Referendum,
sarà sentenza lampo ROMA - Il momento tanto atteso è arrivato: i quindici giudici della Consulta hanno ascoltato le ragioni degli "avvocati" del referendum e da ieri pomeriggio sono chiusi in conclave per decidere la sorte del quesito Segni- Di Pietro. E sembra proprio che la decisione potrebbe arrivare presto, forse già fra due o tre giorni. Una previsione che si basa sul "clima sereno" in cui i rappresentanti del comitato promotore hanno svolto le loro argomentazioni difensive e sulla normalità del calendario dei lavori della corte della settimana prossima. Serenità e rapidità nella decisione vengono letti come punti a favore di Segni e compagni. Al punto che Marco Pannella, uno che di referendum e verdetti se intende, dice polemico: "La notizia che vi diamo è che la Corte dirà sì e, questa volta, riporrà la sua berretta nel cassetto". Non c'è soddisfazione nelle parole del leader radicale, piuttosto un indice puntato contro la stessa Consulta - che l'anno scorso bocciò molti quesiti della Lista Pannella - il Quirinale e i partiti favorevoli al referendum. Ma le antenne di Pannella captano probabilmente qualcosa di nuovo. E ieri, puntuale, il totoreferendum in Parlamento che impazza segnalava un mutamento dell'umore generale e dava vincente il sì con tanto di cifre: otto favorevoli e sette contrari. Il dato certo è che dopo tante risse e insinuazioni i giudici vogliono decidere in fretta. Starebbero pensando anche seguire una prassi fino ad oggi usata una sola volta: raggiungere un verdetto e comunicare subito l' esito, lasciando poi una settimana di tempo al relatore Riccardo Chieppa per stendere le motivazioni. Unica controindicazione la settimana di polemiche feroci che si scatenerebbero. Soprattutto in caso di un no. Occhi puntati, quindi, sulla Corte, e sui quindici giudici che ieri pomeriggio si sono presentati nella sala Pompeiana del Palazzo della Consulta in abiti civili. Beniamino Caravita, Giovanni Motzu e Federico Sorrentino, i tre difensori del quesito, il quarto, Paolo Barile, era assente, non si sono trovati quindi davanti a toghe ed ermellini. I tre giuristi hanno parlato per un' ora, cercando di dimostrare l' ammissibilità del referendum in base alle precedenti sentenze della Corte e smontando le possibili obiezioni giuridiche al quesito. Tesi note: è manipolativo nella misura richiesta dalla stessa corte, è univoco, chiaro ed omogeneo. Comunque i tre avvocati hanno pensato bene di integrare la loro prima memoria difensiva con altre quaranta pagine aggiuntive. Alla fne se ne sono andati "molto soddisfatti". Caravita sottolinea, in particolare, i passaggi in cui si è cercato di "precisare gli aspetti normativi della risulta che è comunque a disposizione del legislatore", ricordando come il quesito sia autoapplicativo. Il giurista continua contestando anche la tesi della disparità di trattamento fra i candidati, in quanto non esiste perché "la ripartizione dei collegi avverrà su base circoscrizionale e non su una lista unica nazionale". Così come non reggono, secondo il comitato, le obiezioni sulla impossibilità di surrogare gli eletti con il nuovo metodo o gli appunti mossi sul titolo del quesito dal presidente emerito Ettore Gallo. Aspetti tecnici che, spiega Caravita, "i giudici hanno ascoltato in un clima sereno, molto tranquillo. E adesso aspettiamo fiduciosi che lo ammettano". E anche dai membri della Corte è arrivata la conferma di questa serenità, alla fine della riunione si è parlato di "una grande civiltà degli avvocati". Usciti i tre, è iniziata la camera di consiglio vera e propria e i giudici hanno ascoltato Chieppa che però non ha ancora tratto nessuna conclusione. Una volta sentito il suo sì o no, i giudici interveranno una volta, forse due, partendo dal più giovane, e alla fine si voterà. In questi giorni i quindici giudici hanno avuto modo di esaminare già il materiale messo a disposizione, si parla di otto faldoni, e più di uno avrebbe sottolineato la difficoltà della scelta, soprattutto sulla questione più delicata: il quesito è manipolativo o no? |
