"Referendum
bocciato", è giallo ROMA. I referendari, furiosi, partono all'assalto del Quirinale, sospettato (a causa di una indiscrezione giornalistica) di premere sulla Corte Costituzionale perché dica no alla consultazione popolare. Il presidente della Repubblica, cauto, smentisce le indiscrezioni cercando di spegnere sul nascere un incendio che rischiava di coinvolgere il governo e non solo. Scalfaro, infatti, non può correre il rischio che si annebbi la sua credibilità di Capo dello Stato al di sopra delle parti, nel momento in cui aspira ad essere rieletto. La miccia l'aveva accesa ieri il settimanale Panorama che, riferendo indiscrezioni attribuite ad un consigliere di Scalfaro, ha detto che il Capo dello Stato ha invitato a cena alcuni giudici della Corte Costituzionale per chiedere che venga respinto il referendum proposto da Segni. Era la "prova" che i referendari aspettavano per scendere sul sentiero di guerra. Abbandonato l'umore euforico di lunedì scorso, quando dettero una dimostrazione di forza schierando fianco a fianco i disparati capi referendari (Veltroni-Fini-Prodi-Segni-Di Pietro), nei giorni scorsi i sostenitori del referendum sono apparsi sempre più preoccupati. Perché hanno visto che il fronte opposto, spaventato alla vista di quello schieramento insolito, ha cominciato a organizzarsi nel timore di più rivoluzionari sviluppi. L'indiscrezione sulle mosse di Scalfaro è stata colta come l'attesa conferma dei sospetti covati. Arrivano, così, le rumorose proteste dei referendari. Con la presentazione di interrogazioni al presidente del Consiglio perché chiarisca cosa c'è di vero nelle voci messe in giro su Scalfaro. Proteste che arrivano da An, dalla pattuglia di referendari di Forza Italia, da Achille Occhetto. E da nessun altro. Ed è questa la vera notizia. Perché tacciono i dirigenti di Forza Italia, si tirano cautamente da parte quelli del Ccd ("non ci facciamo trascinare in polemiche che riguardano eventuali orientamenti della Corte", dice D'Onofrio). E fanno finta di nulla, imbarazzati, i dirigenti dei democratici di sinistra. Che, a pieno titolo, sono schierati per il referendum. Il segretario Veltroni non è a Roma, ma parla Cesare Salvi, presidente dei senatori Ds, che nei giorni scorsi si è distinto per le posizioni dure verso i popolari, quando si è discusso di riforma elettorale. Tanto dure che il Ppi l'ha presa male, al punto di minacciare ripercussioni sul destino del governo D'Alema. Ebbene, il Cesare Salvi post-natalizio è più morbido del previsto. Ora, per lui il referendum "è solo uno stimolo" e "non può essere un fine". E spiega che i partiti della maggioranza dovranno eleborare un progetto comune, nel caso si tenesse il referendum, per allargare poi il confronto all'opposizione. Insomma, l'impressione è che i dirigenti di base diessini non abbiano digerito la visione del loro segretario seduto accanto a Gianfranco Fini. "Io giro il Paese - testimonia Renzo Lusetti, del Ppi - ed ho constatato che i diessini sono turbati. Hanno preso l'accoppiata Fini-Veltroni come una sorta di consociativismo alla rovescia. E non gli è piaciuto". Gli alleati di governo stanno a guardare interessati a quel che avviene tra i ds, che poi vuol dire, tra Veltroni e D'Alema. "Il cerino del referendum e di tutto quel che ne consegue, se lo stanno scambiando velocemente di mano Veltroni e D'Alema - sostiene Angelo Sanza, dell'Udr -. O Veltroni la smette con gli atteggiamenti ulivisti che gli suggeriscono, anche sul referendum, Prodi e Di Pietro, o D'Alema fa flop". Il referendum, infatti, è una sola delle pedine del grande gioco che si sta impostando per il 1999. Tutto è collegato: col referendum si decide se lasciare spazio o no allo sviluppo di un grande partito di centro, col nuovo Presidente della Repubblica si sceglie il garante di possibili nuovi (o vecchi) equilibri politici, con le elezioni europee si definiscono gli schieramenti politici del futuro. Un grande gioco che non ha ancora attori protagonisti. Silvio Berlusconi esita, non si è schierato per il referendum, è interessato a vedere se si può approvare una riforma elettorale subito, così come la riforma della giustizia. Preoccupati, gli uomini di An lo tirano per la manica (Maceratici), esortandolo a decidersi ad appoggiare il referendum. D'Alema è a Palazzo Chigi e non può prendere posizione, anche se il rererendum sta rivelandosi per lui solo una fonte di guai. Ecco perché si muove un battitore libero come Francesco Cossiga, che presenta una proposta di legge per l'elezione diretta del Capo dello Stato. Un modo per alleggerire la tensione che grava sulla legge elettorale (invisa ai popolari), indicando un obiettivo che i popolari avevano cominciato a prendere in considerazione, e che dovrebbe piacere al referendario Fini. |
LA CONSULTA
