"La nuova legge
elettorale? Sfida per il centrosinistra"
Il ministro
Giuliano Amato è più ottimista: adesso la grande
riforma è possibile
La maggioranza incerta. Il "Centro mobile"
di GIOVANNI VALENTINI
ROMA - Tra gli alambicchi
della Costituzione e le provette elettorali, in questo
momento Giuliano Amato non poteva trovare un laboratorio
più adatto per esercitare le sue arti di "Dottor
Sottile" della politica italiana. Da ministro delle
Riforme istituzionali, in un ufficio che affaccia su
piazza del Parlamento proprio alle spalle di palazzo
Chigi e di Montecitorio, l'ex presidente del Consiglio a
cui toccò nel '92 avviare la transizione, prova a
tessere la tela di quella Seconda Repubblica che ancora
stenta a prendere forma e consistenza. Negli ultimi
giorni, inaspettatamente, il ministro ha fatto
professione di ottimismo sulla possibilità di aprire i
"cancelli dell'articolo 138", la norma che
regola le modifiche costituzionali: e tanto è bastato
per provocare una schiarita all'orizzonte della Grande
Riforma.
Ministro Amato:
lei sembra ora più fiducioso sulla prospettiva di
un'intesa tra i due poli, dopo aver appena detto che
altrimenti il centrosinistra avrebbe dovuto procedere
"a colpi di maggioranza".
"Per la verità, ho detto che senza
un'intesa sarebbe stata responsabilità della maggioranza
procedere ugualmente. Il linguaggio, in politica come
nell'amore, è importantissimo".
D'accordo, ma che
cosa alimenta adesso il suo ottimismo? Quali sono i
segnali che le hanno fatto cambiare umore?
"Fin dall'inizio, prendendo atto che
l'opposizione aveva rifiutato il risultato complessivo
della Bicamerale, ho cercato d'individuare alcune
priorità in ordine alle riforme ritenute più urgenti:
tra queste, in primis, l'elezione diretta dei presidenti
delle Regioni e il decentramento delle funzioni. Ora vedo
che a palazzo Madama è stata affidata al senatore Pera,
rappresentante del Polo, la relazione sulle modifiche
costituzionali in materia di giustizia e alla Camera s'è
aperta la discussione sull'elezione diretta del
presidente della Regione. Ecco, questi sono due segnali
che a me sembrano incoraggianti".
Berlusconi e Fini,
però, buttano acqua sul fuoco...
"La storia è certo fatta di cronaca. Ma
dobbiamo andare avanti. Il percorso è lungo".
Il lavoro della
Bicamerale s'era arenato proprio sulle secche della
giustizia. Che cosa le fa sperare che il confronto possa
riprendere?
"I risultati dipendono dal modo in cui si
affrontano i problemi. Nella Bicamerale, si entrò in
aspetti molto specifici. Ora si vogliono scolpire alcuni
principii nella pietra della Costituzione, rinviandone
poi l'attuazione a una legge ordinaria".
E quali sono
questi principii?
"In sostanza, la questione riguarda il
processo penale: si tratta di recuperare il procedimento
accusatorio, per garantire meglio l'accertamento della
verità nel dibatttimento, l'oralità e soprattutto una
maggiore parità della difesa rispetto all'accusa".
Lei non teme così
che la giustizia possa tornare a essere una moneta di
scambio tra maggioranza e opposizione, per risolvere le
pendenze del leader del Polo?
"No, questo non è possibile. L'obiettivo
è quello di definire meglio i principii generali e
quindi le condizioni del giudizio, non di risolvere casi
personali".
A suo parere, il
centrodestra è disponibile ora ad allargare il confronto
anche oltre la legge elettorale?
"Questo è senz'altro il tema di maggiore
attualità, anche perché è avviato ormai l'iter del
referendum ed è su questo tema che il Polo ha
manifestato una disponibilità più ampia e complessiva.
Staremo a vedere".
La riforma
elettorale, però, crea tensioni e contrasti ancora più
forti nella stessa maggioranza di centrosinistra.
"E'difficile affrontare questo nodo in un
sistema politico in formazione, senza avere chiare le
intenzioni reciproche. La questione preliminare è: quale
legge elettorale per quale alleanza. Perciò il
centrosinistra ha la necessità di risolvere
contemporaneamente il problema politico della sua
conformazione e quindi la scelta del sistema elettorale.
Le due cose vanno insieme. L'interrogativo di fondo a cui
bisogna rispondere non è tanto quello, fin troppo ovvio,
chi ci guadagna e chi ci perde: bensì con chi sto e come
ci sto. Qui si tratta, insomma, di costruire e di
plasmare una coalizione, attraverso la scelta della legge
elettorale".
