Quel quesito è
di una chiarezza cristallina Nell'editoriale de la Repubblica del 30 dicembre Eugenio Scalfari, pur dichiarandosi favorevole alla ammissibilità del referendum, ritiene possibile che la Corte costituzionale bocci il quesito per "l'incomprensibilità" dello stesso. Immagino che Scalfari voglia dire, utilizzando il linguaggio della Corte, per mancanza di chiarezza del quesito. Trattandosi di un argomento del tutto infondato, ma più volte adombrato da diversi commentatori mi pare utile una precisazione. La Corte richiede, da tempo, che i quesiti referendari abbiamo la "necessaria chiarezza ed univocità" ma essa in questo modo ha inteso tutelare la libertà di voto dell'elettore. Non ha mai inteso affermare - ecco il punto - che un quesito è "chiaro" solo qualora sia facile la lettura del testo sottoposto agli elettori (e del resto quanti dei quesiti su cui abbiamo votato in questi anni potevano facilmente essere letti?). La Corte, in breve, richiede non che il quesito sia "facile" ma che la sua formulazione lasci "libero" l'elettore nell'espressione del voto. A tal fine in primo luogo la Corte richiede che il quesito deve essere "omogeneo" ed avere "una matrice unitaria". Non possono essere ammissibili, quindi, quesiti che contengano una pluralità di domande eterogenee, come era accaduto nel 1978 con il quesito che pretendeva di abrogare 97 articoli del Codice penale, dall'ergastolo ai reati a mezzo stampa. Con la sentenza n.28 del 1987 la Corte ha aggiunto che il quesito deve avere la necessaria "chiarezza e univocità". La Corte è addivenuta alla individuazione della predetta condizione perché i proponenti il c.d. referendum sulla caccia avevano proposto la abrogazione dell'intero art.842 del Codice civile, che riguarda l' accesso ai fondi agricoli privati sia ai fini della pesca che ai fini della caccia. Ne derivava che veniva precluso all'elettore la possibilità di essere favorevole alla abolizione dell'accesso ai fini della caccia senza con ciò contemporaneamente travolgere anche l'accesso ai fini della pesca; e viceversa. Il quesito era di facilissima comprensione ma per la Corte, giustamente, - non era dotato della necessaria "chiarezza". "Semplicità e univocità" non significano, dunque, che il quesito non possa riguardare una materia complessa (e quella elettorale, come tante altre materie, indubbiamente lo è), ma solo che la scelta cui il cittadino è chiamato deve essere univoca. L'omogeneità del nostro quesito è fuori discussione trattandosi dell'abrogazione di disposizioni indubbiamente relative alla stessa "matrice unitaria": la distribuzione proporzionale fra liste di partito della quota del 25%. Parimenti può affermarsi che il quesito è "chiaro ed univoco". Non chiamiamo, in breve, il cittadino a una scelta contraddittoria (e quindi non "chiara") ma, anzi, lo chiamiamo ad eliminare norme che sono contraddittorie rispetto alla prevalente ispirazione maggioritaria della legge. La "leggibilità" non deve riguardare, secondo la giurisprudenza della Corte, il testo ma il risultato che si vuole perseguire, il "senso", per così dire, del quesito. Per facilitare questa leggibilità la legge 173 del 1995 ha disposto che la Corte di Cassazione enuclei il senso di ogni quesito. Ed infatti il titolo che gli elettori troveranno in testa alla scheda per il voto, è stato così formulato con cristallina chiarezza: "Abolizione del voto di lista relativo alla distribuzione proporzionale del 25% dei seggi della Camera dei deputati". Chi vota "sì" sa che abolisce una delle due schede in mano ai cittadini per la elezione della Camera; abolisce cioè il voto di lista proporzionale e mantiene in piedi il voto per i candidati nei collegi uninominali. Tali requisiti di "omogeneità", "chiarezza ed univocità" erano, del resto, stati espressamente riconosciuti con la sentenza n.5 del 1995 all'analogo referendum Pannella. Ma quel quesito lasciava un vuoto legislativo che per la