L'ex presidente della Corte
costituzionale: «Troppe pressioni»
«La Consulta
stavolta ha poco da obiettare»
Caianiello: l'abrogazione
della quota proporzionale non crea vuoto legislativo
di Alessandro
Caprettini
ROMA. Secondo lui,
non è altro che un «modesto consiglio per prevenire»
possibili nuove bufere per la Consulta. Per altri che ne
hanno discusso, l'idea di Vincenzo Caianiello, presidente
emerito della Corte costituzionale, è «l'uovo di
Colombo» di una situazione a rischio. Di che si tratta?
Della possibilità che la Corte costituzionale, ormai
alla vigilia di una decisione che si presenta tra le più
drammatiche degli ultimi anni -quella sul referendum che
reclama l'abolizione della quota proporzionale-, possa
decidere per la prima volta nella sua storia di emettere
una motivazione comprensiva anche dei ragionamenti di una
eventuale minoranza. «Servirebbe a svelenire l'atmosfera
-rivela Caianiello-, a far capire che ci sono state
opinioni diverse in camera di consiglio, senza far
emergere i nomi di chi le ha sostenute. E l'opinione
pubblica potrebbe a quel punto valutare le tesi a
confronto». Il tutto, grazie a un regio decreto del
'42...
Presidente Caianiello,
sulla Consulta spirano venti di tempesta...
«È così. E devo dire che nonostante io auspichi il
sì al referendum, ritengo che proprio i referendari
stiano facendo pressioni esagerate sulla Corte».
Si limita ad auspicare
il via libera della Consulta o trova che la richiesta dei
referendari abbia fondamenti solidi?
«Diciamo che, sulla base della giurisprudenza della
Corte degli ultimi anni, se fossi il difensore delle
ragioni dei referendari avrei buonissimi argomenti da
spendere. Certo, in materia di diritto molto è
opinabile, ma nelle precedenti occasioni in cui la
Consulta si è occupata di legge elettorale, il dato
fondamentale era che, caduta la legge, si sarebbe creato
un vuoto. Di qui, l'inammissibilità. Stavolta invece il
vuoto non c'è. Poi c'è il problema della manipolazione
che la Consulta ha lamentato in altra occasione. Ma
l'argomento stavolta non regge. Un referendum abrogativo
sulla legge elettorale non è inammissibile tout
court, visto che nel '91 e nel '93 furono ammessi i
referendum. E poi c'è una recente decisione della
Consulta a eliminare il vuoto manipolativo».
Che vuol dire?
«Ho criticato la recente sentenza sul 513: secondo
me, la Corte non può fare bilanciamenti. Ma così ha
deciso con una sentenza che, essa sì, era manipolativa.
E allora come può arrogarsi il diritto di creare una
sentenza manipolativa sui pentiti e dichiarare che il
referendum, anch'esso abrogativo, non può esserlo? Credo
che questo sia un argomento in più per i referendari».
Presidente Caianiello,
comunque decida la Corte, c'è chi ritiene che vadano
riformati i suoi poteri. Lei che ne pensa?
«Non sono d'accordo. Capisco che il legislatore,
sentendosi spodestato dalla Corte, possa cercare di
riappropriarsi del suo ruolo. Ma poiché proprio il
legislatore ha il potere d'intervenire nel merito, non
vedo perché dovrebbe insistere nell'obiettivo di tagliar
le unghie alla Corte che, in questi ultimi anni, ha
svolto in modo eccellente le sue funzioni».
Lei non vede nemmeno la
necessità di introdurre la dissenting opinion,
il principio per il quale anche le minoranze possono far
sapere pubblicamente il perché della loro contrarietà?
«Su questo mi sono messo al lavoro e ho scoperto che
un modo per rendere nota l'opinione dissenziente dalla
maggioranza c'è già nel nostro ordinamento, senza che
sia necessario varare una nuova legge e tantomeno un
nuovo regolamento. La Corte ha un regolamento varato con
legge dell'11 marzo '87 in cui si prevede che, per quel
che non è esplicitamente previsto, si applica il
regolamento per i giudizi davanti al Consiglio di Stato.
E nell'articolo 45 del regolamento del Consiglio di Stato
del 21 aprile '42, si prevede appunto che i membri di
minoranza possano chiedere di inserire a verbale la loro
ragionata argomentazione».
Insomma già esiste la
possibilità di far conoscere l'opinione dissenziente?
«Non così automatica, perché al Consiglio di Stato
si applica in campo consultivo e non giurisdizionale, ma
la norma c'è. Non costerebbe nulla applicarla. Anzi,
quella sul referendum elettorale mi pare occasione d'oro.
Sia pure con cautela, sarei dell'opinione di tener di
conto questa ipotesi, che potrebbe soffocare i tanti
veleni già emersi. Introdurre il principio dell'opinione
dissenziente per legge, invece, mi par difficile, anche
perché è ipotesi che prevede di fare anche nomi e
cognomi dei dissenzienti, cosa che contribuirebbe a un
ulteriore degrado delle istituzioni».
Per lei, dunque, la
Corte potrebbe agire in questo senso? La minoranza
potrebbe appellarsi al regio decreto del '42?
«Non vedo quale ostacolo vi sarebbe a far conoscere,
subito dopo l'opinione della maggioranza, quella della
minoranza. Entrambe, naturalmente, con tanto di
argomentazioni».
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