Il fronte
del sì festeggia ma si divide MILANO - La gioia è trasversale: gli «opposti» Fini e Veltroni per una volta accomunati dalla stessa soddisfazione; gli ex cugini scudocrociati Prodi, Cossiga e Casini che salutano l'evento con parole quasi identiche; il forzista Taradash che si unisce al brindisi del postcomunista Occhetto e del postdemocristiano Segni. Ma anche la delusione è trasversale: il ppi Marini e il senatur Bossi insolitamente uniti nell'annunciare una crociata a favore delle ragioni del no al maggioritario; i comunisti di Rifondazione di nuovo abbracciati agli ex fratelli cossuttiani; Verdi e socialisti pronti a dare battaglia assieme ad alcuni forzisti. In mezzo, costretto a fare buon viso a cattiva sorte, Silvio Berlusconi, che continua a sperare in una riforma elettorale fatta dal Parlamento. E, prigioniero di una neutralità istituzionale, il premier Massimo D'Alema, «rispettoso» delle scelte della Corte. Il via libera al quesito antiproporzionale scompagina, divide, mescola. Costringe i partiti a rielaborare strategie e prospettive. Ma soprattutto - alla luce di un calendario che prevede l'elezione del capo dello Stato, le europee, una robusta tornata amministrativa e adesso anche il referendum - trasforma i prossimi mesi in una sorta di percorso di guerra, i cui riflessi potrebbero pericolosamente allungarsi anche sul governo D'Alema. Notte magica, tra brindisi e pacche sulle spalle, nel quartier generale dei referendari a villa Grazioli, tra i castelli romani. Non sta nella pelle Achille Occhetto: «Stupendo, si aprono momenti importanti». «Siamo felici, siamo felici...» saltella come un ragazzino Mariotto Segni, veterano di referendum elettorali. Tace Di Pietro, ma parlano i suoi: «Ora nulla è più come mezz'ora fa...» dice enfatico Willer Bordon. Festa grande, dietro alla quale però già si intravedono le prime profonde spaccature. Che fare se, come pare a tutti probabile, nelle urne vinceranno i «sì» all'abolizione della proporzionale? La legge elettorale che ne uscirà dovrà essere immediatamente operativa o sarà necessario un intervento del Parlamento? Taradash e Bordon, pasdaran del maggioritario, mettono le mani avanti: «Non vogliamo pasticci, a questo punto è il popolo che decide». E Segni rincara: «Non vogliamo leggi truffa». Ma Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini la pensano diversamente: il referendum dev'essere solo «uno stimolo per approvare in Parlamento un nuovo sistema compiutamente maggioritario e antipartitocratico». E poi c'è Walter Veltroni, leader ds, che inserisce nella festa un distinguo destinato a pesare: «Si va verso un rafforzamento del bipolarismo e i Ds rilanceranno la loro proposta di un doppio turno di collegio alla francese». Parole che sono musica per Romano Prodi - che ha già fatto sapere di voler giocare in prima persona la partita referendaria per rilanciare il suo Ulivo (previste altre scintille con Cossiga) - ma non certo per gli uomini del Polo, da sempre diffidenti verso il doppio turno. Insomma, smaltita la sbornia, il fronte del «sì» ne avrà di nodi da sciogliere. L'esercito del «no»? Compatto, battagliero, anche se attraversato da un pizzico di rassegnazione. Da Marini, a Bossi, a Boselli, passando per Manconi, Cossutta e Bertinotti, la linea è praticamente già decisa: opporsi con tutte le forze alla prevedibile marea di consensi che spazzerà via quello che resta della proporzionale. I comitati per il «no» partiranno a giorni in tutta Italia. «Continuo a considerare quel quesito inammissibile... - ha affermato Armando Cossutta, che ora spera in un accordo sulla legge elettorale - comunque raccoglieremo il più possibile di firme». Al suo fianco, il vecchio comunista troverà il proporzionalista Umberto Bossi: «E' l'occasione giusta - afferma il senatur - per dire no al centralismo che ha voluto il maggioritario per mettere all'angolo la Lega». Motori caldi anche tra i socialisti di Boselli e i Verdi di Manconi: «E' un referendum sbagliato, ma affronteremo la prova». Non si dà pace la bertinottiana Graziella Mascia: «Che iattura...». |
