la Repubblica

Mercoledì, 20 gennaio 1999


Consulta, sì al referendum
Sentenza a larga maggioranza. Forse si vota il 18 aprile
di SILVIO BUZZANCA


ROMA - Sentenza lampo, si era detto e sentenza lampo è stata. La Corte costituzionale ha deciso, a larga maggioranza, che il referendum Segni-Di Pietro è ammissibile e ha stabilito che, salvo interventi del Parlamento, gli italiani voteranno sul quesito che chiede la cancellazione del voto di lista dalla legge elettorale per la Camera. Una scelta arrivata molto in fretta, dopo appena un giorno di camera di consiglio e resa nota dalla Consulta ieri sera con uno scarno comunicato. Per conoscere le motivazioni che, per la cinquantesima volta, ammettono una richiesta referendaria, bisognerà attendere una decina di giorni perché, come scrivono i giudici: "è in corso la redazione della sentenza". Ma una volta tanto, dal palazzo della Consulta, si fa capire che è stato tutto molto facile, semplice.

La scelta della Corte costituzionale manda in archivio settimane e settimane di polemiche sulle presunte pressioni sui giudici, interrogazioni parlamentari sulle "interferenze" politiche e sulle dichiarazioni contrarie al quesito di alcuni ministri. Ma la velocità della decisione, facilitata anche dalla circostanza che si trattava di decidere su un solo quesito, conferma che i quindici membri della Consulta, pressioni o non pressioni, hanno fatto di testa loro. D'altra parte, la giurisprudenza della corte e la stessa formulazione del quesito, li inchiodavano ad un verdetto favorevole che è arrivato senza grandi problemi, a larga maggioranza. E del resto dalla stessa corte si ricorda che quattro precedenti, i referendum Segni del 91 e 93 e quelli riformatori del 95 e 97, non lasciavano dubbi.

Il presidente Renato Granata, che ieri non ha pranzato a casa, primo piccolo segno dell'imminente decisione, dopo la relazione e il parere favorevole del relatore Riccardo Chieppa, non ha fatto altro che registrare la maggioranza dei sì e, visto che il dibattito risultava approfondito ma sterile (nel senso che i contrari, forse solo uno, non si lasciavano convincere) ha deciso di mettere ai voti l'ammissibilità. Dei sì e dei no non conosceremo mai nomi e motivazioni. La nostra legislazione, infatti, non consente di rendere esplicita la "dissenting opinion" e sembra proprio che, come nei conclavi vaticani, il foglietto con il risultato verrà bruciato.

La Consulta ha così ripassato la palla ai partiti che adesso hanno davanti due scenari: modificare la legge in Parlamento ed evitare così il referendum o aspettarne l' esito. Il primo scenario deve fare i conti con il poco tempo a disposizione. A termini di legge, infatti, gli italiani devono andare alle urne per votare il referendum in una domenica compresa fra il 15 aprile e il 15 giugno. Ma nella prossima primavera il calendario elettorale prevede già l'appuntamento del 13 giugno con elezioni amministrative ed europee. Le campagne elettorali inizieranno alla fine di aprile, quando è previsto anche l' avvio delle procedure per l'elezione del nuovo presidente della Repubblica. Elementi che fanno pensare si possa andare a votare domenica 18 aprile. Una data che vide trionfare, nel '93, un altro referendum targato Segni, quello che diede la prima spallata alla proporzionale e aprì la strada all' approvazione del "Mattarellum", la stessa legge, cioè, di cui oggi si chiede l'abrogazione.
Una data che però lascia poco spazio ai partiti e alle manovre per varare una nuova legge. A meno di un grande accordo che non si vede all'orizzonte. Accordo in cui speravano i proporzionalisti che puntavano sul voto negativo della Consulta. Adesso l'ipotesi di un ritorno al passato, magari attraverso l'adozione del modello elettorale tedesco, sembra accantonata.

E qui si apre il secondo scenario: votare e poi vedere cosa succede. Ma questa strada si intreccia con l'elezione del presidente della Repubblica, la proposta di riforma di Giuliano Amato, il risultato delle europee, la stabilità del governo. Troppe variabili. E in caso di vittoria del "sì", sono già nate due scuole di pensiero: chi vuole mettere le mani, adesso o dopo, nella legge elettorale e chi pensa che il sistema che uscirà dal voto sia un buon sistema. Alla prima scuola si iscrivono Massimo Villone dei Ds ed Enrico La Loggia (Fi), alla seconda Paolo Armaroli di An.


