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Venerdì, 8 gennaio 1999


L'INTERVISTA / L'ex presidente della Corte Costituzionale: possibili pressioni oggettive, i giudici valutano sempre gli effetti delle loro sentenze
Paladin: «Il referendum è ammissibile, non è manipolativo»
di Gianna Fregonara

ROMA - Almeno metà dei partiti dicono che il referendum Segni-Di Pietro per l'abolizione del voto di lista è «manipolativo», dunque non ammissibile. È davvero così? «Se la Corte Costituzionale rispetta i suoi precedenti, direi di no, direi che è ammissibile». Ex giudice costituzionale, presidente della Corte dal luglio '85 al giugno '86, oggi Livio Paladin ragiona a voce alta sui rischi, le critiche e la sorte del referendum.

C'è il rischio che attraverso i tagli operati con il referendum il sistema elettorale attuale sia trasformato in un sistema molto diverso?
«Questa, che è la critica più diffusa, non tiene conto che proprio in materia elettorale le ultime sentenze della Corte hanno teorizzato che la manipolatività del quesito è indispensabile».

Contro la giurisprudenza che riguarda gli altri settori?
«Sì, il referendum che abolisse del tutto la legge elettorale sarebbe intrinsecamente inammissibile perché il Paese non può restare senza legge elettorale: sarebbe contrario al principio che stabilisce che dev'essere possibile andare a votare in qualsiasi momento».

C'è anche chi sostiene, nel fronte antireferendario che va dai socialisti a Rifondazione, che con i tagli fatti dal referendum la legge elettorale non sarebbe più applicabile, a meno di introdurre altre modifiche.
«No, avendo letto gli ultimi studi scientifici che sono stati fatti in questa materia, posso dire che si può andare a votare anche il giorno dopo il referendum. Non ci sono problemi».

Dunque lei non vede nessuna ragione per cui la Corte possa dire no al referendum?
«Ci sarebbe forse una ragione. E cioè che il quesito è oscuro nei suoi esiti. Non dal punto di vista giuridico, come ho già spiegato, ma dal punto di vista politico. Mi spiego: il sistema che verrebbe introdotto dal referendum prevede che al posto della quota proporzionale (abolita) si eleggano i candidati che hanno ottenuto il secondo miglior risultato nel collegio: in un quarto dei collegi verrebbero così eletti il candidato e lo sfidante. La Corte potrebbe ritenere "troppo" manipolativa questa scelta, che è troppo oscura nei suoi risultati».

Questo referendum è «più» manipolativo di quello del '93?
«Il referendum del '93 fu clamoroso perché modificò radicalmente per la prima volta un sistema che era rimasto sempre uguale dal 1948, trasformandolo da proporzionale a maggioritario. Tuttavia si può dire che, almeno in linea di principio, la legge elettorale del Senato era maggioritaria perché in caso di raggiungimento del 65 per cento dei voti, si era eletti direttamente nel collegio, senza dover ricorrere al recupero. Questa condizione si verificava soltanto a Bressanone, ma per quanto difficile non era irrealizzabile. Ora dobbiamo chiederci se il recupero dei secondi migliori non eletti sia, nel caso attuale, un risultato abnorme o no».

La sua risposta?
«Anche con la legge Mattarella può capitare che alcuni non eletti nella quota maggioritaria vengano poi ripescati nel proporzionale...».

La Corte riceve pressioni prima della decisione?
«E' possibile che ci siano pressioni».

Come quelle che, secondo quanto riportato da «Panorama», avrebbe fatto il Quirinale?
«Tutto può accadere. Io, quando sono stato relatore di referendum, non ne ho mai subite. Ma le più importanti sono le pressioni oggettive».

Cioè?
«La Corte considera sempre, e specialmente nei casi dubbi, quali sono gli effetti, che cosa può succedere dopo una sua sentenza».

Sono dunque sentenze politiche?
«Non posso immaginare le motivazioni della Corte, significherebbe essere preveggenti. Ma posso dire che se la Corte terrà conto dei suoi precedenti, dichiarerà ammissibile il referendum».

 

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