L'EX
GIUDICE COSTITUZIONALE LUIGI MENGONI ROMA - «La Corte costituzionale questa volta si gioca il suo prestigio e la sua credibilità: in una materia così delicata come la legge elettorale, la Corte stessa ha spiegato che è fondamentale la certezza del diritto, bene di estrema importanza. E cos'è la certezza del diritto, se non il rispetto dei propri precedenti?» E che cosa dicono i precedenti della Corte su un referendum come quello Segni-Di Pietro, per abolire il voto di lista e la quota proporzionale? «Non vedo argomenti per dichiarare l'inammissibilità del referendum senza smentire i precedenti». Eppure da alcune indiscrezioni raccolte sui giornali in questi giorni sembra che siano in maggioranza i giudici che propendono per l'inammissibilità. «E' grave che escano queste indiscrezioni: sostenere l'inammissibilità significa che la Corte cambia giurisprudenza, dopo vent'anni». E' il verdetto di Luigi Mengoni, professore di diritto civile, prima a Trieste poi alla Cattolica di Milano, dall'87 al '96 giudice costituzionale e nel 1993 relatore del referendum più importante in materia elettorale: quello per la modifica della legge elettorale del Senato, che segnò l'inizio dell'unica riforma in senso maggioritario del voto per le politiche. Ci furono pressioni allora? «Su di me no. Credo poco alle pressioni, piuttosto sono importanti gli orientamenti ideologici dei giudici. Anche nel '93 la decisione non fu presa all'unanimità, ma alcuni dei giudici che votarono per l'ammissibilità oggi non ci sono più. Il risultato sarà molto incerto, ma i componenti della Corte sanno che è in gioco il futuro del prestigio e del ruolo della Consulta». Se lei oggi dovesse scrivere la relazione per il referendum Segni-Di Pietro che cosa direbbe? «Tanto per cominciare direi che è vero che il referendum è manipolativo, ma che in materia elettorale la manipolatività è prescritta dalla Corte, che lo ha spiegato nella sentenza 32 del 1993, quella che ha modificato la legge per l'elezione dei senatori. L'abolizione della legge elettorale non può mai essere completa, deve per forza essere parziale e consentire di andare al voto in qualsiasi momento». Però, due anni fa, la Corte ha respinto il referendum sulla pubblicità Rai, dicendo che il testo del quesito era troppo manipolativo. «Certo, ma in quel quesito il testo della legge veniva considerato come un deposito di parole da cui attingere elementi per comporre un nuovo testo del tutto stravagante rispetto alla cornice legale in cui si inseriva. In questo caso il testo oltrepassava il limite della manipolatività». E qual è questo limite? «Il limite è questo: il testo che risulta dopo il referendum deve essere coerente con il testo originario della legge. Cioè, sì a un quesito che toglie un pezzo della legge se le norme residue possono "espandersi" e "coprire" il taglio, garantendo il funzionamento del sistema. No alle manipolazioni se il referendum mira soltanto a "introdurre" con i tagli e la saldatura dei frammenti una norma del tutto autonoma e diversa da quella precedente». Ma davvero non ci sarebbero inconvenienti con questo referendum? Nel sistema che ne risulta il 25% di seggi viene attributo ai perdenti nei collegi uninominali. «Sì, ma anche il referendum del 1993 creava degli inconvenienti. Ricordo a chi l'ha dimenticato che, se si fosse andati al voto prima della riforma della legge ma soltanto con il testo della vecchia norma "amputata" dal referendum, Friuli e Molise non avrebbero ottenuto nessun senatore. I collegi risultanti poi erano clamorosamente diversi: alcuni di 50 mila abitanti e altri di 700 mila. Ma non è stato sufficiente questo a far dire no alla Corte. Eppoi c'è un altro precedente». Quale? «Quello della sentenza 47 del 1991, che ammise il referendum sulla legge per l'elezione dei sindaci. Allora la Corte fissò il principio esplicito che non fa parte delle motivazioni contro l'ammissibilità il giudizio sull'incostituzionalità della normativa che risulta. Se è o meno costituzionale lo può decidere la Corte ma in un