la Repubblica

Martedì, 22 dicembre 1998


La corsa al referendum
Nasce il partito trasversale. Berlusconi isolato nel Polo
Prodi, Fini, Veltroni, Casini, Di Pietro, Segni e Occhetto insieme

Il no del forzista Martino che accusa i Ds
di BARBARA JERKOV


ROMA - "Trasversalismo è una brutta parola, ma se vuol dire stare insieme per rendere governabile il paese allora è benedetta...". Prodi lascia la manifestazione dei referendari qualche minuto prima della fine. Ma il segnale forte che i leader del fronte anti-proporzionale, riuniti per la prima volta tutti insieme ieri a Roma, volevano lanciare, è già arrivato forte e chiaro. Eccoli, seduti gomito a gomito in prima fila, Fini, Casini, Prodi, Veltroni. Sul palco dei promotori, accanto a Segni, ci sono Di Pietro, Occhetto, Taradash e Calderisi. E tanti, tanti altri, rappresentanti di tutti i partiti. Con due vistose eccezioni: nessun popolare e nessun udr, nonostante Francesco Cossiga sia fra i primi promotori del referendum.

Soprattutto, non c'è Berlusconi ("E' qui in spirito", dirà Casini). Non c'è neanche Antonio Martino, che pure è uno dei promotori, per protesta contro la linea dei Ds. "Dicono che se passa il referendum, la legge va modificata in Parlamento", protesta il professore forzista: "È un imbroglio!". "L'assenza di Berlusconi è voluta", riconosce Pisanu. Il quale però giura che non va considerata una presa di distanza dal referendum. "Noi abbiamo sempre sostenuto che bisogna lavorare per arrivare a una legge elettorale più avanzata", spiega il presidente dei deputati forzisti. "Solo se non si trovasse un'intesa in Parlamento, non resterebbe che appoggiare il referendum, sempre che la Consulta approvi il quesito".

L'imbarazzo, inevitabile per tanti leader di fronti opposti, di ritrovarsi dalla stessa parte della barricata, viene subito tolto di mezzo. "È da trogloditi pensare che questa battaglia comune possa trasformarsi in un'alleanza politica", taglia corto Fini che minimizza l'assenza del Cavaliere, "fatto il referendum torneremo a dividerci subito su quale legge elettorale fare. Ma intanto il pericolo concreto è la restaurazione della prima Repubblica".

"Gli italiani", esordisce Segni facendo gli onori di casa, "non ne possono più dello spettacolo mortificante del trasformismo e dei ribaltoni. È un bene dunque vedere tutti questi leader disposti a passare sopra legittime diversità di parte per portare avanti una grande battaglia civile". Tanto per cominciare, c'è da superare l'esame della Corte Costituzionale. Prodi è ottimista: "Seppure con una lettura da non esperto, mi pare che ci siano gli elementi per sperare in una ammissione".

Il primo a prendere la parola è Casini, dicendosi disponibile ad accettare uno sbarramento nella legge elettorale per le europee ("i Ccd rischiano più degli altri, ma è un fatto di coerenza"), e rendendo omaggio all'avversario Prodi per aver sempre tenuto fede alla scelta bipolare. "La vittoria del sì", rilancia l'ex premier, "renderebbe non contrattabili quotidianamente le alleanze politiche e la stabilità del governo". Non vuol essere da meno Di Pietro. Il quale annuncia sin d'ora la disponibilità della sua Italia dei valori a fondersi "con quelle forze che credono nel bipolarismo e in un programma comune", rilanciando la vecchia idea del "partito democratico". Il senatore dell'Ulivo lo dice chiaramente: "L'attuale maggioranza non rispetta il mandato elettorale. Bisogna andare al più presto a votare". Prima però serve una nuova legge elettorale (anche se piuttosto che una legge fatta male, avverte, è meglio votare sulla base del risultato referendario puro e semplice) e che venga concesso il voto agli italiani all'estero.

Veltroni ascolta tutti, e parla per ultimo. Dopo il fallimento di ben tre bicamerali, l'unica chance è questo referendum. "Ma bisogna evitare", avverte il segretario della Quercia, "che si dia corpo a una campagna qualunquistica anti-partiti". Non c'è dubbio che il sistema che verrebbe fuori dal referendum sia perfettamente applicabile, "ma dopo ci vorrà una legge", ricorda, "e sono convinto che questo metterà in moto il meccanismo più complesso delle riforme".


