Il Sole 24 Ore Online

Martedì, 5 gennaio 1999


Augusto Barbera (tra i promotori) sottolinea
il consenso dei costituzionalisti sull’ammissibilità
«Accuse infondate al referendum»

di Franco Colasanti

ROMA — Un referendum così condiviso dalla dottrina non s’era mai visto, commenta compiaciuto Augusto Barbera, che anche dalla pressoché totale unanimità dei costituzionalisti sull’ammissibilità del quesito referendario anti-proporzionale ricava nuovi auspici beneaugurali sulla decisione che la Corte costituzionale s’appresta a prendere di qui a qualche giorno. In una situazione di grande attesa e di palpabile tensione. Che mentre ha "gelato" ogni sia pur improbabile iniziativa politica sul terreno delle riforme istituzionali, continua a inquinare la vigilia con ricorrenti sospetti di pressioni sui giudici.

È fitto il "catalogo" degli ex presidenti della Corte che si sono esplicitamente orientati in favore dell’ammissibilità, nota Barbera, escludendo dal computo il solo Ettore Gallo, «un grande penalista», sottolinea l’esponente referendario. Solo Gallo, infatti, ha sostenuto che l’ammissibilità del quesito sarebbe estremamente a rischio, proprio perché la domanda indirizzata al cittadino sarebbe carente dei requisiti fondamentali: chiarezza, semplicità, univocità, assenza dell’elemento manipolativo. Lo stesso Leopoldo Elia, che più d’una volta non ha esitato a manifestare il suo parere sul problema dell’ammissibilità, in questa occasione s’è sottratto col silenzio alla richiesta di inoltrarsi sugli aspetti della decisione.

Secondo Barbera, che è uno dei leader del comitato referendario guidato da Mario Segni, la scelta del riserbo da parte d’un convinto proporzionalista come Elia rispecchia l’onestà intellettuale e la professionalità dell’esponente popolare. Nel merito, ovviamente, Barbera è pronto a sostenere tutte le ragioni del sistema maggioritario; con scienza e passione. A cominciare dall’accusa secondo la quale questo metodo elettorale finirebbe per legittimare e moltiplicare i ribaltoni. Nulla di più incomprensibile, replica, dal momento che non c’è legge elettorale in grado di evitare questa discutibile pratica politica. Giusto in questi giorni i consiglieri di alcune Regioni meridionali fuggono portandosi dietro proprio il premio di maggioranza conseguito nello schieramento vincente.

Per scongiurare l’operazione ribaltone non c’è che lo scioglimento dell’assemblea al quale, in assenza dello scioglimento automatico previsto dalla legge comunale, può provvedere soltanto un capo dello Stato che voglia interpretare la Costituzione rispettando la volontà degli elettori. Non c’è neppure bisogno di tornare a votare, perché è sufficiente utilizzare il potere di deterrenza insito nella prospettiva di scioglimento. Cosa che assai inopportunamente, dice Barbera, il capo dello Stato non ha mai fatto, consentendo, invece, prima lo spostamento di campo della Lega Nord e, più recentemente, l’uscita dalla maggioranza dei comunisti di parte bertinottiana.

Sulle obiezioni relative alla comprensibilità e alla complessità del quesito referendario, Barbera passa al contrattacco: la domanda posta all’elettore, spiega, è d’una chiarezza addirittura esemplare, come è stato per i precedenti referendum su divorzio o aborto. Perché chi vota "sì" sa che contribuisce all’abolizione della ripartizione proporzionale d’una quota di seggi parlamentari, chi vota "no" sa che contribuisce a confermare l’attuale sistema della doppia scheda. Esemplarmente chiare anche le conseguenze del voto: se gli elettori si schierano a favore del "sì", resta preclusa la possibilità di reintrodurre qualsiasi criterio proporzionale nella designazione di deputati e senatori.

Tant’è, assicura Barbera, che il Parlamento potrebbe anche permettersi il lusso di restare inerte, lasciando la legge elettorale così come l’hanno "modificata" gli elettori. In alternativa potrebbe invece procedere ad adeguare il numero dei collegi a quello dei deputati o introdurre il doppio turno di collegio alla francese. In ogni caso, il segnale che potrebbe venire dall’approvazione del referendum, Consulta permettendo, sarebbe veramente formidabile, perché funzionerebbe da vero detonatore delle riforme istituzionali. Il maggioritario è la premessa e la condizione del cambiamento, conclude il costituzionalista diessino, anche se da solo non basta. Ci vuole l’elezione diretta del vertice esecutivo e l’assetto federale.

 

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