Grande festa per Segni & C.
"Ora andiamo fino in fondo"
I referendari non se l'aspettavano così presto.
E Prodi si genuflette davanti a Di Pietro

di SEBASTIANO MESSINA


ROMA - Sono stati colti così alla sprovvista che non hanno fatto neanche in tempo a mettere in frigo lo champagne: così hanno brindato, felici come pasque, con spumante caldo in bicchieri di plastica. No, una sentenza-lampo i promotori del referendum non se l'aspettavano proprio. Credevano di vivere la vigilia, non il giorno del sì. Alle 19,50, quando s'è acceso il semaforo verde della Corte costituzionale, Mario Segni stava per entrare in un cinema del centro, per mantenere una vecchia promessa alla moglie Vichi. Antonio Di Pietro era in viaggio per Grottaferrata, dove lo aspettava una festa organizzata da Willer Bordon. E Augusto Barbera passeggiava per Roma, chiacchierando al telefonino con Peppino Calderisi sulle voci che davano per imminente la decisione della Consulta. Barbera: "Una decisione così rapida sarebbe un buon indizio, vuol dire che danno via libera". Calderisi: "Augusto, ti dico la verità: mi pare una balla. Non ci credo. Il solito depistaggio. Oh, ecco il Tg1...". Pausa, poi Calderisi esplode nella cornetta: "Ammesso! Ammesso! Ammesso! Ammesso!".

Segni intanto è arrivato alla biglietteria, e sta per spegnere il cellulare quando arriva - provvidenziale - la telefonata di un giornalista. "Ma è sicuro, è ufficiale?" domanda, incredulo. Poi ci crede: "E' fatta! Vichi, è fatta: il referendum si farà!" esclama, abbandonando con un salto la fila davanti al cinema. Fino all'ultimo aveva ripetuto che tutte le ragioni erano dalla parte dell'ammissibilità, che il comitato aveva fiducia nella Corte e che il via libera era l'unico sbocco possibile, ma dentro di sé conservava intatta la diffidenza che gli si era stampata nel cuore quando aveva letto, al momento di presentare il referendum, la lista dei 15 giudici costituzionali, un elenco con tanti socialisti, ex democristiani e proporzionalisti dichiarati. La sentenza ha dimostrato che le sue erano davvero paure infondate.

Ma adesso tutti a via Belsiana, sede del comitato referendario: l'ora delle decisioni irrevocabili richiede champagne. Peccato che non se ne riesca a trovare, nelle vicinanze: arrivano solo quattro bottiglie di Ferrari brut a temperatura ambiente, e Tonino Perrelli - capo indiscusso dei referendari di Cosenza - comincia a stapparle una dietro l'altra, innaffiando anche il busto di Antonio Segni. Si fa cin cin con biccheri che fanno ciak ciak, e quello spumante caldo farebbe storcere la bocca anche a un astemio, ma nessuno ha il tempo di accorgersene. Segni, col bicchiere in una mano, cerca di usare l'altra per destreggiarsi tra quattro telefoni che squillano contemporaneamente, e fa il centralinista di se stesso. A tutti, ripete felice: "E' una giornata bellissima. Adesso gli italiani potranno portare fino in fondo la rivoluzione del maggioritario: finalmente lo scettro torna nelle mani dei cittadini".

Sul telefonino c'è Romano Prodi, il primo politico a farsi vivo: "Caro Mario, sono felice quanto te. E' una notizia bellissima. Ci dobbiamo vedere subito, subito". Sulla linea dell'ufficio c'è Antonio Martino, leader di quell'ala di Forza Italia che ha osato disubbidire al Cavaliere schierandosi per il referendum: "Hai visto che avevamo ragione noi?" chiede, ma è una domanda retorica: lui lo sapeva già, che aveva ragione. Sull'altra linea c'è Pierferdinando Casini, ormai convertitosi al maggioritario puro: "Il no sarebbe stato una pietra tombale, caro Mario. Adesso si riapre tutto, vedrai". La batteria del Viminale chiede a Segni se può passargli Achille Occhetto, il prezioso alleato del 1993: "Certo, me lo passi subito" risponde lui, però la linea cade, e chissà come l'ha presa l'ex segretario.

Proprio in quel momento arrivano Augusto Barbera e Claudio Petruccioli, i due diessini del comitato promotore, accolti con un abbraccio ricco di pacche dal padrone di casa: "Certo che quando siamo andati in Cassazione sembravamo una banda di disperati..." ricorda Petruccioli, guardandosi indietro mentre assapora il gusto della vittoria. Barbera annuisce, brinda, sorride, ma poi fa segno che bisogna andare. Dove? Alla festa di Bordon, in una villa di Grottaferrata. Sapeva in anticipo della sentenza? No, festeggiava i suoi cinquant'anni, e s'è trovato a festeggiare anche il referendum.