Quei grandi assenti al presepe di Mariotto
Dalla foto di gruppo mancano D'Alema, Berlusconi, Cossiga
di CONCITA DE GREGORIO


ROMA - È indubbiamente Natale, sono tutti buonissimi, si perdonano e si riconoscono meriti a vicenda, si battono pacche sulle spalle e si fanno tanti cari auguri, anche a casa. Occhetto riabbraccia Veltroni-figliol prodigo, Casini rende omaggio a Prodi, Petruccioli quasi si commuove a vedere lì Fini, "sembra uno dei nostri". Il pubblico applaude a braccia tese, scandisce To-ni-no, To-ni-no, riflesso condizionato che scatta alla sola vista di Di Pietro. Inoltre, questa idea di trasformare una qualsiasi riunione del comitato pro-referendum in un presepe vivente è un colpo d'ala di cui va reso merito a Mariotto Segni, gentile organizzatore dell'evento qui anche in una parte da protagonista.

Sul palco insieme ad Occhetto, come l'asinello con il bue, Segni riscalda il bambinetto della politica Antonio Di Pietro, dopo aver per anni tenuto calda con il fiato la causa del maggioritario. Siedono alla presidenza anche i pastori. Da sinistra Nando Adornato, Pietro Scoppola, Augusto Barbera, Maurizio Chiocchetti, Peppino Calderisi, Marco Taradash, Willer Bordon. Più tardi si unisce Luigi Abete. L'intero arco costituzionale: ciascuno con un suo dono, qualcosa di certamente gentile da dire. Straordinaria foto di gruppo ad uso dei fotografi, i quali però esultano solo alla vista dei re magi seduti in prima fila: Fini, Prodi e Veltroni, venuti da lontano e approdati qui a parlare fitto fitto tra di loro, specialmente Fini nell'orecchio di Prodi, che annuisce. Casini, special guest, è qui anche per testimoniare la presenza in sala dello spirito di Berlusconi. "Silvio non c'è in carne ed ossa, ma c'è con lo spirito", dice testualmente.

Ci credono in pochi, anche perché obiettivamente tutta la kermesse della mattina sembra uno spettacolo ad uso dei due grandi assenti, facciamo tre se si aggiunge Cossiga che prima aveva firmato per i referendum e poi è rimasto impantanato nelle "molte anime" della sua Udr, principalmente in quella di Mastella. I grandi assenti di peso però sono D'Alema, che è in Bosnia ma che comunque non sarebbe certo venuto, e Berlusconi che, dicono, è a casa. Sono loro che hanno fatto la Bicamerale, il progetto è fallito e ora prodiani dipietristi ulivisti e sindaci di Centocittà sono qui a dire: facciamo da soli. Fini, per la sua parte, a dire: vado avanti da me, se poi si andasse alle elezioni "An non ne ha certo paura", come si è visto da certi risultati anche recenti.

La processione al microfono dura un paio d'ore, ciascuno porta in dote un concetto non sempre conciliabile con quelli altrui ma non fa niente, non siamo qui per litigare. Di Pietro dice "al voto al più presto" e rivolto a Prodi ripropone la fondazione del Partito democratico. Prodi sul partito da fare con Di Pietro non risponde ma Barbera sulle elezioni sì, e dissente: le riforme le deve fare questo parlamento, non sono d' accordo con Scalfaro che dice "dopo il referendum si va a votare". Casini propone la soglia di sbarramento per l'accesso alle europee, che tanto non si fa a questo giro e forse mai, e comunque il Ccd alle europee ci va con Forza Italia. Prodi vuole il "vincolo di legislatura", perché "i governi possano vivere senza sottostare ai ricatti dei partiti", tema sul quale potrebbe tenere un seminario. Fini precisa che "qui non sta nascendo nessuna alleanza politica", il fatto che lui sia seduto vicino a Veltroni non deve trarre in inganno, "sarebbe da trogloditi pensarlo". In effetti, sarebbe almeno ingenuo.

