la Repubblica

Lunedì, 7 dicembre 1998


Segni: "Marini erede della Dc:
è lui il nemico del bipolarismo"

No alle elezioni anticipate dopo il referendum: meglio rilanciare le riforme
di UMBERTO ROSSO


ROMA - "Elezioni politiche dopo una vittoria dei sì al referendum? No, credo invece che si debba e si possa riprendere il cammino delle riforme costituzionali".

Però, onorevole Segni, i Popolari confermano il loro secco no al referendum.
"Perché si sentono gli eredi della Dc. E la Dc, insieme a Craxi, fu l'avversario più ostico del referendum del '93".

Quindi oggi Marini è il nemico numero uno di voi referendari.
"Sono coerenti con il loro no, che viene appunto da lontano. A questo punto, andiamo davanti agli elettori e confrontiamoci apertamente. Trovo invece scorretto e dannoso che i Popolari si travestano da "maggioritari". Dicano invece chiaramente: vogliamo tornare al proporzionale, alla Prima Repubblica. I Popolari se non riescono a tornare al proporzionale, provano in tutti i modi ad annacquare il maggioritario. Come nel Mattarellum".

Marini vuole una nuova legge elettorale. Dice che il referendum porta al bipartitismo, e loro sono assolutamente contrari a soluzioni di questo tipo.
"I Popolari sono tradizionalmente espressione di una cultura partitocratica, detto senza offesa. Di una cultura che rivendica il ruolo del partito come elemento centrale. Si considerano gli eredi del partito cattolico. Quindi, per una serie di ragioni sono fieramente contrari ad un processo di cambiamento. Il no al referendum è logico, e anche coerente".

Non hanno cambiato idea quindi rispetto alla Dc del '93.
"Per nulla. Sono gli eredi della Dc, il vero nemico del movimento referendario insieme a Craxi. Che però sostengano di essere per una legge maggioritaria, al posto del referemdum, mi pare proprio un pretesto. Anche poco felice. Per i Popolari è molto più corretto andare in campagna elettorale e dire: noi siamo per il no, siamo per il ritorno al vecchio sistema".

Quindi, lei non ha paura che la maggioranza vada divisa alla campagna referendaria.
"No, anzi, io lo considero positivo. Il paese ha bisogno di capire che dentro il sistema politico ci sono due concezioni. Quella proporzionalista, da Prima Repubblica, incentrata sui partiti. E la concezione referendaria, che ha vinto battaglie importanti ma non ancora la sua guerra, fondata su un rapporto diretto fra cittadino ed elettore. Una concenzione tendenzialmente bipartitica".

Proprio il bipartitismo che non piace per niente a Marini pronto, su questo, a rompere con Veltroni e i Ds. Anche su questo siete in rotta di collisione.
"E' una rotta di collisione che dura dagli Anni '90, non da oggi. Non è cambiato granché. Credo che in questa posizione dei Popolari ci sia anche una speranza, che io giudico nobile ma irrealistica, una nostalgia fuori dal tempo. Quella di ricreare l'unità politica dei cattolici. Quel partito cattolico che ha avuto una grande funzione fino agli Anni Ottanta. Superato da un mondo completamente diverso".

Ma non c'è il rischio, con questa contrapposizione all'interno della maggioranza, che si producano poi contraccolpi anche sul governo? Non sarebbe meglio tentare un accordo per arrivare ad una legge?
"C'è la posizione dei Popolari, e anche dei Verdi, di Rifondazione, di Cossutta. Ma vedo anche una posizione molto maggioritaria, molto avanzata, da parte di Veltroni e di Prodi. Quindi, all'interno del centrosinistra c'è una forte posizione referendaria. E io credo che l'unico modo per evitare problemi sia proprio quello di andare al referendum, per evitare il rischio che la maggioranza si spacchi e che i problemi istituzionali si riflettano sul governo".

Nel senso che è tanto difficile trovare un accordo sulla legge elettorale che si rischia la spaccatura?
"Ho l'impressione che il tentativo di trovare un'intesa non ci sia, uno sforzo di questo genere provocherebbe tensioni, e in ogni caso l'insuccesso. Mi pare invece che non sia umiliante per nessuno, che non sia una sconfitta per nessuno, ricorrere alla scelta dei cittadini. Il referendum è l'unico modo di fare le riforme senza mettere in pericolo la tenuta del governo".