Bordon ha fatto le cose in grande. Più di cento invitati, griglia all'aperto per la porchetta e menù "frascatan-triestino", dove i rigatoni con la pajata si mescolavano con la jota, la minestra coi crauti della sua infanzia. Lui, il festeggiato, fresco coordinatore del movimento di Di Pietro, era felice come se avesse vinto al superenalotto: "Il più bel regalo me l'hanno fatto i quindici giudici della Corte, adesso nulla è più come mezz'ora fa" ripeteva brindando (lui sì) a champagne. Enzo Bianco, il presidente dei sindaci, alzava il calice insieme a lui: "Hai visto che i sindaci hanno portato fortuna al referendum? Vedrai come si ferma adesso l'ondata di riflusso...".

Poco prima delle dieci, a sorpresa, alla festa di Frascati è spuntato pure Prodi. Gli invitati l'hanno accolto con un applauso, e lui - gongolante - ha visto da lontano Antonio Di Pietro e Luigi Abete, li ha raggiunti e si è inginocchiato davanti a loro, come un cavaliere davanti ai suoi sovrani. "Tutta l'Italia vi è grata..." ha mormorato. Poi si è rialzato di scatto, abbracciandoli. Giusto in tempo: arrivava la torta.


I giudici: quesito chiaro
stavolta si sono fatti furbi

Decisione sulla base di 4 precedenti. Solo un voto contrario tra i Quindici
di LIANA MILELLA


ROMA - La tensione e i battibecchi della sentenza sul 513 sono stati solo un pallidissimo ricordo. Allora, due mesi fa, sembrava che stesse cadendo il mondo, dentro e fuori la Corte. Stavolta, invece, le preoccupazioni erano soltanto al di fuori del palazzo. Loro, all'interno, erano tutti e 15 molto tranquilli. Se c'era voluta più di una settimana per sbrogliare la matassa del 513, ieri è bastata una sola giornata. Anzi, di meno. La seduta è cominciata regolarmente alle 9 ed è proseguita fino alle 13. Poi il lungo, abituale break. Alle 17 la ripresa. Pochi minuti dopo le 19,30 era già tutto finito. L'ufficio stampa, retto dal solerte Mario Bimonte, era già stato allertato dalla metà del pomeriggio. Ed era pronto per rendere nota una decisione presa a tamburo battente, ma tale da poter incidere profondamente sul quadro politico. La sentenza era: referendum ammissibile.

Che l'orientamento fosse questo s'era già capito prima del pranzo. Inequivoca la relazione di Riccardo Chieppa conclusa con un sì. Senza dubbi o esitazioni. Il primo giro di interventi confermava l'impressione. Il secondo la radicava in modo definitivo. Praticamente tutti favorevoli, una maggioranza larghissima. Quanti per il sì, quanti per il no? La segretezza delle sedute imporrebbe di non divulgare il dato, ma qualcuno sussurra che i sì siano stati addirittura 14 e uno solo quello contrario.

È stato un "sì scontato" dice un giudice. Una "via obbligata" si lascia scappare un altro. "Non poteva che andare così" commenta il terzo, che si fa anche una gran risata pensando alle polemiche e alle illazioni dei giorni precedenti. "Ma quali pressioni politiche, suvvia - bisbiglia il nostro interlocutore -. Su che cosa avrebbero dovuto premere? La Consulta s'era data dei criteri rigidi in fatto di referendum, che sono stati applicati".

È stato così facile che, a tempo di record, la sentenza sarà già pronta per la prossima settimana. La scriverà Chieppa. Sarà una motivazione breve. Che spiegherà gli scarni retroscena della decisione. I giudici hanno deciso partendo dai referendum precedenti. Quattro casi, quattro voti differenti. La sentenza 47 del 1991: era il referendum Segni sui voti plurimi di preferenza. Poi la 32 del 1993, proponente ancora Segni, sul sistema elettorale del Senato. La 5 del 1995 e la 26 di due anni dopo sulla quota proporzionale del 25% per Camera e Senato proposto da Pannella e bocciato. Per un semplice motivo. Si trattava di un quesito "omogeneo, chiaro, univoco", ma a cui mancava un fondamentale requisito: se fosse stato approvato ci sarebbe voluta una legge per ridisegnare i collegi. Mancava, in pratica, la cosiddetta autoapplicabilità. Se la Corte avesse detto sì, immediatamente si sarebbe determinato un vuoto legislativo.

"I nuovi referendari si sono fatti furbi" hanno commentato più volte i giudici in questi giorni. Perché il nuovo referendum aveva tutte e quattro le caratteristiche. I quesiti erano "omogenei, chiari, univoci". E la disciplina destinata a rimanere in vita non comportava un intervento legislativo. E quindi ieri uno dei 15 giudici poteva commentare: "Avete visto? La Corte, tanto criticata, non ha adottato alcun criterio politico. Ma semplicemente dei parametri tecnici". E adesso cosa dovrà fare il Parlamento? Il giudice se la ride: "Di questo non ci dobbiamo far carico noi. Spetta a loro".