Su un solo punto sono tutti davvero d'accordo, e ciascuno per un suo speciale motivo: il parlamento non è stato e non sembra capace di fare una riforma elettorale, perciò dobbiamo farla noi partendo dal referendum, "unica via rimasta contro il rischio di restaurazione della prima repubblica", dice Fini, che pure anni fa era contrario al primo referendum maggioritario di Segni. "Temevo che il maggioritario avrebbe danneggiato il mio partito, ma come si è visto mi sbagliavo". Il tornaconto personale alligna anche nelle cause nobili, ma si sa benissimo e nessuno si scandalizza, l'importante è convergere.

Qui, per esempio, si converge nei sentimenti, nella commozione per l'essere insieme. È commosso Segni, lo dice. È commosso Occhetto, lo dice anche lui, "ci siamo abituati a partire da soli ma oggi siamo in molti". Poi dà vita alla scena più autenticamente natalizia del giorno: il perdono di Walter Veltroni, un tempo suo figlioccio, poi a lungo lontano da casa e in frequentazioni sospette. "Sono contento che oggi Walter sia qui, lo considero il superamento di un grave vulnus sulla strada che dalla svolta della Bolognina ci porta verso le riforme". Ora che il "vulnus" è superato si sorridono contenti. Fini accende un'altra sigaretta, la signora Vichi Segni abbraccia Prodi, lui augura a Cossiga e a D' Alema "di essere buoni", Marini neanche lo nomina che ci ha appena litigato, e buon Natale a tutti.


Cossutta guida il no nella maggioranza
"Rischi di spaccatura". Franceschini: pericolo destabilizzazione
di BARBARA JERKOV


ROMA (b.j.) - Armando Cossutta vede il rischio di una "seria spaccatura nella maggioranza". Così come il numero due del Ppi, Dario Franceschini: "C'è il pericolo di destabilizzare il centrosinistra". Fausto Bertinotti sollecita tutte le forze proporzionaliste a unirsi in un'iniziativa comune contro "l'iper maggioritario". Il verde Mauro Paissan parla di "spettacolo desolante". Il laburista Valdo Spini di "confluenza dei disperati". E le due case socialiste, Sdi di Enrico Boselli, e Ps di Enrico De Michelis, si ritrovano insieme a proporre comitati per il no.

La all-star dei referendari, che ha visto riunirsi ieri a Roma Veltroni e Fini, Prodi, Casini e Di Pietro, scatena il fuoco degli anti-referendari, i rappresentanti di tutte le forze contrarie all'abolizione della quota proporzionale.

"Colpisce amaramente", apre la serie il leader dei Comunisti italiani, "vedere l'accostamento fra uomini della destra come Fini e personalità democratiche come Veltroni e Prodi, uniti in una campagna di fatto codina e qualunquistica". Per Cossutta il quesito Segni-Di Pietro è costituzionalmente inammissibile ("in quanto manipolativo, non abrogativo"). Ma, soprattutto, è politicamente inaccettabile: "Non è contro il proporzionale, ma contro la presenza stessa dei partiti nella vita politica del paese". Naturalmente, ammette il leader comunista, il governo con il referendum non c'entra niente. Ma un'eventuale spaccatura su questo tema nella maggioranza, avverte duro, "non può certo favorire quella stabilità che perseguiamo".

Anche più duro il popolare Franceschini. "È del tutto evidente", dice, "che il referendum rischia di creare tensioni pericolose tra i partiti. Ma mentre è comprensibile che i leader dell' opposizione puntino a destabilizzare la maggioranza, è più difficile capire come autorevoli esponenti dell'Ulivo non si preoccupino dei possibili effetti destabilizzanti che il referendum può creare nella maggioranza di centrosinistra".

Sul referendum spara a zero anche la Lega ("prima cambino la Costituzione, poi se ne riparla", taglia corto Domenico Comino), ma perfino negli stessi Ds c'è chi non condivide gli slanci maggioritari del segretario e sollecita, come fa Gloria Buffo, una riunione degli organi del partito per decidere sulla questione. E l'Udr si rifiuta di prendere posizione prima della decisione della Corte Costituzionale.

 

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