la Repubblica

Sabato, 9 gennaio 1999


Segni: «È solo un pasticcio per bloccare il referendum»
di SILVIO BUZZANCA


ROMA - Professor Segni, l'ultima proposta di Giuliano Amato trova molti consensi...
"Parliamoci chiaramente: questa non è una proposta che supera il quesito, vuole evitare il quesito. Chiediamo che si cancelli dalla legge elettorale il metodo proporzionale. Se il Parlamento fa una legge di questo genere, felicissimi. E il sistema c'è, è semplice: creare tanti collegi quanti sono i deputati. Che poi si adotti il modello Westminster o il doppio turno alla francese, è un'altra questione. Ma se si mantiene la quota proporzionale, anche cambiando qualcosa, sarebbe un'autentica truffa impedire ai cittadini di votare. Poi, che questa proposta passi non ci crede nessuno, nemmeno Amato ed Elia. Vuole creare un clima che fornisca un alibi a chi dentro la Corte volesse bocciare il referendum. Nel merito mi sembra che per superare la grande disputa fra monoturnisti e doppioturnisti hanno inventato il turno e mezzo".

Perché questa proposta non dovrebbe avere futuro? Sembra fatta apposta per mettere d'accordo tutti.
"Ma perché nasce dalla paura del referendum, dal tentativo di dare la sensazione che il Parlamento riesca a modificare la legge anche senza referendum. Ma è pensabile che questo Parlamento, che non riesce neanche a mettere uno sbarramento minino per le europee, possa fare una riforma elettorale seria? La prima impressione è di un pasticcetto macchinoso e farraginoso che non sceglie e quindi è destinato a non risolvere i problemi".

Una bocciatura totale?
"Sì. Anche perché c'è una considerazione politica: questo sistema servirebbe solo a rimettere in gioco Bossi, vorrebbe dire farlo diventare l'arbitro della situazione fra una maggioranza e l'altra".
Crede che ci sia già un accordo con la Lega?
"Questo non lo so, ma se a Bossi si regala la possibilità di essere l'arbitro credo che sia pronto ad accettare. Ma mi perdoni, per me il fatto del giorno non è la proposta Amato...".

Quale sarebbe questo fatto?
"Si continua ad affermare che i giudici della Consulta voteranno sull'ammissibilità del referendum secondo appartenenze politiche. Non possiamo permettere che si viva nel sospetto che la Consulta abbia scelto sulla base di pressioni. Per questo chiediamo che la decisone venga presa alla luce del sole, anticipando la riforma sulla cosiddetta "opinione dissenziente" che noi invochiamo da tempo. Si dimostrerebbe ai cittadini che tutto viene fatto nella chiarezza: si conoscerebbero motivazioni, voti e nomi dei giudici".

Le indiscrezioni sul voto dei giudici la preoccupano molto? Si sussurra anche che il comitato sappia già dell'orientamento negativo della maggioranza e per questo gridi al lupo al lupo...
"Chi dice questo offende la Corte più che noi. È una menzogna. C'è in atto una campagna che sostiene che la Consulta ha già deciso per motivi politici, ribadisco politici. Perché ci sono tanti giudici vicini a questo partito, tanti a quell'altro, tanti vicini a Tizio, tanti vicini a Caio. Questa è la politicizzazione ufficiale della Corte e la sua fine come strumento di giustizia costituzionale. Noi continuiamo ad avere fiducia nella Consulta e questa campagna contro di noi serve a coprire il fatto che non esiste uno studioso di diritto costituzionale che sostenga un motivo di inammissibilità del nostro quesito".

Tutti sarebbero contro il referendum. Lei pensa sempre che il presidente della Repubblica sia estraneo alle pressioni sui giudici? Molti di coloro indicati come propensi alla bocciatura li ha nominati Scalfaro o sono di area popolare.
"Continuo a pensarlo. Lo credo ancora, non ho il minimo dubbio. Ma c'è una cosa che mi ha colpito, rammaricato, mi ha lasciato esterrefatto. "Il Messaggero" riporta frasi fra virgolette di un giudice costituzionale, Francesco Guizzi, pronunciate fuori da una sede istituzionale. Frasi che dimostrerebbero un atteggiamento preconcetto. Io non voglio credere che siano state pronunciate e sono sbalordito che non sia ancora arrivata una smentita. È un fatto grave, che va ben oltre la stessa sentenza, un fatto che se fosse vero minerebbe le istituzioni".

