L'INTERVISTA / L'ex presidente
della Corte Costituzionale: possibili pressioni
oggettive, i giudici valutano sempre gli effetti delle
loro sentenze
Paladin: «Il
referendum è ammissibile, non è manipolativo»
di Gianna Fregonara
ROMA - Almeno metà dei
partiti dicono che il referendum Segni-Di Pietro per
l'abolizione del voto di lista è «manipolativo»,
dunque non ammissibile. È davvero così? «Se la Corte
Costituzionale rispetta i suoi precedenti, direi di no,
direi che è ammissibile». Ex giudice costituzionale,
presidente della Corte dal luglio '85 al giugno '86, oggi
Livio Paladin ragiona a voce alta sui rischi, le critiche
e la sorte del referendum.
C'è il rischio che
attraverso i tagli operati con il referendum il sistema
elettorale attuale sia trasformato in un sistema molto
diverso?
«Questa, che è la critica più diffusa, non tiene conto
che proprio in materia elettorale le ultime sentenze
della Corte hanno teorizzato che la manipolatività del
quesito è indispensabile».
Contro la
giurisprudenza che riguarda gli altri settori?
«Sì, il referendum che abolisse del tutto la legge
elettorale sarebbe intrinsecamente inammissibile perché
il Paese non può restare senza legge elettorale: sarebbe
contrario al principio che stabilisce che dev'essere
possibile andare a votare in qualsiasi momento».
C'è anche chi
sostiene, nel fronte antireferendario che va dai
socialisti a Rifondazione, che con i tagli fatti dal
referendum la legge elettorale non sarebbe più
applicabile, a meno di introdurre altre modifiche.
«No, avendo letto gli ultimi studi scientifici che sono
stati fatti in questa materia, posso dire che si può
andare a votare anche il giorno dopo il referendum. Non
ci sono problemi».
Dunque lei non vede
nessuna ragione per cui la Corte possa dire no al
referendum?
«Ci sarebbe forse una ragione. E cioè che il quesito è
oscuro nei suoi esiti. Non dal punto di vista giuridico,
come ho già spiegato, ma dal punto di vista politico. Mi
spiego: il sistema che verrebbe introdotto dal referendum
prevede che al posto della quota proporzionale (abolita)
si eleggano i candidati che hanno ottenuto il secondo
miglior risultato nel collegio: in un quarto dei collegi
verrebbero così eletti il candidato e lo sfidante. La
Corte potrebbe ritenere "troppo" manipolativa
questa scelta, che è troppo oscura nei suoi risultati».
Questo referendum è
«più» manipolativo di quello del '93?
«Il referendum del '93 fu clamoroso perché modificò
radicalmente per la prima volta un sistema che era
rimasto sempre uguale dal 1948, trasformandolo da
proporzionale a maggioritario. Tuttavia si può dire che,
almeno in linea di principio, la legge elettorale del
Senato era maggioritaria perché in caso di
raggiungimento del 65 per cento dei voti, si era eletti
direttamente nel collegio, senza dover ricorrere al
recupero. Questa condizione si verificava soltanto a
Bressanone, ma per quanto difficile non era
irrealizzabile. Ora dobbiamo chiederci se il recupero dei
secondi migliori non eletti sia, nel caso attuale, un
risultato abnorme o no».
La sua risposta?
«Anche con la legge Mattarella può capitare che alcuni
non eletti nella quota maggioritaria vengano poi
ripescati nel proporzionale...».
La Corte riceve
pressioni prima della decisione?
«E' possibile che ci siano pressioni».
Come quelle che,
secondo quanto riportato da «Panorama», avrebbe fatto
il Quirinale?
«Tutto può accadere. Io, quando sono stato relatore di
referendum, non ne ho mai subite. Ma le più importanti
sono le pressioni oggettive».
Cioè?
«La Corte considera sempre, e specialmente nei casi
dubbi, quali sono gli effetti, che cosa può succedere
dopo una sua sentenza».
Sono dunque sentenze
politiche?
«Non posso immaginare le motivazioni della Corte,
significherebbe essere preveggenti. Ma posso dire che se
la Corte terrà conto dei suoi precedenti, dichiarerà
ammissibile il referendum».
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