la Repubblica

Mercoledì, 30 dicembre 1998


«Escludo interventi sul Quirinale»
Baldassare, presidente emerito della Corte costituzionale


ROMA - "Guardi pressioni ci sono su ogni organo costituzionale che si rispetti. E dunque anche su un organo come la Corte costituzionale. Poi ovviamente sta ai singoli giudici non accettare le pressioni. Se i componenti della Corte sentono profondamente il senso dello Stato le pressioni finiscono nel nulla". Antonio Baldassarre, presidente emerito della Consulta non se la sente di escludere tentativi di influenzare gli uomini chiamati a giudicare dell'ammissibilità del quesito referendario Segni-Di Pietro, ma esclude che Oscar Luigi Scalfaro lavori nell'ombra per arrivare a un no e impedire ai cittadini di andare alle urne.

Presidente Baldassarre, crede possibile che il Quirinale cerchi di influenzare la Corte, o una parte della Corte, per arrivare ad un verdetto negativo sul referendum?
"Non ho elementi per dire se è vero o non è vero, però posso fare un ragionamento. Se è vero che Scalfaro mira alla riconferma avrebbe l'interesse opposto, dovrebbe puntare a una dichiarazione di ammissibilità. Questo perché il referendum rimetterebbe in moto il meccanismo delle riforme...".

Scusi, ma sono in tanti a sostenere che Scalfaro non vuole il referendum e non vuole le riforme.
"Ma cambiare l'uomo che in un certo senso ha fatto da garante ai tentativi di riforma non sarebbe opportuno. Dunque, se davvero Scalfaro vuole la riconferma, il sì della Corte, che farebbe riprendere il discorso sulle riforme, è la condizione migliore per ottenerla. Il processo riformatore dovrebbe però ripartire subito perché i tempi sono stretti e non si potrebbe andare a votare con la legge come uscirebbe dall'eventuale vittoria dei sì al referendum".

Perché dice che non si potrebbe andare a votare con la legge uscita dall'eventuale vittoria dei sì? I referendari sostengono che il sistema che esce dal referendum funziona.
"Il sistema funziona, non c'è dubbio che il sistema elettorale funziona. Ma io non credo che quella che verrebbe fuori dal referendum sarebbe una buona legge elettorale.

Presidente si discute molto di pressioni vere o presunte, ma molto poco del merito. Ma questo quesito è veramente manipolativo e quindi bocciabile?
"I referendum parziali sulle leggi elettorali sono per definizione manipolativi. Sono manipolativi perché è stata la stessa Corte costituzionale a chiedere che avessero questa caratteristica fin dalla fine degli anni 80, quando fu affrontato la questione della legge elettorale del Csm. La Corte, infatti, ha richiesto che i referendum lascino, in caso di approvazione da parte del corpo elettorale, sistemi di voto in grado di funzionare".

Allora: se la legge che esce dal referendum permette di andare a votare subito e il referendum non è manipolativo, esistono argomenti a favore della non ammissibilità del quesito?
"No. Io non ne vedo. A meno che la Corte costituzionale non rinneghi la sua giurisprudenza. Il quesito viene incontro ai principi richiesti dalla Consulta"

Lei più di una volta ha mostrato apprezzamento per le posizioni di Marco Pannella. Ma quando il leader radicale descrive la Consulta come una cupola mafiosa al servizio della partitocrazia che pensa?
"Penso che sbagli di grosso".


Accuse, insulti, sospetti: quindici giudici nel mirino
Per molto tempo il palazzo della Consulta è stato tranquillo
Poi i referendum e Craxi...

di SEBASTIANO MESSINA


ROMA - "Corte di fuorilegge!". "Corte di regime!". "Corte Beretta, assassina di libertà!". "Cupola della mafiosità partitocratica!". "Plotone d'esecuzione contro la democrazia!". "Stragisti di referendum, ladri di giustizia!". Avvolti dal silenzio, immersi nei codici, circondati dall'ossequio, i giudici della Corte costituzionale sanno che ogni tanto devono pagare al mondo un pegno per la loro dorata sopravvivenza: sopportare stoicamente le accuse più infamanti, i sospetti più spregevoli, gli insulti più brucianti, insomma le parole all'arsenico di Marco Pannella.

