RCS on Line - Corriere della Sera

Domenica, 31 gennaio 1999


L'INTERVENTO
Barbera: il «pasticcio» non è nel quesito
di AUGUSTO BARBERA

Spetta ormai ai cittadini pronunciarsi se andare avanti sulla strada del bipolarismo, aperta dai referendum del '91 e del '93, o addirittura tornare indietro. Il tema posto dal quesito referendario all'attenzione degli elettori riguarda quindi la sorte dei partiti, la loro stessa identità. Com'è noto, la normativa che vien fuori dai referendum lascerebbe spazio solo alle coalizioni e a forti partiti non coalizzati. Lascerebbe spazio quindi al Polo, all'Ulivo, alla Lega o a Rifondazione e a qualcun altro. Non sarà possibile, come invece previsto dal Mattarellum, che un partito stia in un'alleanza nei collegi uninominali (stesso candidato, stesso programma, stesso candidato premier) e ricerchi invece una destabilizzante visibilità nella quota proporzionale, in concorrenza con gli alleati.

È questione non banale. Comporta la scelta fra un sistema in cui i partiti continuino a essere protagonisti e un sistema in cui le coalizioni acquistino soggettività politica, fino a lambire i confini del bipartitismo.

Di fronte a questioni così decisive per il Paese, che richiederebbero un dibattito serrato e chiarificatore, si cerca di sfuggire al confronto. Due le strade seguite per confondere le acque.

La prima è alimentata da improbabili e pasticciati testi di mediazione che mettono insieme tutto, proporzionale e maggioritario, partiti e coalizioni, decisioni degli elettori sul governo e spazio alle tradizionali manovre parlamentari. Per raggiungere questo risultato, si tenta di criticare il quesito - ecco la 2ª via seguita - non per i problemi reali che pone (partiti o coalizioni?) ma per i problemi che ipoteticamente potrebbe porre.

Da qui la storia delle due possibili «maggioranze ribaltate». L'inventore di questa strategia è stato Sergio Mattarella, ma ha finito per appassionare Massimo D'Alema e, sulle colonne del Corriere di ieri, Stefano Passigli.

Devo dire che al riguardo Mattarella se ne intende davvero, avendo egli costruito la legge che porta il suo nome proprio allo scopo di evitare che dalle urne uscisse una maggioranza in grado di scalfire il potere dell'allora Dc. Non voglio portare calcoli complicati. Ma è chiaro che, se una coalizione conquista il maggior numero di collegi uninominali potrà essere ribaltata dall'azione combinata dello «scorporo» e della quota proporzionale (155 seggi assegnati con la proporzionale implicano che la coalizione vincente nei collegi uninominali - che nella situazione italiana difficilmente raggiungerà più del 40-42% dei voti - avrà circa 55 seggi contro i 100 circa delle opposizioni). Ma questo potrebbe avvenire - dice Passigli - anche per effetto della normativa che verrebbe fuori dal quesito referendario. Egli ipotizza che una coalizione che «vince» in 314 collegi (2 seggi in meno della maggioranza assoluta) possa poi perdere in tutti (ripeto, tutti!) i seggi da assegnare con il recupero. Già il senso comune dovrebbe portare a considerare una tale ipotesi del tutto irreale. Ed essa infatti è pressoché impossibile per la «legge dei grandi numeri» (e lo sarebbe anche nel caso in cui una coalizione vinca in un numero più ridotto di collegi uninominali). Per legge statistica, una coalizione che vince nella maggioranza dei collegi uninominali otterrà tendenzialmente la stessa percentuale di seggi aggiuntivi. Si tratta inoltre di un'ipotesi non solo improbabile ma contraddetta dalla geografia politica del Paese (come è noto la graduatoria dei candidati con la migliore cifra individuale si fa circoscrizione per circoscrizione). Se la coalizione «vincente» è il Polo, avrà i «meglio perdenti» in Emilia o Toscana. Se vincitore è l'Ulivo, avrà i meglio «perdenti» in Sicilia.

 

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