TRA IL SÍ E IL NO CE' quasi da comprenderlo quel giudice costituzionale di area cattolica vicino a Scalfaro - per definire un membro della Consulta è più elegante parlare di aree che non di partiti - che appena la scorsa settimana si autocommiserava così: "Fino al 18 gennaio non penseremo al referendum sulla legge elettorale per evitare di essere sottoposti alle mille pressioni che ci vengono da più parti". Quei giudici non sono, infatti, in una posizione invidiabile: dire "sì" o "no" al referendum elettorale può procurargli parecchi guai. Tanto che molti di loro vorrebbero adottare la tecnica degli struzzi, mettere la testa sotto la sabbia e, appunto, non pensarci. Un atteggiamento che testimonia il loro disorientamento: "Da quanto ne so io - racconta un acceso sostenitore del quesito come Giuseppe Calderisi - Giuliano Amato, che con quelli della Consulta ha buoni rapporti, ad alcuni dice che il referendum passerà il vaglio della Corte ad altri no". Eh sì, si può dire che quegli uomini togati, nella delicata condizione in cui si trovano, siano dei personaggi in cerca d'autore, di qualcuno che li aiuti. E basta scorrere i nomi, riflettere sulle storie che hanno alle spalle, per capire che quell' Autore può essere solo Oscar Luigi Scalfaro. D'altronde non è un segreto che il Presidente abbia avuto molto peso nella composizione di questa Corte: alcuni giudici li ha nominati direttamente come prevede la Costituzione, altri ha contribuito a nominarli ispirando le istituzioni che dovevano farlo. E proprio per questo una previsione dal sen fuggita di uno dei consiglieri del Presidente, quello che più frequenta Montecitorio, può suscitare malgrado la smentita dell'ufficio stampa del Quirinale una valanga di dichiarazioni e di interpellanze da parte di tutti i personaggi che sono saliti sul carro referendario da Mario Segni ad Achille Occhetto, a Giuseppe Calderisi. L'influenza che il Capo dello Stato può avere sulla Corte è, infatti, un nervo scoperto per l'armata referendaria che da settimane chiede al Quirinale nelle forme più rispettose di non fare pressioni. Del resto che il Capo dello Stato possa è quasi un segreto di Pulcinella. Un mese fa, ad esempio, quando alcuni parlamentari di Forza Italia capitanati da Lucio Colletti andarono a trovare Massimo D'Alema e gli chiesero tra l'altro di adoperarsi per far passare il referendum, si sentirono dare tra il serio e il faceto questa risposta dal presidente del Consiglio: "...Non sono mica Scalfaro...". Si tratterà di un'esagerazione o no sta di fatto, però, che per la vulgata del Palazzo il Capo dello Stato può pesare sulla sentenza sul referendum. Se poi ci si mettono anche le cene al Quirinale del Presidente con qualche giudice togato, è ovvio che quella convinzione, diciamo così, popolare, si alimenti. Ma al di là delle pressioni o meno, le polemiche di ieri - che si aggiungono alle altre che ci sono state nelle ultime settimane - mettono alla luce soprattutto un dato politico: nell'opinione pubblica il movimento referendario è forte ed è capace addirittura di imporre una sorta di unanimità se si arrivasse al voto (nessuno dei grandi partiti si sognerebbe mai di cavalcare una campagna contro); ma, contemporaneamente, deve fare i conti con un'opposizione sotterranea, che in Parlamento è ben più ampia di quanto appaia a prima vista e che punta tutte le sue "chance" di resistenza sul giudizio della Corte. Un'opposizione che può ritrovarsi intorno a Scalfaro e diventare temibile per i vari Segni, Di Pietro e Prodi. Ne fanno parte i "centristi" di ogni estrazione: da Mastella, a Buttiglione, a Boselli. E ancora i partiti più piccoli dai rifondaroli di Bertinotti a quelli di Cossutta, ai verdi di Manconi. Ha sposato questa posizione anche Francesco Cossiga, dopo aver fatto parte del comitato per i referendum. E l'ex-Capo dello Stato, si sa, annusa prima degli altri quando cambia il vento. Di questa opposizione sorda fanno parte, poi, in maniera discreta anche Silvio Berlusconi (che continua ad essere diffidente sul referendum) e Massimo D'Alema che, a quanto si dice, ha consigliato a Veltroni maggior prudenza sul tema prendendo a pretesto il nervosismo che ha suscitato negli alleati di governo, specie nel Ppi, la presenza del segretario della Quercia alla manifestazione referendaria con Segni, Di Pietro, Prodi e Fini. Questa opposizione se non si scontrerà mai con i referendari di fronte al Paese, potrebbe, però, offrire una sponda politica e parlamentare ad una Corte Costituzionale che decidesse di bocciare il referendum: dovrebbe solo non manifestare, dimostrare che in fondo il no della Consulta è capito o, comunque, vissuto senza drammi da una parte del Paese. A quel punto dopo aver protestato una, due, tre volte il comitato referendario rimarrebbe inerme. Verrebbe di nuovo messa in atto, in poche parole, la strategia che Scalfaro ha sempre prediletto. Ecco perché la sentenza della Corte Costituzionale, quel "sì" al referendum che nelle ultime settimane tutti consideravano scontato, è tutto da vedere. |