Il momento della prova arriva ormai, come vuole una fresca tradizione, subito dopo la Befana, quando i supremi giudici della Consulta devono decidere sui referendum di turno (in numero compreso tra tre e trenta, a seconda della fantasia di Pannella). Quest'anno l'Alta Corte si illudeva di farla franca, perché il medico ha costretto il leader radicale a saltare il giro. E invece, tra Natale e Capodanno, tra un sussurro e un "si dice", ecco che riappare il sospetto di una Corte dimezzata, serva del potere, piegata alle ragioni della politica.

I padri costituenti avevano previsto anche questo. "Verrà un giorno che maledirete l'esistenza di questo assurdo organismo!" scandì in aula il vecchio Francesco Saverio Nitti, mentre Vittorio Emanuele Orlando annuiva al suo fianco. Pietro Nenni era scettico, e disse che non occorreva spendere molte parole "per mettere alla berlina la Corte costituzionale". Palmiro Togliatti la definì addirittura "una bizzarria", uno strumento pericoloso nelle mani della conservazione: "Non si sa cosa sia, e perché illustri cittadini verrebbero collocati al di sopra di tutte le assemblee e di tutto il sistema del Parlamento e della democrazia per esserne i giudici. Per giunta senza dover rendere conto a nessuno del loro operato".

Forse fu per questa palese diffidenza dei politici, che la Corte si insediò solo otto anni dopo, nel 1956. Per un quarto di secolo il palazzo della Consulta è stato tranquillo come un club di miliardari: poi sono arrivati i referendum, e la profezia di Nitti s'è avverata. A turno, la destra, il centro e la sinistra hanno aperto il fuoco contro quei quindici giudici "irresponsabili", accusandoli di essere al servizio del nemico. Bettino Craxi, quando la Corte ammise il referendum comunista sul taglio della scala mobile, essendo il capo del governo dovette tacere, però incaricò Martelli di accusare Leopoldo Elia, allora presidente della Corte. E Martelli accusò: "Elia ha fatto esattamente quello che ci si aspettava da lui, cioè ha dato ragione ai comunisti". Nessuno dei due sapeva che Elia, in camera di consiglio, aveva votato contro.

I politici non si fidano della Corte, anche perché i suoi ondeggiamenti tra il lecito e l'illecito, tra l'ammissibile e l'incostituzionale, sono più ampi di quelli di una barca da regata. E non sempre i suoi giudici sono al di sopra di ogni sospetto. Anzi: nel 1981, quando i radicali presentarono il referendum sul porto d' armi, l'allora segretario del Pr Francesco Rutelli scoprì che proprio il giudice relatore su quel quesito aveva il porto d'armi, "e si esercita quotidianamente al poligono di tiro". La Corte confermò il porto d'armi ma smentì il poligono (e ammise il referendum).

Alla base del sospetto c'è la strada che porta al palazzo della Consulta, una strada che spesso passa per la politica. I quindici giudici, infatti, sono nominati per un terzo dal Parlamento, per un terzo dal Quirinale e per l'ultimo terzo dalla magistratura. E' relativamente facile, dunque, disegnare le mappe politiche della Corte. E i più maliziosi cercano le conferme nelle poltrone di ministro, di garante, di senatore o di presidente di commissione che alla scadenza del mandato i giudici e i presidenti della Corte vanno a occupare spesso e volentieri.

Una volta, poi, il sospetto prese corpo proprio dentro le solenni e polverose mura del palazzo. Accadde nel 1987, e più che una polemica fu una deflagrazione. Un botto nel silenzio. Bisognava eleggere il nuovo presidente, e i candidati erano due: Francesco Saja e Giuseppe Ferrari. Quando vinse Saja, Ferrari convocò la stampa e denunciò un complotto ai suoi danni da parte del "clan dei siciliani". Capo dei congiurati, il dc messinese Nino Gullotti. Complici e ascari, i due giudici designati dal Pci. "Ecco il compromesso storico" tuonò lo sconfitto. La Corte si riunì per processarlo, ma lui si dimise prima del verdetto, lasciando dietro di sé la scia del dubbio.