secondo momento, dopo l'approvazione del referendum da parte dei cittadini, seguendo le normali procedure di impugnazione della nuova normativa». Nel '95 però la Corte bocciò il referendum Pannella per l'abolizione della quota proporzionale. «Sì, ma allora la legge non sarebbe stata applicabile immediatamente perché non si sarebbero potuti eleggere tutti e 630 i deputati. Il nuovo quesito è diverso». La proposta di legge elettorale presentata dal ministro per le Riforme Giuliano Amato potrebbe davvero rendere superato il referendum? «Per quel poco che si conosce, credo di sì, ma sarà eventualmente la Cassazione a decidere». |
Violante sulle
riforme: se non c'è intesa, tocca alla maggioranza ROMA - Mentre inizia oggi la settimana più calda in materia di riforma elettorale (questi saranno giorni densi di incontri tra il ministro per le Riforme, Giuliano Amato, e le forze dell'opposizione per cercare un'intesa sulla bozza di sistema elettorale elaborata dal ministro e approvata dalla maggioranza) il presidente della Corte costituzionale Renato Granata è costretto a prendere la parola per smentire seccamente le dichiarazioni sulla presunta incostituzionalità del quesito referendario attribuite al giudice Francesco Guizzi dal Messaggero. Continua dunque a essere teso il clima «referendario» aspettando che lunedì prossimo la Corte Costituzionale avvierà l'esame sull'ammissibilità del quesito sull'abolizione «il voto di lista relativo alla distribuzione proporzionale del 25% dei seggi». Tanto che Mario Segni chiede una decisione della Consulta «espressa alla luce del sole» (la Corte decide in Camera di Consiglio, ndr). Perché, aggiunge, serve «una prassi che cancelli il terribile sospetto di giudici che votano secondo legami o appartenenze politiche». E Peppino Calderisi (Forza Italia) ironizza: «Se il referendum verrà bocciato sarà non perché è poco chiaro, ma perché è troppo chiaro». Anche Marco Pannella fa sentire la sua voce: «Qualsiasi sia il giudizio sul referendum Segni, la Corte costituzionale resta una corte fuori-legge, di regime, da perseguire penalmente, da abolire». Ieri sul tema riforme è intervenuto anche il presidente della Camera. «Spetta alle forze politiche assumersi in Parlamento la responsabilità di dichiarare quale sia il futuro del processo riformatore», sostiene Luciano Violante. Aggiunge che occorre uno sforzo comune in questo senso di tutte le forze di maggioranza e di quelle di opposizione. «Ma se questo non sarà possibile, - conclude Violante - il compito dovrà essere assunto dalle forze di maggioranza e da quelle dell'opposizione disponibili a lavorare per la modernizzazione del Paese, utilizzando l'articolo 138 della Costituzione. Spetterà poi agli italiani, se i testi approvati non avranno raggiunto i due terzi dei consensi in Parlamento, come è presumibile, esprimere il giudizio definitivo attraverso il referendum previsto appunto dall'articolo 138». Nell'opposizione l'orientamento per ora resta uguale a quello emerso quando sono stati resi noti i principi base della proposta Amato. Rifondazione comunista insiste con un no senza appelli. «È una legge truffa che punta a cancellare tutte le opposizioni che non siano interne all'alternanza», ripete Fausto Bertinotti. È una proposta, continua il segretario del Prc, che azzera l'importanza dei programmi politici, che «spinge a costituire grandi coalizioni anche tra forze politiche diverse per vincere», che forma insieme al referendum «una tenaglia contro la democrazia». La Lega oscilla tra il parere negativo del leader («A questo punto noi siamo per il referendum, noi voteremo contro, ma si faccia. Basta con questi pastrocchi e pastrocchietti», dice Umberto Bossi) e quello favorevole del numero due, Roberto Maroni («ci favorirebbe»). Alleanza nazionale è attendista, ma apre al dialogo: «Prima vediamo il giudizio della Corte Costituzionale sul referendum - fa sapere Altero Matteoli, responsabile nazionale organizzazione -. Comunque la proposta va compresa meglio, ne parleremo con il ministro...». |