IL DIBATTITO Effettivamente Sartori tocca nel suo fondo di ieri il punto, forse l'unico, in mezzo a tanti argomenti che ci trovano concordi, su cui c'è un effettivo dissenso fra noi. È verissimo: io apprezzo quella democrazia maggioritaria che né l'inventore della formula nella versione più nota (il politologo olandese Lijphart) né Sartori apprezzano. La ragione per cui l'apprezzo, e la vorrei vedere trapiantata in Italia, è che essa si pone in contrasto con la storia (centenaria) del parlamentarismo italiano. Per quanto riguarda i problemi specifici sollevati da Sartori, nego che l'articolo 67 della Costituzione, l'articolo che vieta il vincolo di mandato, sia di impedimento all'instaurazione della democrazia maggioritaria. In realtà, quell'articolo non vieta proprio niente: non ha per esempio mai vietato che i parlamentari, anziché rappresentare liberamente «la nazione», fossero rigidamente sottomessi alla volontà delle segreterie di partito. Il problema non è dunque di norme ma di comportamenti. Idem per quanto riguarda i ribaltoni. Non si tratta di vietarli per legge. Si tratta di costruire consuetudini che servano da deterrente contro il ricatto dei piccoli partiti. Tutto qui. Vero che in Gran Bretagna nel 1976, del tutto eccezionalmente, ci fu un cambio di maggioranza e di premier (mentre non cambiò la maggioranza al momento della staffetta Thatcher-Major). C'è però una bella differenza fra un sistema nel quale i ribaltoni sono l'eccezione e un sistema (l'Italia) nel quale vale l'inverso, nel quale i ribaltoni sono la regola. Perché i ribaltoni non creano inconvenienti se vige la proporzionale e ne creano se vige il maggioritario? Per la seguente ragione: nel primo caso l'elettore non vota per il candidato di una coalizione, vota per un partito (le coalizioni si formano dopo, in Parlamento) e dunque, in caso di cambiamenti di maggioranza nel corso della legislatura, non c'è nessun tradimento della volontà dell'elettore. Possiamo anzi dire, a rigore, che non c'è, in senso proprio, alcun ribaltone. Nel secondo caso l'elettore vota il candidato di una coalizione e se la coalizione si spezza in corso d'opera (in Parlamento) il tradimento della volontà dell'elettore c'è, eccome. Il nostro elettore ha votato per un candidato inserito, poniamo, in una coalizione di sinistra, e lo ha votato proprio per questo, e se lo ritrova ad appoggiare un governo di destra (o viceversa). Osservo che ciò è vero anche nel caso in cui sia in vigore il doppio turno di collegio. Col doppio turno è infatti probabile che, per il gioco dei ritiri concordati, l'elettore si trovi a votare, al secondo turno, per il candidato di una coalizione. Ne deriva che se vogliamo continuare a considerare i ribaltoni come normali ciò va benissimo ma allora è giusto che si arrivi alla seguente conclusione: scusateci, abbiamo scherzato, che si torni senza indugio alla proporzionale. Da ultimo, faccio un'osservazione sul sistema elettorale preferito da Sartori, il doppio turno di collegio. Poiché, a differenza di Sartori, apprezzo la democrazia maggioritaria, trovo ottimo il doppio turno abbinato al semi-presidenzialismo (perché produce, plausibilmente, quel risultato), mentre ne diffido se lo si vuole abbinare al parlamentarismo. In ogni caso, ritengo negativissimo, foriero delle peggiori forme di trasformismo parlamentare, un doppio turno che stabilisca una soglia di sbarramento, o di esclusione, troppo bassa fra primo e secondo turno. A un doppio turno di quest'ultimo tipo preferisco senz'altro la proporzionale. Credo che la differenza fra me e Sartori anche su questo punto (lui non teme affatto un doppio turno con soglia di sbarramento bassa) sia perfettamente spiegata dal nostro diverso atteggiamento e dal nostro diverso giudizio in materia di ribaltoni e di trasformismo parlamentare. |
Il ministro propone
un doppio turno «eventuale»: ROMA - Suscita consensi nella maggioranza l'ultima proposta di riforma elettorale formulata da Giuliano Amato. Il centro-sinistra ne discuterà in modo approfondito in un vertice convocato per domani, ma la prima impressione è che questo modello elettorale, una sorta di «doppio turno di collegio eventuale», possa rappresentare un importante punto di mediazione tra le esigenze di un partito grande come i Ds e di quelli più piccoli, dai popolari ai verdi. La proposta prevede che vengano eletti direttamente al primo turno i candidati che superano la soglia del 40% dei voti. Se nessun candidato ce la fa, al ballottaggio vanno i due più votati; è prevista anche una piccola quota di recupero proporzionale per le forze politiche che decidano di non aggregarsi. La particolarità di questo sistema? Le forze politiche sono spinte ad aggregarsi fin dal primo turno, perché la possibilità di vincere il collegio subito è alta. In sostanza, il potere «di ricatto» dei piccoli partiti resta (così denuncia Peppino Calderisi, referendario di FI), ma nello stesso tempo i Ds, che si sono sempre battuti per il doppio turno di collegio, possono dire di averlo ottenuto. Proprio per questo motivo i giudizi sulla proposta sono cauti ma abbastanza positivi. Il Ds Antonio Soda la ritiene «certamente un passo avanti, una mediazione utile, che