E alla fine, dopo aver colto in fallo i partiti e il governo, qualcuno ha cominciato a cercare qualche traccia che portasse fino all' altro palazzo di piazza del Quirinale: la presidenza della Repubblica. L'anno scorso un giornale romano ("Il Tempo") credette di averne trovata una, e accusò Scalfaro di aver influenzato il no della Corte al referendum sulla smilitarizzazione della Finanza. Ci vollero le secche smentite di Prodi e del presidente della Corte, Granata, per calmare le acque.

Due anni dopo, la caccia ricomincia. Tutte le piste sono buone (almeno fino alla sentenza).


LA CORTE DELLO SPIRITO SANTO
di EUGENIO SCALFARI


LA Corte costituzionale è di nuovo nella tempesta: inizierà a esaminare l'ammissibilità del referendum Segni-Di Pietro a metà gennaio ed emetterà la sua sentenza presumibilmente entro i primi di febbraio, ma già è pesantemente cominciato il gioco d'interdizione per piegare il responso della Corte ai desideri di questa o quella parte.

Un "quidam de populo" di cui non faccio il nome perché non merita farlo ha sentenziato nei giorni scorsi che la Corte dovrà necessariamente ammettere il referendum perché la grande maggioranza del popolo italiano così desidera. Personalmente sono anch'io favorevole all' ammissibilità del referendum (l'ho già scritto in una precedente occasione) ma mi basterebbe un argomento come quello prima ricordato per farmi cambiar d'opinione.

Un giornalista che si ritiene autorevole e bene informato ha scritto che alcuni consiglieri del capo dello Stato (ma non ne ha fatto i nomi) avrebbero privatamente confidato (a lui) che la Corte si pronunzierà per la non ammissibilità. Il Quirinale ha smentito questa pseudo-notizia ma tanto è bastato perché si sia alzata una possente vociferazione sull'ipotesi che Scalfaro stia premendo sulla Corte per ottenere un verdetto negativo contro il referendum.

Questo modo di comportarsi è sicuramente poco serio. Nessuno nega che le sentenze della Corte siano criticabili come qualunque altro atto giurisdizionale; non esiste infatti una sacralità che impedisca a qualunque cittadino o istituzione di dichiararsi contrario ai rescritti della Consulta. Diverso tuttavia è l'esercizio di poteri di pressione messi in campo prima di quei rescritti con il dichiarato intento di influenzare e condizionare l'opinione dei giudici. Si tratta di un'abitudine tutta italiana che denota soltanto un alto grado di faziosità di chi si abbandona (e purtroppo sono molti) a quel genere di esercizio.

La Corte, per quanto si sa, abborderà il tema referendario non prima della metà di gennaio; non risulta che i suoi componenti si siano finora neppure scambiati tra loro opinioni in merito. Il polverone che si è alzato in questi giorni non ha dunque nessuna base d'appoggio nei fatti. Un tempo si parlava di "furia francese" per descrivere uno stato d'animo impetuoso che i nostri cugini d'Oltralpe manifestano in frequenti occasioni.

MA LA furia francese è ben poca cosa rispetto al melodramma all' italiana. Qui da noi tenori, soprani, baritoni vocalizzano con certe loro sgraziate vociacce e su testi così gaglioffi da non raggiungere altro effetto che quello di allontanare gli spettatori da ogni teatro, quello dei guitti come pure quello dei buoni attori.

Poi ci si lamenta dell'astensionismo e se ne cercano le cause. Il parlare a sproposito e gettar fango sulle istituzioni prima ancora che ve ne sia il motivo è certamente una di quelle cause, probabilmente la principale.

* * *

C'è poi un'altra genìa di critici della Corte - intendo critici per partito preso e non su singoli suoi atti di giurisdizione - che si avvale dell'accusa che i magistrati della Corte siano tutti politicamente orientati, visto che la loro nomina proviene da istituzioni politiche; per conseguenza le loro sentenze sarebbero non già "neutrali" bensì politiche, quindi di parte e quindi prive di quell' autorevolezza che gli si vorrebbe conferire.

Questo tipo di critici, per lo più assemblati sulle pagine d'un importante quotidiano milanese, meritano attenzione. A prima vista infatti la loro tesi sulla "neutralità" degli atti di giurisdizione è di quelle che fa una certa presa sull'opinione moderata cui essi si rivolgono. A mio avviso si tratta d'una tesi artificiosa ed ecco perché.