Corte non era ammissibile. Proprio per evitare questo vuoto legislativo, abbiamo previsto di ricorrere all'elezione dei candidati non eletti nei collegi uninominali che abbiano ottenuto la migliore "cifra elettorale" in ciascuna circoscrizione (i maggiori voti in percentuale dopo gli eletti nei collegi). È una normativa complessa - come tutte le normative elettorali - ma, sia detto fra parentesi, essa è una buona normativa, certamente migliore del "Mattarellum", anche se alcuni di noi preferiscono il doppio turno di collegio. So bene che Eugenio Scalfari, da tempo in prima linea nelle battaglie per il "maggioritario", si preoccupava della chiarezza del quesito perché teme - e giustamente - ogni possibile violazione della legalità costituzionale; altri invece - questo è il punto - temono il quesito perché fin troppo chiaro. |
«Ma il vero
obiettivo è svilire la Consulta» ROMA - "L'obiettivo? Svilire la Corte, accusarci comunque vada a finire di essere stati pavidi o condizionati". I giudici della Consulta non possono rilasciare dichiarazioni, ma il pensiero di alcuni di loro sulla polemica referendaria di fine d'anno, si può riassumere così. E c'è chi va anche oltre: "Se il referendum sarà ammesso, spargeranno la voce che non abbiamo avuto il coraggio di dire di no; se verrà bocciato diranno: "come volevasi dimostrare, sono stati condizionati dall'alto"". Fastidio per una bufera nata e finita sui giornali, ma anche preoccupazione: "Esce un pezzetto su "Panorama", neppure tanto evidente e evidentemente basato su voci di seconda o terza mano e ci sono i parlamentari pronti, nel bel mezzo delle festività natalizie, a sparare interpellanze allarmate. Allora, ti vien da pensare che l'obiettivo non sia solo il referendum, ma la stessa Consulta". Anche i fatti. Non c'è stata nessuna cena al Quirinale tra il presidente e i giudici nella quale sarebbe emerso l'orientamento negativo della Corte sul referendum antiproporzionale, ma solo un pranzo, il 16 dicembre, nel palazzo della Consulta: pranzo ufficiale e selezionato, con tanto di invito scritto. Chi c'era assicura che né a tavola, né durante i brindisi e neppure nelle chiacchiere prima e dopo, qualcuno ha accennato al discorso referendum; per delicatezza: "Perché molti non ci credono, ma quando si diventa giudice costituzionale si passa come attraverso un lavacro, si assumono forme di attenzione e delicatezza, costituzionali, appunto...per cui certi discorsi non si fanno, neppure a tavola". E anche il 22, durante lo scambio di auguri al Quirinale, certe battute sono state accuratamente evitate. Eppure, al Senato, nei giorni scorsi, circolava già il risultato del voto sull'ammissibilità del referendum: "Sono otto a sette" raccontavano i bene informati. Non era chiaro per chi. Numeri che all'interno della Consulta non risultano. Anche perché, finora, non c'è stato tempo neppure per una discussione preliminare. Riccardo Chieppa, relatore designato, ha ricevuto la decisione della Cassazione il 12 dicembre scorso. Il suo staff ha lavorato per oltre una settimana soprattutto a mettere insieme gli orientamenti precedenti in materia. Poi, ciascun giudice, ha ricevuto otto volumoni di carte e, i più, se li sono portati a casa per esaminarli con calma durante le vacanze. Scambi di opinioni? A quanto si sa, nessuno: "Mai visti i colleghi così abbottonati. D'altra parte, il tema è davvero delicato". Nell'ultima tornata referendaria, i quesiti per la Corte furono una trentina, su molti di questi il dibattito fu acceso e si crearono maggioranze risicate e diversificate. La battaglia tra scuole di pensiero diverse fu approfondita e argomentata. Nessun dubbio che anche questa volta il confronto sarà duro. Sui precedenti (che orienterebbero semmai verso il "sì"), sulla chiarezza del quesito referendario, sull'applicabilità del testo eventualmente residuo della legge elettorale. "Ma i legami di ciascuno con l'esterno resteranno fuori dalla porta". |