore. Potrebbe prender atto che c'è nel Paese una parte consistente di persone che vuole un cambiamento: fatto che, da solo, renderebbe popolare una riforma elettorale, anche se non fosse la migliore possibile. All'intesa politica non ci credo, come non credevo alla Bicamerale. In questo Parlamento dove fioriscono maggioritari, proporzionalisti e "crostatisti" vari è possibile solo accordarsi su ibridi politici senza grande chiarezza. Tanto vale votare".


"Cari colleghi è stato un lavoro semplice..."
Consulta, soddisfatto Granata
di LIANA MILELLA


ROMA - È finita 14 a uno. Ma quell'uno, alla fin fine, era anche d'accordo. Almeno per metà. A questo punto, al presidente Renato Granata, non è rimasto altro che dire: "Grazie a tutti. Abbiamo fatto un buon lavoro. Ho constatato con piacere che le polemiche sono rimaste fuori dalla porta. Del resto, lo sapevamo bene. Era un lavoro semplice. Arrivederci a lunedì. Ricordatevi che dobbiamo discutere di sanità e di fallimenti". Come un buon padre, il cattolico Granata ha lasciato il tavolo a "U" e s'è avviato verso l'uscio. Ha battuto più di una pacca sulle spalle dei colleghi. E tutti si sono sentiti molto orgogliosi. Perché stavolta la Consulta è uscita a testa alta.

I pronostici erano completamente negativi. I politici erano pronti a colpire "questi" giudici vittime dei "consigli" esterni e delle logiche di schieramento. Di questo s'è parlato molto nei corridoi della Corte. Anche durante la seduta di martedì. Con battute del tipo: "I nostri politici sono degli analfabeti. Se invece di fare dichiarazioni insensate e di provocare polemiche, si fossero letti le nostre sentenze, allora si sarebbero resi conto che il risultato poteva essere uno solo: referendum ammissibile". Invece, "quelli parlano a vanvera", "sproloquiano", addirittura "vaneggiano".

Per una volta che è andata bene, i giudici costituzionali sono trionfanti. E - come si dice in Sicilia - si "scialano", nel senso che si vantano, svelando i gustosi pour parler dell'altro ieri. Se in aula il dibattito è stato necessariamente formale, nei corridoi impazzava il chiacchiericcio. Soprattutto su una questione: l'assoluta impossibilità, per i magnifici quindici, di subire influenze esterne facendosene portavoce all'interno della Consulta. "Accade - spiega uno dei protagonisti del confronto - che le presunte pressioni, quando sono confuse e contrapposte come in questo caso, hanno un solo effetto. Quello di annullarsi l'una con l'altra". E giù con gli esempi, come le differenti linee che si agitavano dentro ai Ds e all'interno di Forza Italia. E ancora: "Certo che gli inviti, in questi mesi, si sono susseguiti. Le volete chiamare pressioni? Ci sono state. Ma che volete farci? La via era obbligata. C'erano i quattro referendum precedenti, c'erano le regole che c'eravamo imposti. Nessuna deroga era possibile".

Dopo le violente bacchettate del 513, questa volta i giudici costituzionali si sono presi la rivincita. Alla grande. Con discorsi del tipo: "Se pensavano di cavare le castagne dal fuoco usando noi, si sono proprio sbagliati. Perché nessuno si è prestato a pettegolezzi e a dichiarazioni contrastanti. Il dibattito è stato lineare, pacifico, irreprensibile". La prova? L' unico tema su cui s'è discusso di più è stato quello della presunta manipolazione. Fuor dai tecnicismi: i tagli proposti dai referendari sulla norma esistente erano accettabili? Lo sarebbero stati a tal punto che più d'uno ha avanzato un sospetto. Che l'articolo della legge fosse, quasi quasi, stato approvato ipotizzando, dal punto di vista lessicale, una possibile modifica. Superato questo minimo ostacolo il verdetto poteva essere uno solo: ammissibile.

 

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