Se vincessero i sì, si innesca un meccanismo che può portare alle elezioni politiche, come alla fine accadde con il referendum del '93?
"Non voglio entrare nella polemica di questi giorni, non ho tutti gli elementi visto che sono in viaggio all'estero. Ma sono convinto che il referendum può risolvere non solo la questione elettorale ma riaprire anche la strada delle riforme costituzionali. L'abbiamo detto noi stessi a Scalfaro, e ad Amato. Non vedo perché non si debba mettere mano, subito dopo il referendum, alle riforme".

Quali indica?
"Molte, meglio non addentrarci subito. Il referendum deve portare alla stabilità. E quindi, una forma di elezione diretta: del premier o del presidente della Repubblica. Ma non dimentichiamo che il maggioritario e il "presidenziale" richiedono anche un potenziamento degli organi di garanzia, della Corte Costituzionale, delle Regioni. Il problema dei contrappesi, che finora non è stato affrontato".


Legge elettorale, maggioranza divisa
Ppi, Verdi, Udr, Pdci bocciano il doppio turno di collegio
Dopo l'intervista di Marini alla "Repubblica" si riaccende la polemica.
Ds e prodiani contro i popolari
di SILVIO BUZZANCA


ROMA (si.bu.) - Walter Veltroni e i Democratici di sinistra devono stare attenti: insistere sul doppio turno di collegio mette a rischio la maggioranza. L'avvertimento, con toni e argomenti diversi, arriva dalle forze minori della coalizione, - cossuttiani, verdi, socialisti e Udr - sulla scia dell'intervista del segretario popolare Franco Marini a Repubblica. Tesi che Sergio Mattarella condivide. Per il vicepresidente del Consiglio, il leader del Ppi "ha messo opportunamente in guardia dal commettere errori così grandi".

Il più esplicito nel mettere in relazione la permanenza di D'Alema a Palazzo Chigi con la soluzione del problema legge elettorale è stato il socialista Enrico Boselli: "I Ds devono sapere - dice il leader dei Socialisti democratici italiani - che se insistono sul doppio turno di collegio, che ha l'unico significato di ridurre i partiti a due e di spazzare via tutti gli altri, gli alleati di governo reagiranno e la sopravvivenza del governo sarà a rischio".

Di rischi per l'esistenza della maggioranza, e del governo, parla anche Armando Cossutta, schierato contro il doppio turno di collegio e il referendum. Secondo il leader dei Comunisti italiani "è certamente possibile che una tesi possa prevalere prescidendo dalla maggioranza attuale, ma a quel punto la maggioranza non ci sarà più". Cossutta è convinto che bisogna trovare un accordo e che lo "si possa trovare evitando impuntature e pregiudizi che possono portare, al di là delle migliori intenzioni, a conseguenze che credo tutti i partiti della maggioranza siano interessati ad escludere".

Quando si parla di legge elettorale, di bipartitismo e bipolarismo, non può certo mancare Clemente Mastella. Il segretario dell'Udr non apprezza "che alcuni grandi partiti che in realtà non sono la maggioranza del Parlamento, come Ds, Fi e An, possano mettersi insieme, come in realtà avevano già tentato prima, per fare una legge elettorale a scapito degli altri". E annuncia che l'Udr si batterà contro una legge elettorale che "arrivi a creare surrettiziamente un bipartismo di fatto". Si associa Luigi Manconi secondo cui il doppio turno di collegio spinge verso il bipartitismo. Prospettiva che il portavoce dei Verdi giudica "regressiva per la democrazia italiana".

L'intervista di Marini ha suscitato invece molto malumore nei Ds e fra i prodiani. Antonio Soda, capogruppo dei Ds nella commissione Affari costituzionali della Camera, dice che il leader popolare "deve uscire dal passato e porsi il problema dell' identità dei popolari in modo moderno". I pessimi rapporti fra popolari e Romano Prodi vengono confermati da Arturo Parisi. Il braccio destro dell'ex premier si dice sorpreso di quanto dice Marini sul programma dell'Ulivo e del suo scarso rispetto degli impegni presi con gli elettori nel 1996. "Ho paura - dice Parisi - che Marini invece pensi di essere ancora al tempo della rappresentanza proporzionale quando i programmi erano bandiere di carta da issare sul pennone il giorno delle elezioni per poi stracciarli il giorno dopo".

 

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