Proposta
Amato, i Ds ora frenano ROMA - La mattina dopo, l'entusiasmo è un po' spento. E sull'ipotesi di riforma elettorale (il cosiddetto «doppio turno di collegio eventuale») concordata venerdì tra i partiti di governo e il ministro Giuliano Amato sembrano crescere le perplessità. Anche dall'interno stesso della maggioranza. La bozza di nuovo sistema (la quinta messa a punto dal ministro per le Riforme) prevede che nei collegi uninominali sia eletto subito chi raggiunge una quota «intorno al 40 per cento dei consensi»; se nessuno conquista il seggio, si va a un secondo turno che vede in corsa o i due candidati che hanno ottenuto i migliori risultati, o (è l'idea che prevale) quanti incassano almeno il 12,5% dei voti. Quel 40% non piace ai Ds. «Amato ha avuto un mandato esplorativo. Ma bisogna ancora definire alcuni aspetti: il 40 per cento deve essere flessibile; e poi vanno fissati i criteri di assegnazione del premio di maggioranza, della quota proporzionale...», racconta Giorgio Bogi. Venerdì, durante il vertice di maggioranza, il responsabile della Quercia per le riforme ha cercato di non far specificare la percentuale necessaria a evitare il secondo turno. Ma il Ppi non ci stava e alla fine si è mediato su un «intorno al...». Prima di ufficializzare numeri, i Ds hanno bisogno di elaborare simulazioni di voto più puntuali. Da un lato, più bassa è la soglia di eleggibilità al primo turno maggiore è il potere «contrattuale» dei partiti minori. Dall'altro, nell'arco di consensi a cavallo tra il 40 e il 50% si giocherebbero circa 200 seggi uninominali (su 475). Intanto Amato cerca un dialogo con le opposizioni. Si procede con incontri informali ma urgenti (la Corte costituzionale comincerà a esaminare il referendum elettorale il 18 di questo mese). Rifondazione ha già risposto negativamente: «Ci cancellerebbe», ha detto Fausto Bertinotti. Qualcuno a Botteghe Oscure ammette che «sì, uscirebbe male chi non si coalizza e chi non ha consensi concentrati sul territorio». Da Forza Italia continuano ad arrivare critiche. Un sistema «vergognoso», un «guazzabuglio» che assomma «il peggio del turno unico e del doppio turno», commenta Peppino Calderisi. Entrando nel merito, Calderisi esamina le elezioni del '96 e sottolinea che dei 475 deputati eletti con il maggioritario, 401 verrebbero eletti al primo turno. Rimarrebbero in ballottaggio solo 74 seggi, tutti (tranne uno) collocati al Nord. «Ci sarebbe il doppio turno solo dove è forte la Lega. Se i ballottaggi fossero a due, al Nord vincerebbe soprattutto la Lega; ma se sono a tre prevarrebbe l'Ulivo. Non discuteremo il nostro harakiri». Alleanza nazionale, per voce di Francesco Storace, accusa «D'Alema, Cossiga e compagnia» di essere «terrorizzati da qualsivoglia appuntamento popolare, a cominciare dal referendum per finire alle elezioni europee». E Pier Ferdinando Casini (Ccd) ribadisce: «Noi aspettiamo la sentenza della Consulta. Comunque la legge proposta è molto confusa, fatta per accontentare tutti e alla fine non accontenterà nessuno». Dal centrosinistra sono i popolari che cercano di gettare acqua sul fuoco. «Mi sembrano critiche affrettate... - dichiara Dario Franceschini (vicesegretario) -. Aspettate, la proposta non è preconfezionata, ma tutta da discutere». |
LA LETTERA Caro Marini, mi rivolgo a te, come segretario di un partito che ha posizioni diverse da quelle referendarie, ma soprattutto come leader politico che ha in comune con noi, ne sono certo, il desiderio che in questo momento delicatissimo il dibattito si svolga in modo costruttivo. Vorrei intanto sgombrare il campo da alcune erronee interpretazioni che in questi mesi hanno falsato il dibattito. + stato detto talvolta che questo è un referendum dei partiti grandi contro i piccoli. Non è vero. Il referendum non è diretto ad avvantaggiare partiti o movimenti dentro i principali schieramenti. Del resto, l'esperienza passata, soprattutto nel '93, ha insegnato quanto siano imprevedibili gli effetti di una modifica elettorale sulla sorte dei singoli partiti, e quanto sia pericoloso decidere sulla base di questi calcoli. Ciò che in particolare voglio sottolineare, e ci tengo a farlo per le mie radici, è che nulla mi sembra infondato come il timore che questo referendum metta in pericolo la continuità dei movimenti cattolici, e in particolare dei cattolici democratici. L'azione dei movimenti cattolici è legata a valori troppo profondi e a identità troppo ben radicate per essere dipendente da particolari meccanismi elettorali. Non credo, del resto, che Mino Martinazzoli avrebbe dato la sua adesione al referendum se non condividesse questa convinzione. La funzione del referendum è ben altra, più semplice e più ampia allo stesso tempo: quella di proseguire la trasformazione del sistema politico verso il maggioritario, decisa dal referendum del '93, ma ancora incompiuta. Non è un motivo valido per proporre un'iniziativa referendaria? Ma negli ultimi mesi aumentano le prese di posizione esplicite per un ritorno al proporzionale. Ma se la vera posta in gioco non è più il come, ma il se del maggioritario, sussiste un motivo politico e istituzionale profondo per celebrare il referendum: quello di affidare direttamente ai cittadini una scelta di sistema. Se questa è la partita, il nostro compito, ed è questo il motivo della lettera, è che il dibattito si svolga in modo chiaro, sui termini reali della questione. In particolare sono due le esigenze che sento. La prima è che il dibattito in previsione della decisione della Consulta si svolga solo sul terreno giuridico, che è il campo su cui la Corte è destinata a pronunciarsi. La nostra fiducia è basata sul fatto che nel dibattito aperto da mesi fra i costituzionalisti italiani non è emersa alcuna voce che abbia autorevolmente sostenuto la inammissibilità del referendum. La tesi della manipolatività del quesito, sbandierata contro di noi per mesi, non ha avuto un solo appoggio in un convegno tra i massimi esperti della materia tenuto da poco a Ferrara. Il quesito, con il titolo apposto dalla Corte di Cassazione, è di assoluta chiarezza e la legge che ne deriva è armoniosa e immediatamente applicabile. La memoria che abbiamo presentato alla Corte è da oggi a disposizione di chiunque voglia esaminarla. Siamo pronti a discutere apertamente. Ma ciò che ci indigna, e che deve assolutamente finire, è questa vergognosa campagna che pronostica il verdetto della Consulta non su argomenti giuridici ma su presunti legami o appartenenze politiche dei giudici della Corte. Sembra una campagna diretta a coprire la forza dei nostri argomenti giuridici. La seconda è che le iniziative parlamentari siano rivolte a risolvere i problemi, non a evitare il referendum. Che dopo tanti anni di inerzia i partiti si decidano ad affrontare il tema è per noi motivo di soddisfazione, perché è chiaro che senza il referendum nulla si sarebbe mosso, e altrettanto chiaro, mi pare, che tutto è destinato a cadere se il referendum fosse bloccato. Ma tempi e modi dell'iniziativa di questi giorni fanno temere che il vero obiettivo non sia il risolvere i problemi ma creare un clima, diffondere all'esterno la sensazione che anche senza il referendum le cose si aggiusteranno. |