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Giovedì, 14 gennaio 1999


Referendum, ottimista il fronte del sì
Occhetto: siamo in una botte di ferro. Il "no" si organizza

ROMA - "Siamo in una botte di ferro". Così Achille Occhetto si lascia andare ad un certo ottimismo in vista della sentenza della Corte Costituzionale sul referendum per l'abolizione del voto di lista. Lunedì la Consulta si riunisce e nel pomeriggio sentirà il collegio difensivo dei referendari. Ieri Segni, Barbera, Occhetto, Calderisi, Martino, Chiocchetti e Petruccioli hanno presentato la memoria dei loro avvocati, un documento che espone le ragioni per l'ammissibilità del quesito, scritto da Paolo Barile, Federico Sorrentino, Giovanni Motzo e Beniamino Caravita.

I punti a favore del referendum, spiega Augusto Barbera, sono questi: il risultato del referendum è una legge immediatamente applicabile, non vengono introdotte nuove norme stravaganti rispetto al testo originario mentre la presunta "manipolatività" del quesito non è stata ritenuta motivo di inammissibilità dalla Corte, il criterio del ripescaggio dei migliori secondi è già presente nella legge Mattarella. Di più, Peppino Calderisi chiama a testimonianza a favore del referendum il fatto che la legge Amato conterrebbe lo stesso meccanismo: "È un meccanismo che bipolarizza la competizione: infatti per ottenere eletti occorre vincere nei collegi oppure arrivare secondi con le cifre elettorali più elevate".

Si sta organizzando intanto il fronte del No. I socialisti insistono per coordinare le forze con Rifondazione e Forza Italia. Bertinotti condanna il referendum che è "soltanto un colpo ai partiti, i soggetti che garantiscono la partecipazione democratica".

Se i referendari sono ottimisti alla vigilia della camera di consiglio della Corte, tra alcuni di loro si insinua qualche dubbio: "Mi dicono che la corte deciderà giovedì alle 20.05", butta lì Calderisi. Barbera non vuole fare battute, ma ricorda invece che se il referendum non passerà anche la legge Amato "che io non condivido, ma che costituisce l'unico tentativo in campo per fare una riforma elettorale, farà una brutta fine". Soltanto la pressione del referendum, spiega ancora Barbera, ha indotto "il Ppi a fare un passo indietro e i ds a farne almeno tre".

 

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