la Repubblica

Sabato, 5 dicembre 1998


"La nuova legge elettorale? Sfida per il centrosinistra"
Il ministro Giuliano Amato è più ottimista: adesso la grande riforma è possibile
La maggioranza incerta. Il "Centro mobile"
di GIOVANNI VALENTINI


ROMA - Tra gli alambicchi della Costituzione e le provette elettorali, in questo momento Giuliano Amato non poteva trovare un laboratorio più adatto per esercitare le sue arti di "Dottor Sottile" della politica italiana. Da ministro delle Riforme istituzionali, in un ufficio che affaccia su piazza del Parlamento proprio alle spalle di palazzo Chigi e di Montecitorio, l'ex presidente del Consiglio a cui toccò nel '92 avviare la transizione, prova a tessere la tela di quella Seconda Repubblica che ancora stenta a prendere forma e consistenza. Negli ultimi giorni, inaspettatamente, il ministro ha fatto professione di ottimismo sulla possibilità di aprire i "cancelli dell'articolo 138", la norma che regola le modifiche costituzionali: e tanto è bastato per provocare una schiarita all'orizzonte della Grande Riforma.

Ministro Amato: lei sembra ora più fiducioso sulla prospettiva di un'intesa tra i due poli, dopo aver appena detto che altrimenti il centrosinistra avrebbe dovuto procedere "a colpi di maggioranza".
"Per la verità, ho detto che senza un'intesa sarebbe stata responsabilità della maggioranza procedere ugualmente. Il linguaggio, in politica come nell'amore, è importantissimo".

D'accordo, ma che cosa alimenta adesso il suo ottimismo? Quali sono i segnali che le hanno fatto cambiare umore?
"Fin dall'inizio, prendendo atto che l'opposizione aveva rifiutato il risultato complessivo della Bicamerale, ho cercato d'individuare alcune priorità in ordine alle riforme ritenute più urgenti: tra queste, in primis, l'elezione diretta dei presidenti delle Regioni e il decentramento delle funzioni. Ora vedo che a palazzo Madama è stata affidata al senatore Pera, rappresentante del Polo, la relazione sulle modifiche costituzionali in materia di giustizia e alla Camera s'è aperta la discussione sull'elezione diretta del presidente della Regione. Ecco, questi sono due segnali che a me sembrano incoraggianti".

Berlusconi e Fini, però, buttano acqua sul fuoco...
"La storia è certo fatta di cronaca. Ma dobbiamo andare avanti. Il percorso è lungo".

Il lavoro della Bicamerale s'era arenato proprio sulle secche della giustizia. Che cosa le fa sperare che il confronto possa riprendere?
"I risultati dipendono dal modo in cui si affrontano i problemi. Nella Bicamerale, si entrò in aspetti molto specifici. Ora si vogliono scolpire alcuni principii nella pietra della Costituzione, rinviandone poi l'attuazione a una legge ordinaria".

E quali sono questi principii?
"In sostanza, la questione riguarda il processo penale: si tratta di recuperare il procedimento accusatorio, per garantire meglio l'accertamento della verità nel dibatttimento, l'oralità e soprattutto una maggiore parità della difesa rispetto all'accusa".

Lei non teme così che la giustizia possa tornare a essere una moneta di scambio tra maggioranza e opposizione, per risolvere le pendenze del leader del Polo?
"No, questo non è possibile. L'obiettivo è quello di definire meglio i principii generali e quindi le condizioni del giudizio, non di risolvere casi personali".

A suo parere, il centrodestra è disponibile ora ad allargare il confronto anche oltre la legge elettorale?
"Questo è senz'altro il tema di maggiore attualità, anche perché è avviato ormai l'iter del referendum ed è su questo tema che il Polo ha manifestato una disponibilità più ampia e complessiva. Staremo a vedere".

La riforma elettorale, però, crea tensioni e contrasti ancora più forti nella stessa maggioranza di centrosinistra.
"E'difficile affrontare questo nodo in un sistema politico in formazione, senza avere chiare le intenzioni reciproche. La questione preliminare è: quale legge elettorale per quale alleanza. Perciò il centrosinistra ha la necessità di risolvere contemporaneamente il problema politico della sua conformazione e quindi la scelta del sistema elettorale. Le due cose vanno insieme. L'interrogativo di fondo a cui bisogna rispondere non è tanto quello, fin troppo ovvio, chi ci guadagna e chi ci perde: bensì con chi sto e come ci sto. Qui si tratta, insomma, di costruire e di plasmare una coalizione, attraverso la scelta della legge elettorale".