1. Non è vero che i componenti della Corte siano nominati da una sola istituzione; al contrario la loro nomina o la loro elezione promana da tre fonti profondamente diverse tra loro. Una parte dei giudici (un terzo) è eletta dal Parlamento in seduta plenaria con una quota riservata ai partiti d'opposizione e con un quorum qualificato molto più elevato della maggioranza semplice; un'altra parte è eletta dai magistrati ordinari; una terza parte è nominata dal presidente della Repubblica. Tutti i componenti della Corte debbono comunque avere requisiti culturali fissati dalla legge e sono sottoposti a uno stretto sistema d'incompatibilità. Affermare che un corpo così composto possa essere portatore di univoche istanze politiche è dunque un teorema non dimostrato e non dimostrabile.

2. Quand'anche i componenti della Corte fossero nominati tutti dallo Spirito Santo o da qualsiasi altra entità extramondana (come parrebbe fosse il desiderio dei sostenitori della tesi della "neutralità") essi manterrebbero pur sempre il diritto di avere le loro proprie opinioni politiche così come hanno lo stesso diritto i magistrati ordinari, gli ufficiali e i soldati delle Forze armate, i poliziotti e i carabinieri, gli impiegati della pubblica amministrazione, i sacerdoti, gli imprenditori, i lavoratori e insomma i cittadini, quale che sia la loro condizione professionale. Perfino gli assertori dei giudizi e delle sentenze neutrali hanno le loro opinioni politiche e le coltivano con lodevole tenacia. E perfino Gesù di Nazareth le aveva, e come se le aveva; non era certo "neutrale" Gesù di Nazareth. E perché e come potrebbe esserlo - solo in tutto il pianeta - un componente della Corte costituzionale?

3. Ciò che gli si chiede non è dunque di non avere opinioni politiche ma di farle tacere nella misura del possibile quando deve interpretare la legge, anzi la Costituzione, applicandola ai casi specifici che gli vengono sottoposti. Nessuno può affermare se non temerariamente che egli non compia quest'operazione nel foro interno della sua coscienza. Ma tutti possono poi criticare il dispositivo e le motivazioni delle sentenze. La dialettica democratica è tutta in questo diritto e in questo limite: niente di meno e niente di più.

4. Qualcuno propone che l'incarico di giudice costituzionale sia vitalizio per evitare che il giudice, pensando al proprio futuro, non inquini le sentenze per interesse personale. È una proposta degna di attenta considerazione. Perché no? Incarico vitalizio, per me va bene. Il giudice a vita non avrà, per ciò stesso, le sue proprie opinioni politiche? Se ha creduto nel socialismo smetterà di optare per quel tipo di società? Se era conservatore o liberale cesserà di esserlo? E perché mai dovrebbe? Certo, potrà liberamente cambiare opinione come quel giudice Baldassarre che entrò in Corte votato dal Pci e ne uscì berlusconiano convinto. Nessuno vorrà lanciargli l'anatema per così poco, ma certo il giudice Baldassarre non fu neutrale né prima né durante né dopo il suo passaggio in Corte.

* * *

Quanto al tema specifico del referendum Segni-Di Pietro sento in tutta coscienza di poter fare le seguenti osservazioni che impegnano ovviamente soltanto me stesso (clausola del tutto ovvia ma che coi tempi che corrono è opportuno ricordare per doverosa modestia e utile salvaguardia).

Ho già detto di esser favorevole alla celebrazione del referendum sulla legge elettorale. Sono infatti contrario alla riserva proporzionalistica della legge vigente e favorevole all'uninominale, possibilmente con doppio turno di collegio. Ma qui si entrerebbe nel dettaglio sul quale mi dichiaro incompetente. Un punto però mi è chiaro: si deve fare il possibile per evitare l'ulteriore moltiplicarsi dei partiti e delle liste. In coerenza con questo mio pensiero non riesco a seguire le evoluzioni di Prodi e di alcuni sindaci che per raggiungere maggiore unità bipolare si accingono a moltiplicare pani e pesci non avendo però le prerogative divine necessarie per produrre quei miracoli.