Fra chi opererebbe pressioni ci sarebbe anche D'Alema...
"Intanto io apprezzo la smentita di Palazzo Chigi. E questa smentita mi rende ancora più sorpreso davanti al silenzio del giudice".


Riforme, via libera ad Amato
Ora sulla legge elettorale si tratta con il Polo
di SILVIO BUZZANCA


ROMA - Giuliano Amato ha convinto la maggioranza sull'efficacia della sua proposta di legge elettorale e ha ricevuto un mandato per aprire un confronto "aperto" con il Polo. Un dialogo che però appare difficile, visti i commenti a caldo del centrodestra alla proposta di "doppio turno eventuale". "È un beverone, un super ibrido, è stato i commento di Beppe Pisanu. Il capogruppo di Forza Italia alla Camera non chiude le porte al dialogo, ma pone come condizione "la creazione di condizioni politiche minime: non si possono fare contemporaneamente i ribaltoni, le leggi antiribaltoni e le riforme".

Un confronto, quindi, difficile, su cui pesano anche le polemiche sul referendum, sulle presunte "interferenze" e pressioni di ministri, del governo e del Quirinale sulla Corte costituzionale. Che a sua volta viene descritta come già orientata a bocciare il quesito.

Un clima pesante che alla fine ha costretto Palazzo Chigi a fare sentire la sua voce per ribadire che "non c'è da rispondere a quanti inseguono voci, indiscrezioni e insinuazioni sull'atteggiamento del presidente del Consiglio rispetto alla vicenda del referendum". Per D'Alema, spiega la nota, "vale sempre il rigoroso rispetto dell'autonomia, delle prerogative e dell'alta funzione della Corte", il solo organo deputato a decidere sull'ammissibilità del referendum.

Una risposta a stretto giro di posta a Mario Segni e ai deputati forzisti Peppino Calderisi e Marco Taradash. Il leader referendario, prendendo spunti da alcuni articoli apparsi sul Foglio e sul Messaggero, denunciava le presunte pressioni di Luciano Violante sul giudice costituzionale Guido Neppi Modona e la "gravissima" dichiarazione, sempre presunta, di un altro membro della Consulta, Francesco Guizzi, secondo cui il quesito sarebbe "incostituzionale". Il deputato forzista, uno dei promotori del referendum, invece, sempre in relazione alle stesse fonti, ha chiesto con un'interrogazione a D'Alema di sapere come si conciliano le dichiarazioni ostili al referendum di alcuni ministri, Ortensio Zecchino, Gianguido Folloni e lo stesso Amato, con la neutralità del governo sulla materia.

Nonostante questo clima ieri mattina i partiti del centrosinistra sono riusciti a dare il via libera all'ipotesi Amato e si sono anche detti d'accordo ad eliminare lo scorporo. Restano ancora tutti aperti i capitoli della quota proporzionale e del modo di accesso al secondo turno.

Il via libera ad Amato è arrivato ieri mattina al Senato, alla fine di un vertice di maggioranza atteso, forse temuto. Ma alla fine il Dottor Sottile ha potuto annunciare di avere registrato sulla sua proposta "un orientamento condiviso da parte di tutti i partiti della maggioranza con alcune perplessità su qualche punto specifico dell'accordo". "A questo punto - ha detto Amato - sono autorizzato ad aprire subito il confronto con l'opposizione". Il ministro ha ricordato che il Polo aveva chiesto una proposta che da ieri c'è. Condizione minima per avviare un confronto che però non sarà prendere o lasciare, "chiavi in mano", ma a "maglie larghe". Il dialogo, si fa capire, è indipendente dalla sorti del referendum e i contenuti potranno tornare buoni in Parlamento sia in caso di approvazione popolare del quesito Segni-Di Pietro, sia che la Consulta lo bocci.

Sulla proposta di abbassare al 40 per cento la soglia minima per conquistare un seggio - ha spiegato Amato - "si innesta uno schema più ampio che vede la sopravvivenza della quota proporzionale, che, tra l'altro, neppure il referendum chiede di abolire. A questa quota, però, si accederebbe senza liste bloccate, ma avvalendosi di candidati presentati nei collegi maggioritari". Alla fine tutti i partecipanti alla riunione, compresi i popolari Leopoldo Elia e Dario Franceschini, erano ufficialmente soddisfatti dell'esito. Anche se nei commenti dei Ds traspriva una certa freddezza per una soluzione che registra un passo indietro rispetto al doppio turno di collegio.

 

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