Quelle famiglie
divise in nome del bipolarismo ROMA - Di qua c'è Walter Veltroni; di là, naturalmente, Massimo D'Alema. Di qua, con la bandiera da tempo adagiata sulle spalle, sta Gianfranco Fini. Di là, silenzioso ma fermo sulle sue posizioni, è Silvio Berlusconi ("Ci sono state fin troppe pressioni, lasciamo decidere alla Corte e poi vedremo cosa fare"). È un referendum rovina famiglie. "Rovina i partiti", accusa all'ultima ora dell'ultimo giorno utile il presidente del Consiglio: "Vedo che c'è un larghissimo favore, il referendum è sostenuto pressoché da tutti. Una cosa un po' curiosa. Quando tutti i partiti sostengono un referendum antipartitocratico c'è qualcosa che non funziona". Curiosità per curiosità: il curriculum del quesito che la Corte costituzionale sta giudicando è nato con il permesso, e finanche il voto, del padre della legge, il cosiddetto Mattarellum, che bisogna uccidere. Era il 16 giugno 1993 e Sergio Mattarella lasciò passare in aula un emendamento del pannelliano Peppino Calderisi che, con un arzigogolo tecnico, creava le basi per rendere una delle norme elettorali in discussione buona per una prevedibile, futura sforbiciata referendaria. La Camera, sonnacchiosa, approvò senza intendere, ma Mattarella all'onorevole Calderisi mandò due righe: "Non pensare che non abbia capito a che cosa è mirato l'emendamento sulle schede che abbiamo fatto approvare al posto di quello predisposto da me". Appunto, per fare il referendum. Che cinque anni dopo, (7 marzo 1998, intervista all' Unità), Mattarella definisce "un imbroglio degli elettori, un sabotaggio delle riforme, un siluro alla credibilità delle istituzioni". Leggere, per credere. Il liberale Giuliano Urbani (Forza Italia) lo giudica di un assassinio del bipolarismo, e quelle facce così diverse "un'armata Brancaleone" che ha avviato "un'iniziativa malamente incauta, goffamente velleitaria e clamorosamente rivelatrice". Il liberale Antonio Martino (Forza Italia) ci ha messo la faccia e le bretelle, per la foto di gruppo del comitato promotore. Martino insieme al populista e giustizialista Antonio Di Pietro. Di Pietro con il conservatore Segni. Segni con il progressista Petruccioli. E poi il professor Barbera e l'industriale Luigi Abete. Tutti in camicia. L'unico in gilet, Francesco Cossiga, è stato anche l'unico ad aver cambiato bandiera. Mano a mano che l'Udr prendeva corpo lui ha cambiato idea e compagnia. Il quesito è divenuto presto, per i suoi nuovi amici del nuovo partito, e forse anche per lui, una "fregatura". Percorso inverso deciso da Romano Prodi, tanto silenzioso al tempo di palazzo Chigi, che ha voluto farsi ritrarre, sorridente come sempre, al grande show di quelli che D'Alema ha bollato come i dirigenti di partito che attaccano la partitocrazia. C'era Prodi e c'era Veltroni, c'era Fini e Casini alla riunione dei referendari. Facce nuove nella grande famiglia che si schiera accanto al quesito. Di là, nel bunker del fronte del no resistono Franco Marini ("è una clava contro la democrazia dei partiti"), e i verdi, Cossutta e Bertinotti, con la benedizione dei presidenti di Camera e Senato, Nicola Mancino e Luciano Violante. Tra i sì ci sono degli ultimissimi arrivi: da segnalare la conversione, resa pubblica solo ieri, di Francesco Rutelli: "Ho sbagliato a non firmarlo, l'ho fatto per la Bicamerale. Sono pentito...". Non pentito, ma certo cambiato appare Mauro Paissan, ambientalista contro. Adesso non si augura più la bocciatura del quesito: "Che questo referendum si faccia, per quanto ridicolo possa essere il suo esito". La lista finisce qui. Resta da segnalare, al centro dell'incrocio impazzito del Palazzo, la posizione di Marco Pannella. Ha raccolto le firme contro la proporzionale, ma è contro il quesito che l'abroga: "Sono contro i nuovi referendari, il quesito è manipolativo". Pannella, che per una vita ha preso di mira la Corte costituzionale, colpevole di essere "la cupola del regime" per i reiterati no ai suoi referendum, oggi è contro la Corte che "riporrà la sua Beretta nel cassetto", e "dirà sì" al referendum. |