Il Sole 24 Ore Online

Domenica, 3 gennaio 1999


Surrogati delle riforme
La politica non è solo «Patti»
di Ilvo Diamanti

Il Presidente Scalfaro, nel discorso di fine anno, ha ammonito contro il crescente distacco fra partiti e società, di cui l’astensionismo registrato nelle recenti elezioni amministrative offre una misura eloquente. E inquietante. Il problema sollevato dal Presidente è reale. Ma è difficile evitare l’impressione che si tratti di una questione un po’ retorica. Visto che, per cambiare veramente, questo sistema politico avrebbe bisogno di riforme. Che, tuttavia, nessuno crede siano realizzabili. Da questi partiti. Da questo Parlamento. Basta pensare all’ostilità espressa dai partiti (soprattutto dai "partitini") nei confronti delle mediazioni proposte dal ministro Amato in merito alla riforma elettorale (passaggio obbligato per sbloccare il sistema politico). A conferma che neppure agli architetti più "sottili" oggi riesce di quadrare il cerchio.

D’altra parte, in questo decennio, nonostante le riforme istituzionali siano state costantemente all’ordine del giorno, il Parlamento ha legiferato in materia elettorale solo in condizione di emergenza. Spinto dalla pressione referendaria, dall’azione dei magistrati, dalla "rivolta" della società civile, dallo sfaldarsi dei partiti tradizionali. Per questo, se i sussurri che attribuiscono alla Corte costituzionale l’intento di fermare il referendum sull’abolizione della quota proporzionale nell’elezione alla Camera fossero fondati, è difficile credere che la legge elettorale possa, nel prossimo futuro, cambiare. D’altronde, l’elezione diretta del Presidente della Repubblica e la riforma federalista, su cui, un anno fa, pareva vi fosse largo consenso, che fine hanno fatto?

Se il sistema partitico, se il cambiamento istituzionale appaiono sospesi, non c’è da stupirsi che il Governo cerchi altrove il consenso necessario ai suoi programmi. E alla sua stessa legittimazione. Anche in questa luce va interpretato il cosiddetto Patto di Natale, siglato da D’Alema con una formazione ampia e variegata di associazioni di categoria. Infatti, il Patto verte sul tema-simbolo di questa fase, per l’Italia e l’Europa: la lotta alla disoccupazione, attorno a cui ha annodato alcuni tra i più importanti aspetti della politica economica e sociale. Il rilancio degli investimenti, il Mezzogiorno, la formazione, il fisco, le infrastrutture. Un programma di legislatura più che un patto sociale. Tale, peraltro, lo ha definito il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Franco Bassanini: il «vero programma di Governo». Che, proprio per questo, sarà sottoposto al giudizio del Parlamento. Istituzionalizzando, così, la concertazione. Facendone sede di programmazione e di legittimazione politica preventiva. Cogliendo che, in questo clima di sospensione della politica, il dibattito sulle riforme istituzionali rischia di seminare trappole insidiose lungo il cammino del Governo, D’Alema ha spostato ulteriormente il centro del progetto governativo in direzione delle riforme economico-sociali. E, alla ricerca di legittimazione, più che al Parlamento e ai partiti, si rivolge a un diverso piano della rappresentanza: quello degli interessi. Si consolida, così, un metodo, la concertazione, già sperimentato (con risultati, peraltro, positivi) in passato. Quando, però, c’era almeno la speranza concreta che il sistema partitico e il Parlamento avrebbero ripreso il ruolo di destinatari e di titolari della rappresentanza democratica e popolare.

Oggi, invece, dalla lunga parentesi (mai chiusa) della transizione politica, pare emergere una sorta di "democrazia concertativa". O forse "neocorporativa". Dove il Governo cerca riconoscimento e consenso dai gruppi di interesse. Per sfuggire alle secche di un sistema partitico bloccato, che sembra avere accentuato il potere di interdizione, senza aver ripreso quelli di interpretazione sociale.

E di un Parlamento poco produttivo. Metafora (e conseguenza) di un Paese nel quale l’economia e la società da tempo sembrano marciare spediti "nonostante" le istituzioni e la politica. È un percorso le cui ragioni risultano comprensibili. Ma che non manca di suscitare alcune perplessità.

Di metodo e di merito, anzitutto. Relative alla effettiva possibilità che il Patto produca gli effetti sperati. Non tanto per il grado di indefinitezza e generalità degli obiettivi, denunciato da alcuni. In parte inevitabile. A causa, invece, del suo fondamento. La concertazione serve, infatti, a governare in condizioni di incertezza e la complessità sociale, riducendo la frammentazione degli interessi. Richiede, quindi, che sul mercato della rappresentanza operino pochi soggetti forti, in grado di garantire per l’ambito socioeconomico rappresentato.

E, sull’altro versante, un Governo in grado di "mantenere le promesse". Offrendo, peraltro, ulteriore legittimazione alle organizzazioni coinvolte. Uno scambio fra benefici e consenso, quindi. Su questa base, d’altronde, erano stati conclusi i patti precedenti, siglati, assieme al Governo, da due interlocutori principali: i sindacati confederali e la Confindustria. I quali, chiaramente, da tempo non erano più in grado di rappresentare il mondo del lavoro e dell’impresa. Ma solo una parte di esso.

Giusto, quindi, allargare la presenza al tavolo delle trattative. Tuttavia, passare da due a 32 sigle più che a ridurre tende a sancire la frammentazione degli interessi. A meno che alcuni soggetti (i soliti) continuino a contare più degli altri. Molto di più. Ciò che potrebbe, però, generare in seguito tensioni ricorrenti.

Se, invece, l’allargamento dei soggetti coinvolti è un mezzo per riflettere più fedelmente l’articolazione della società, allora è probabile che si inneschi la rincorsa degli esclusi. Dopo i servizi, i lavoratori autonomi, le cooperative, gli enti locali, potrebbero rivendicare spazio altri attori, portatori di altri interessi: i consumatori, i giovani, le donne. Per limitarmi a "categorie" (?) di cui alcuni hanno già lamentato l’assenza. Emergerebbe, così, un collage di componenti, che, più che ridurre la complessità sociale, la moltiplicherebbe fittiziamente.

L’altro problema è di sostanza. Riguarda il futuro della transizione politica; e quindi della democrazia italiana. Perché, ripeto, la concertazione ha senso quando le categorie hanno di fronte interlocutori — Stato, Governo, sistema politico — forti e legittimati. Ma se diventa una scorciatoia per compensare il deficit di consenso della politica e delle istituzioni, allora c’è il rischio che il suo spazio si allarghi troppo. Oltre le intenzioni degli stessi attori contraenti. Sfuggendo al loro controllo. E che da tecnica di scambio negoziale, finalizzata a garantire consenso attorno a obiettivi socialmente rilevanti, si traduca, involontariamente, in un surrogato della rappresentanza politica. Delineando una sorta di "democrazia concertativa".

D’Antoni, che di questa via è certamente l’ideologo più convinto ha, non a caso, sostenuto che, con il Patto di Natale, «la concertazione è entrata nella costituzione materiale del Paese».

Prima, però, che entri anche in quella "formale", come lo stesso D’Antoni ha auspicato altre volte, noi speriamo che vengano sciolti i nodi delle riforme istituzionali. Che D’Alema contribuisca a realizzare, almeno in parte, gli obiettivi che, da presidente della Bicamerale, aveva indicato. È questo l’augurio che facciamo. A lui e a noi tutti. Magari non per il 1999. Ma almeno per quello dopo. Nell’Anno Santo è più facile che i miracoli avvengano.

 

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