IL PUNTO Icoperchi della politica italiana saltano uno dietro l'altro e gli assetti di maggioranza sono investiti da un'onda d'urto senza precedenti. Nel giro di poche ore, forse di pochi minuti, a Romano Prodi viene restituito lo scettro di re dell'Ulivo e la Corte Costituzionale ammette il referendum elettorale. Difficile immaginare una coincidenza più fortunata per la vera alleanza che si è ormai delineata: quella tra il movimento Prodi-Di Pietro-sindaci e il fronte referendario Segni-Occhetto. La saldatura può trasformare la scena, spingendo ai margini i protagonisti di ieri a favore di nuovi soggetti. Già ieri sera i termini del dibattito precedente apparivano invecchiati. Ora non è più così importante sapere se Romano Prodi metterà il suo nome accanto a quello di Di Pietro nelle liste per le europee. Né conoscere quante «foglioline» d'Ulivo saranno disegnate vicino ai simboli dei singoli partiti. Dopo la sentenza della Corte, conta soprattutto capire il senso e la prospettiva della nuova fase. Prodi parla di «una stagione di profondo rinnovamento che oggi si apre». E non c'è dubbio che il «partito del bipolarismo» abbia colto una vittoria di grande rilievo. Di questa alleanza trasversale Romano Prodi si presenta oggi come il leader naturale, capace di trascinarsi dietro i Popolari e in parte gli stessi veltroniani. La dinamica che s'innesca - tra referendum e voto europeo - cambierà il volto del centrosinistra, ne annichilirà le nostalgie filo-proporzionaliste mentre accentuerà le spinte verso un bipolarismo che trascolora nel bipartitismo. Le riforme che il Parlamento non ha saputo varare rischiano di essere imposte dalla piazza, attraverso una serie di fatti compiuti. Eil fenomeno non riguarda solo la sinistra: esso tocca da vicino il Polo e le sue contraddizioni. Come dimostra l'esultanza di quanti, da Casini a Fini, sperano in una destra più dinamica rispetto alle esitazioni dell'ultimo Berlusconi. Tutto questo finirà per tradursi in un rapido indebolimento del governo D'Alema. In effetti l'operazione che meno di tre mesi fa aveva portato il leader della Quercia a Palazzo Chigi, sulla base di un asse politico con Cossiga e Marini, mostra la corda. Si trattava di consolidare l'assetto partitico, far dimenticare l'Ulivo, eleggere il presidente della Repubblica e riprendere il negoziato con la destra in vista di caute riforme. Ma adesso, dopo l'incoronazione di Prodi e il verdetto della Corte, è proprio uno dei protagonisti di questa stagione, cioè Cossiga, ad ammettere il «fallimento», annunciando il ritiro dei tre ministri dell'Udr. Cossiga fallisce nel momento in cui Prodi si prende la più drammatica delle rivincite piegando i Popolari di Marini alla sua logica (e li piega con un argomento convincente, visto che sulla carta l'ex premier è in grado di togliere al Ppi circa il 40-50 per cento dei voti). Cossiga fallisce nel momento in cui si affermano le nuove spinte bipolariste a sinistra come a destra. Ma il disimpegno di Cossiga è di fatto la fine del governo D'Alema. Quanto meno è l'annuncio che si è esaurito il disegno su cui il governo era nato. Bertinotti, che già l'altro giorno aveva avvertito sinistri scricchiolii nella maggioranza, parla di esito inevitabile per una coalizione priva di coerenza e di «respiro strategico». Per paradosso è quello che ripetono in queste ore gli ulivisti. Il progetto prodiano rinasce (o almeno così pare) perché i suoi avversari hanno mostrato di essere privi di una vera strategia. E rinasce sull'onda di un referendum troppo a lungo sottovalutato nei palazzi della politica. Tanto che oggi anche i segretari «referendari», quelli contro cui si esercita l'ironia di D'Alema, rischiano di essere solo comparse sul palcoscenico. E' comprensibile che i saggi del centro-sinistra, da Dini a Maccanico, si sforzino adesso di negare il terremoto in atto e di stendere un velo protettivo sul governo. Lo stesso Prodi ha interesse a non mescolare il terreno dell'iniziativa con quello della stabilità dell'esecutivo. Ma siamo nel semestre bianco, a pochi mesi dal voto per il Quirinale. Tutto può succedere nel momento in cui la «transizione» è entrata nella sua fase decisiva. |