Cerchiamo di capire meglio con qualche esempio concreto.
"Prendiamo il sistema elettorale in vigore. Ha mille difetti, ma comunque rispecchia lo stato della coalizione di centrosinistra così com'è: una sinistra di governo, il partito dei Ds, con un partner come il Partito popolare che si considera un alleato strategico, ma vuole mantenere una propria identità autonoma".

E invece, una nuova legge elettorale come può modificare questa situazione?
"Immaginiamo per un momento che passi il referendum. Questo cancellerebbe la quota proporzionale, avviando di fatto il passaggio dal bipolarismo al bipartitismo. Un meccanismo elettorale del genere non consentirebbe articolazioni all'interno dei poli. E allora, domando: sono i popolari nella condizione politica di aderire a un sistema a maglie così strette?".

È una domanda retorica...
"È un punto interrogativo".

Ma al Ppi non va bene neppure la proposta di Prodi per un doppio turno di collegio, condivisa invece dai Ds.
"Quella proposta, contenuta per la verità nel programma elettorale dell'Ulivo, ammette al secondo turno i primi quattro partiti o quelli che superano una certa soglia. Non va bene ai popolari, va bene invece ai Ds e va bene anche a Cossiga. Ma mi domando ancora: hanno tutti la stessa idea sull'alleanza?".

È un'altra domanda retorica?
"No, rispondo subito: non hanno la stessa idea. C'è chi pensa che con il doppio turno la coalizione dell'Ulivo si possa consolidare. E c'è chi, come Cossiga, pensa invece che i popolari dovrebbero presentarsi da soli al primo turno per poi decidere con chi allearsi".

Insomma, una specie di Centro mobile...
"Esattamente, un Centro mobile".

Secondo lei, i popolari a quale soluzione guardano?
"A nessuna delle due ipotesi. I popolari non vogliono essere un Centro mobile, perché hanno già fatto una scelta di campo a favore del centrosinistra. Ma non vorrebbero neppure costituire un'unica formazione politica. Diciamo che cercano una via di mezzo".

E come si può fare, allora?
"Qui arriviamo alla domanda fondamentale: è in grado il centrosinistra di trovare al proprio interno un'intesa sul sistema elettorale, se non decide prima sul proprio futuro politico? Su questo punto, l'opposizione ha ragione a chiedere una proposta alla maggioranza, anche perché il centrodestra è già più conformato e quindi più libero di muoversi".

In che senso?
"Nessun sistema pone al suo interno problemi esistenziali, anche se il Polo preferisce il turno unico. E bisogna riconoscere che questo orientamento, come sostengono molti studiosi, ha un fondamento oggettivo: in un mondo che tende dovunque a ridurre la partecipazione elettorale, e nel quale i democratici devono preoccuparsi quindi di favorirla il più possibile, il turno secco offre certamente uno stimolo più forte".

Ma ora, in attesa della pronuncia della Corte costituzionale sul referendum, il confronto sulla legge elettorale non è sospeso?
"No, anzi: si continua a lavorare. La prima Commissione del Senato ha messo il tema all'ordine del giorno tutte le settimane. Certo, prima della Consulta, non si prenderà nessuna decisione. Ma intanto se ne discute".

E se a gennaio la Corte dirà sì al referendum, lei ritiene che il confronto sulla nuova legge elettorale potrà andare avanti?
"Sarà più difficile. A quel punto, un po' per convinzione e un po' per opportunità, la grande maggioranza del Parlamento si dichiarerà favorevole al referendum: e allora o si andrà quasi automaticamente alle urne o si produrrà una legge quasi identica a quella che uscirebbe dalle urne".

Nel caso contrario, invece, che cosa potrebbe accadere?
"C'è una larga insoddisfazione per l'attuale legge elettorale. E non mancano né le idee né le proposte per migliorarla. Ma il ventaglio è molto ampio e questo, paradossalmente, potrebbe anche vanificare il dibattito".

Oltre alla legge elettorale, resta poi il problema della forma di governo. Qual è la sua opinione in materia?
"Sono due facce della stessa medaglia. L'una è connessa all'altra. È forse prematuro parlarne ora. Ma è certo che la legge elettorale, da sola, non basta ad assicurare una maggiore stabilità di governo".

 

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