Mi sembra che un responso referendario che cancellasse la riserva proporzionale mutilando in vari punti la legge elettorale vigente, lascerebbe tuttavia in piedi una legge passibile d'immediata applicazione. Se questa mia affermazione corrisponde a verità cadrebbe per la Corte un altro motivo di inammissibilità del referendum.

Mi sono letto da cima a fondo i vari quesiti referendari sui quali i cittadini saranno chiamati a votare se la Corte lo consentirà. Pur avendo, credo, maggior familiarità con quei problemi di quanto non l'abbia la media degli italiani, confesso che non ho capito quasi nulla di quanto leggevo. Non nascondiamoci dunque, quali che siano le nostre personali preferenze, che l'ostacolo dell'incomprensibilità dei quesiti è forte e peserà non poco sulla sentenza della Corte.

Pensa il buon Ernesto della Loggia che giudici vitalizi passerebbero più facilmente sopra all'ostacolo dell'incomprensibilità? Forse sì, forse no, chi può saperlo? Ma lui, il buon della Loggia, se fosse in Corte come risolverebbe quel problema? Ah, saperlo...


Referendum, decisione lontana
La Consulta al lavoro, smentite le voci di pressioni
La sentenza prevista per febbraio
E insorgono i proporzionalisti: solo un colpo di teatro le accuse a Scalfaro


ROMA - Alla Consulta c'è il silenzio. Non è semplice per un giudice costituzionale uscire allo scoperto, ma le prime reazioni filtrano e raccontano un disagio per ciò che è avvenuto. Per le voci (smentite) di un orientamento negativo che la Corte avrebbe già raggiunto in merito al referendum sulla legge elettorale e per la sensazione di pressioni indebite che queste voci si portano dietro. E anche per le accuse, più o meno esplicite, di una Consulta troppo "politicizzata" se non addirittura politicamente "lottizzata".

Il tam tam avverte che, ovviamente, nessuna decisione è stata presa, c'è tanto lavoro ancora da fare. E i giudici sono alle prese con carte e libri per studiare il quesito referendario che investe molti articoli della legge elettorale. La prima seduta è prevista per il 18 gennaio e la decisione arriverà a febbraio. Quanto alla supposta "politicizzazione", i magistrati costituzionali fanno notare che la composizione della Consulta non si basa sulle caratteristiche politiche dei membri ma sulle loro diverse e necessarie competenze giuridiche. Poi una speranza, condivisa, sembra, da parecchi di loro: quella di leggere una difesa ufficiale da parte dei presidenti di Camera e Senato che hanno titolo a farlo. In passato, dicono, davanti alle pressioni, i presidenti hanno parlato.

Intanto il fronte politico che si oppone ai referendari scende in campo per denunciare quella che viene definita una "campagna" ordita ad arte, impostata su voci che finora non hanno trovato conferma e su una costruzione giornalistica che non è riuscita a dare sufficiente credito ai fatti denunciati. In effetti Panorama, il settimanale che ha lanciato la notizia, pur confermando il racconto, non è stato in grado di fornire l'identità del "consigliere" del presidente della Repubblica che avrebbe assicurato la bocciatura del quesito referendario, né quella del parlamentare a cui il consigliere avrebbe riferito le pressioni di Scalfaro. Lo stesso Adolfo Urso (An) che ieri aveva fatto il nome di Michele Zolla, consigliere del Quirinale, non insiste e, davanti alla netta smentita e alla richiesta di rettifica dello stesso Zolla, chiama in causa "per quanto di competenza", il premier D'Alema.

E i proporzionalisti insistono. Per il comunista Grimaldi "le presunte pressioni sulla Corte costituzionale ricordano i metodi di chi ha bisogno della spettacolarizzazione a tutti i costi per farsi propaganda", mentre Fausto Bertinotti giudica "pericoloso" per la democrazia il quesito stesso. Il socialista Enrico Boselli trova "inaccettabile l'aggressione dei referendari contro la Consulta che deve poter decidere in piena libertà", e Caianiello, ex presidente della Consulta, ritiene solo "un colpo di teatro" ciò che è avvenuto. Il popolare Leopoldo Elia valuta che "finora le sole pressioni sulla Corte costituzionale sono state esercitate da chi fantastica sui tentativi del Quirinale di influenzare la Consulta".

 

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