va nella direzione giusta» ma che «così concepita non determinerà la necessaria semplificazione del sistema politico né sarà capace di assicurare maggioranze coese e stabili». Insomma, la questione va ancora molto approfondita, cosa che pensano anche i popolari: «Lo spirito è positivo, Amato cerca una mediazione: non si tratta di una vera proposta ma di cercare un accordo possibile su varie ipotesi e vari elementi», commenta Dario Franceschini. Nell'Udr Roberto Napoli giudica l'idea «interessante», mentre è del tutto positivo il parere del verde Maurizio Pieroni: «Il primo a formulare quella proposta sono stato io: va apprezzata perché rispetta il volere dei cittadini e perché c'è una mediazione tra l'esigenza di forze maggiori e minori». Soddisfatto anche Marco Rizzo, del Pdci: «Interessante, ma bisogna approfondire i dettagli». In ogni caso, tutti pensano che la formalizzazione della proposta, il confronto serrato col Polo e l'inizio del lavoro concreto sul testo non possano iniziare prima che la Corte costituzionale dia il suo parere sul referendum anti-proporzionale. E infatti il Polo prende tempo. L'azzurro Beppe Pisanu giudica la proposta «macchinosa» e aggiunge: se ne può discutere quando e se «ci saranno le condizioni per le riforme». Adolfo Urso, per An, avverte: se ne può parlare solo dopo la pronuncia della Corte, altrimenti la proposta diventa «strumentale», un modo per influenzare il verdetto sui referendum. Interessato il ccd D'Onofrio: «E' una proposta credibile e seria per tutti coloro che non vogliono il referendum, perché è l'unica alternativa a esso». |
Gli
elettori e i politici divisi dall'indifferenza Non ci piacciamo. I politici non entusiasmano la gente, mentre sembra che gli onorevoli apprezzino pochissimo i giornalisti. Sono, tutti e due, atteggiamenti comprensibili. Gli esami, le censure, non credo che rallegrino nessuno, ma ogni mestiere ha i suoi inconvenienti. Non tutti sanno accettare, magari con rassegnazione, le inevitabili controversie. Winston Churchill confessava che anche i giudizi severi non lo turbavano. «Ho sempre tratto vantaggio dalle critiche - diceva -. Non ricordo un solo giorno della mia vita nel quale mi siano mancate». Anche lui, del resto, non risparmiava certe valutazioni che magari ci sembrano arbitrarie; per Churchill, Gandhi era «un sedizioso avvocato», o anche «uno spregevole fachiro», mentre considerava Mussolini «uno dei più grandi uomini del secolo»; più tardi però cambiò parere e lo definì «uno sciacallo». Qualcuno ha detto che non si fa politica con la morale, ma aggiungo: non si fa meglio senza. È sempre ingiusto e pericoloso il disprezzo del pubblico, degli altri: ed è vero, lo sosteneva anche Togliatti, che «il potere corrompe». Provatevi a denunciare un onorevole (come titolo, non sempre come persona): difficilmente arriverà a dare spiegazione a un tribunale. È vero che le categorie o le corporazioni tendono a difendersi ma questa, che dovrebbe essere esemplare, non è affatto di buon esempio alle altre. Diceva Mino Maccari: «In Italia siamo sudditi, non cittadini». E Prezzolini spiegava: «Non si può ottenere nulla per le vie legali, nemmeno le cose legali. Anche queste si hanno per via illecita: favore, raccomandazione, pressione, ricatti eccetera». C'è sempre bisogno di qualcuno che interceda per noi; anche per arrivare a Gesù, di solito si passa attraverso la sua mamma. Quando un italiano è nei guai, o ha anche un piccolo problema, riscuotere un vaglia, mettersi in lista per un ricovero in ospedale, ottenere un posto a teatro, deve porsi sempre la stessa domanda: «Chi conosco?» Una volta c'era l'altezzoso che nelle controversie diceva: «Lei non sa chi sono io», e la risposta veniva spontanea: «Un fesso». Ma conta molto darla da intendere, la bella presenza. Alle Olimpiadi di Berlino ci fu un italiano che seguì i giochi dalla tribuna d'onore, accanto a Hitler, mostrando la tessera dei tram di Bologna. Ce n'era un altro, che entrava in teatro senza biglietto, chiedendo alle maschere: «È arrivato il Questore?», la risposta si concludeva sempre con un «Intanto si accomodi». Furbacchioni, ma severi con chi approfitta della «carica», o ha ottenuto un privilegio: a San Siro c'era un parcheggio con la scritta «Autorità», e i commenti dei passanti che assistevano agli imbarchi non erano favorevoli. L'elettore è come l'elefante: il bestione non dimentica che il guardiano una volta gli ha fregato le mele, e vent'anni dopo allunga la zampata. L'indifferenza è il primo passo: che poi spiega l'assenteismo, sempre crescente, alle consultazioni elettorali. Si è visto col finanziamento ai partiti che l'opinione pubblica non conta proprio niente: almeno non scomodatela con votazioni in cui si sa, per principio, che nel potere i dissensi nascono solo dalla spartizione della torta, non dalla gestione del forno. È stato di recente pubblicato il resoconto che riguarda i parlamentari a cui i colleghi hanno evitato, con la spiegazione che si tratta di gesti o di parole politiche, un confronto con il codice penale: esempio squallido dell'omertà che imperversa in tutte le nomenclature. Conferma della teoria di Orwell: «La legge è uguale per tutti, ma per qualcuno di più». |