Berlusconi: serve la legge elettorale
Maggioranza divisa. Palazzo Chigi:
il referendum non garantisce stabilità
di GIANLUCA LUZI


ROMA - Solo uno stringato commento, nemmeno sotto forma di nota o di comunicato, ma solo come valutazione di ambienti di Palazzo Chigi: il governo rispetta la decisione presa dalla Consulta sul quesito referendario. Poche parole per dire che Palazzo Chigi non ha nulla da obiettare al verdetto, ma che lo accoglie senza fargli festa, anzi quasi dissimulando un certo fastidio.

Perché è un ulteriore elemento che può turbare la stabilità del governo e perché secondo D'Alema l'abolizione pura e semplice della quota proporzionale in una elezione maggioritaria a turno unico non risolve il problema della governabilità, anzi manterrebbe inalterato il potere di ricatto dei piccoli partiti. Ci vuole quindi una legge e - come ha detto più volte - il presidente del consiglio è favorevole al doppio turno di collegio. E una legge la chiede anche il capo dell'opposizione che pure solo qualche mese fa decretò la fine di quella commissione bicamerale presieduta proprio da D'Alema che avrebbe dovuto riformare sia la legge elettorale che l'assetto istituzionale.

"L'ammissione del referendum - dice Berlusconi - è un ulteriore stimolo al Parlamento affinché si assuma finalmente la responsabilità di una nuova legge elettorale che rafforzi il bipolarismo, garantisca stabilità ai governi, impedisca i brogli elettorali e il tradimento del voto degli elettori".

Il problema è che per fare una legge elettorale ci vorrebbe un accordo fra i partiti, che finora è mancato. E D'Alema vede con grande sospetto il fatto che in Parlamento ci sia un vasto favore per il referendum a cui non si accompagna un'intesa su quale legge fare.

Immediatamente dopo la sentenza della Consulta, alla festa dei referendari e di parte del Polo si è contrapposta la reazione dei popolari, di Rifondazione comunista e della Lega. E subito sono nati i comitati del no. "La decisione della Corte costituzionale è una vera iattura democratica" è il grido di dolore di Graziella Mascia coordinatrice di Rifondazione. "A questo punto noi saremo impegnati con tutte le forze politiche a dar vita a un fronte che rappresenti le ragioni del no". Anche Bossi è per il no: "Chiederemo agli elettori di votare contro perché il proporzionale è l'unica formula elettorale seria di rappresentanza".

Il segretario dei popolari Franco Marini è contrario al referendum ma non drammatizza: "Rispetto la decisione della Corte, non mi strappo i capelli. La Corte ha ammesso il referendum, facciamolo: lo affronteremo a viso aperto". E anche il portavoce dei verdi Manconi si prepara: "Affronteremo questa prova. Confermiamo il nostro giudizio, si tratta di un referendum sbagliato".

Ma a queste voci contrarie, che temono un drastico ridimensionamento del peso dei partiti, fanno da contraltare i favorevoli, presenti - così come i contrari - sia nella maggioranza che nell'opposizione. Walter Veltroni, segretario dei Ds, è certo che "il referendum apre una prospettiva di rafforzamento del sistema maggioritario e del bipolarismo. Saremo nel dibattito dei prossimi giorni e nella campagna elettorale con la nostra proposta di un sistema uninominale a doppio turno di collegio sul modello francese. Proposta - ricorda Veltroni - che fu avanzata dall'Ulivo nel '96 e che appare in perfetta coerenza con il contenuto del referendum".

Anche Gianfranco Fini è convinto che con il sì della Corte costituzionale si avvicini il momento di una nuova legge elettorale: "Ora che la parola passa ai cittadini siamo certi che una nuova legge compiutamente maggioritaria e antipartitocratica è più vicina". E nel suo partito c'è chi, prendendo spunto dal referendum e dalle prospettive politiche che apre, lancia il progetto di partito unico dei moderati. "Le forze del centrodestra - dicono Gasparri e Bocchino - devono cogliere l'occasione referendaria anche per accelerare il lavoro di costruzione di una casa comune dei moderati".

Tra i più felici della decisione della Consulta c'è il leader dell' Ulivo Romano Prodi, convinto che adesso "comincia una bella battaglia". Il sì della Consulta apre "una stagione e una prospettiva di profondo rinnovamento. Nella direzione della compiuta realizzazione di una democrazia dell'alternanza nella quale i cittadini ritrovino tutte intere le ragioni della partecipazione alla politica e di una rinnovata fiducia nelle istituzioni. L' Ulivo - dice Prodi nel giorno che ha rilanciato la coalizione - saprà giocare da grande protagonista".

 

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