IL PERCORSO
PIÙ CHIARO Atteso, sollecitato, ormai quasi universalmente pronosticato, il via libera della Corte costituzionale al referendum elettorale arriva a conclusione di una giornata che, tra rilanci ulivisti e ire cossighiane, si era fatta già difficilissima per governo e maggioranza. I lettori troveranno altrove notizie e analisi sull'impatto della decisione della Corte su un quadro politico già in stato di preoccupante fibrillazione. Qui ci preme anzitutto esprimere la soddisfazione non solo nostra ma, crediamo, di tutti quanti, in questi mesi, seppur non travolti da entusiasmi referendari, hanno dovuto constatare, sempre più preoccupati, l'incapacità (o la scarsissima volontà, fa lo stesso) delle forze politiche di porre mano seriamente alla riforma del sistema elettorale. Giunti (così male) a questo punto, non è davvero necessario auto-ordinarsi sacerdoti di un'improbabile religione maggioritaria per sottolineare che il conferimento al popolo del diritto a pronunciare la parola determinante costituisce, sotto il profilo politico, un atto democraticamente dovuto. Può essere che il referendum metta ad ulteriore, serio rischio quel tanto di instabile stabilità che fin qui è stato comunque assicurato. E' giusto preoccuparsi di una simile eventualità. Ma, tutto sommato, non è questo il pericolo principale. Nonostante la mobilitazione dei referendari, e gli ampi consensi d'opinione di cui questi godono, nel Paese si avverte sin qui ben poco che richiami gli entusiasmi (e magari le indebite euforie) del '91 e del '93. Hanno lasciato un segno assai forte le delusioni subìte in gran copia da quanti, ed erano moltissimi, reputavano ormai prossimo l'avvento di una Seconda Repubblica in cui arbitro divenisse, finalmente, il cittadino. Al vecchio sistema dei partiti, tra ribaltoni e ribaltini, si è venuta via via sostituendo non la democrazia dell'alternanza, il bipolarismo o addirittura il bipartitismo, ma tutto al contrario un'inedita partitocrazia senza partiti, di cui le vicende politiche di queste ultime ore sono soltanto l'ennesima, nitida testimonianza. I fautori del «sì» all'introduzione in Italia di un sistema compiutamente maggioritario sostengono che sarà proprio la loro vittoria (pressoché certa) nel referendum a spazzar via questa brutta aria, e a consentire al Paese di riprendere la marcia interrotta. Hanno molte ragioni, naturalmente, anche se non è affatto vero che un maggioritario (quasi) compiuto da solo basterebbe a salvarci dal trasformismo e dalla proliferazione post elettorale di partiti virtuali. E molti torti hanno quei loro avversari che, solo a sentir parlare di abolizione della quota proporzionale, strillano al plebiscitarismo alle porte. Ma gli uni e gli altri farebbero malissimo a dimenticare che proprio il riflusso e la cattiva politica di questi anni hanno liberato in strati ampi del Paese, assai più che speranze riformiste, pessimi umori di antipolitica e di antipartitismo sans phrase. Non mancherà in questa campagna elettorale, stiamone certi, chi vorrà e saprà cavalcarli. Sarebbe pessima cosa se li si lasciasse sprigionare senza opporre la dovuta resistenza. Meglio, molto meglio, tenere alto e serio il confronto, fare la propria parte per contribuire a mettere il Paese nelle condizioni di decidere consapevolmente. E meglio, molto meglio, per maggioranza e opposizione, ragionare sin d'ora, se ne sono capaci, non su qualche pateracchio per salvare capra e cavoli, ma su una buona legge elettorale che rispetti, finalmente, la volontà dei cittadini. |