Cerchiamo di
capire meglio con qualche esempio concreto.
"Prendiamo il sistema elettorale in vigore.
Ha mille difetti, ma comunque rispecchia lo stato della
coalizione di centrosinistra così com'è: una sinistra
di governo, il partito dei Ds, con un partner come il
Partito popolare che si considera un alleato strategico,
ma vuole mantenere una propria identità autonoma".
E invece, una
nuova legge elettorale come può modificare questa
situazione?
"Immaginiamo per un momento che passi il
referendum. Questo cancellerebbe la quota proporzionale,
avviando di fatto il passaggio dal bipolarismo al
bipartitismo. Un meccanismo elettorale del genere non
consentirebbe articolazioni all'interno dei poli. E
allora, domando: sono i popolari nella condizione
politica di aderire a un sistema a maglie così
strette?".
È una domanda
retorica...
"È un punto interrogativo".
Ma al Ppi non va
bene neppure la proposta di Prodi per un doppio turno di
collegio, condivisa invece dai Ds.
"Quella proposta, contenuta per la verità
nel programma elettorale dell'Ulivo, ammette al secondo
turno i primi quattro partiti o quelli che superano una
certa soglia. Non va bene ai popolari, va bene invece ai
Ds e va bene anche a Cossiga. Ma mi domando ancora: hanno
tutti la stessa idea sull'alleanza?".
È un'altra
domanda retorica?
"No, rispondo subito: non hanno la stessa
idea. C'è chi pensa che con il doppio turno la
coalizione dell'Ulivo si possa consolidare. E c'è chi,
come Cossiga, pensa invece che i popolari dovrebbero
presentarsi da soli al primo turno per poi decidere con
chi allearsi".
Insomma, una
specie di Centro mobile...
"Esattamente, un Centro mobile".
Secondo lei, i
popolari a quale soluzione guardano?
"A nessuna delle due ipotesi. I popolari
non vogliono essere un Centro mobile, perché hanno già
fatto una scelta di campo a favore del centrosinistra. Ma
non vorrebbero neppure costituire un'unica formazione
politica. Diciamo che cercano una via di mezzo".
E come si può
fare, allora?
"Qui arriviamo alla domanda fondamentale: è in
grado il centrosinistra di trovare al proprio interno
un'intesa sul sistema elettorale, se non decide prima sul
proprio futuro politico? Su questo punto, l'opposizione
ha ragione a chiedere una proposta alla maggioranza,
anche perché il centrodestra è già più conformato e
quindi più libero di muoversi".
In che senso?
"Nessun sistema pone al suo interno
problemi esistenziali, anche se il Polo preferisce il
turno unico. E bisogna riconoscere che questo
orientamento, come sostengono molti studiosi, ha un
fondamento oggettivo: in un mondo che tende dovunque a
ridurre la partecipazione elettorale, e nel quale i
democratici devono preoccuparsi quindi di favorirla il
più possibile, il turno secco offre certamente uno
stimolo più forte".
Ma ora, in attesa
della pronuncia della Corte costituzionale sul
referendum, il confronto sulla legge elettorale non è
sospeso?
"No, anzi: si continua a lavorare. La prima
Commissione del Senato ha messo il tema all'ordine del
giorno tutte le settimane. Certo, prima della Consulta,
non si prenderà nessuna decisione. Ma intanto se ne
discute".
E se a gennaio la
Corte dirà sì al referendum, lei ritiene che il
confronto sulla nuova legge elettorale potrà andare
avanti?
"Sarà più difficile. A quel punto, un po' per
convinzione e un po' per opportunità, la grande
maggioranza del Parlamento si dichiarerà favorevole al
referendum: e allora o si andrà quasi automaticamente
alle urne o si produrrà una legge quasi identica a
quella che uscirebbe dalle urne".
Nel caso
contrario, invece, che cosa potrebbe accadere?
"C'è una larga insoddisfazione per
l'attuale legge elettorale. E non mancano né le idee né
le proposte per migliorarla. Ma il ventaglio è molto
ampio e questo, paradossalmente, potrebbe anche
vanificare il dibattito".
Oltre alla legge
elettorale, resta poi il problema della forma di governo.
Qual è la sua opinione in materia?
"Sono due facce della stessa medaglia.
L'una è connessa all'altra. È forse prematuro parlarne
ora. Ma è certo che la legge elettorale, da sola, non
basta ad assicurare una maggiore stabilità di
governo".
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