la Repubblica

Giovedì, 3 dicembre 1998


E Veltroni annuncia il sì al referendum
Malumori per il risultato elettorale. Visco: torna il passato
di UMBERTO ROSSO


ROMA - Arriva il sì. Veltroni spazza via gli ultimi dubbi e le residue resistenze, e annuncia che i Ds voteranno a favore del referendum antiproporzionale, per rafforzare maggioritario e bipolarismo. Certo, rivolge un appello ai partiti perchè si riesca ad approvare subito una nuova legge elettorale, ma "che non sia pasticciata" e che vada "in direzione" del quesito referendario. Però, è chiaro, i tempi sono strettissimi, le differenze tante, per cui si marcia a grandi passi verso la consultazione referendaria. Con grande soddisfazione di Mario Segni, che insieme a quelli del suo comitato (da Barbera a Taradash, assente invece Di Pietro) al Bottegone ha incontrato ieri segretario e vertici della Quercia.

Prima dell'incontro, Veltroni aveva formalizzato in direzione il sì al referendum. L'unica opposizione è arrivata dalla sinistra che, con Giorgio Mele, aveva chiesto di sospendere per il momento il giudizio sulla posizione da assumere. Il timore è che il referendum accentui la frammentazione, quindi "bisogna assolutamente ricercare e trovare una soluzione parlamentare che eviti la consultazione".

Soddisfatti invece gli ulivisti ds, tanto che Achille Occhetto dopo due anni di silenzio in direzione, ovvero gli anni della gestione D'Alema, ha ripreso la parola per elogiare la scelta del sì ma anche per mettere in guardia da certe tentazioni proporzionaliste che si riaffacciano, "e noi non possiamo fare da passerella alla restaurazione". E ha duramente polemizzato con Fabio Mussi, che legge il voto delle amministrative in chiave di "stabilità" per il governo, mentre l'ex segretario vede tornare sulla scena la vecchia classe politica. Il riferimento corre sopratutto al risultato dell'Udr al Sud, e Occhetto cita per tutti il caso Benevento. Insomma, l'aver cambiato la maggioranza, imbarcando Cossiga, "non è garanzia di stabilità per il governo". L'unica strada secondo Occhetto è il rilancio dell'Ulivo, che "non deve cedere al ricatto di Cossiga".

Del resto, non è stata l'unica voce preoccupata nella riunione della direzione ds sull'esito del voto per il partito. Lo stesso Veltroni si è detto preoccupato, soprattutto per la frammentazione del quadro politico, e ha chiesto di ridare slancio all'Ulivo partendo dal basso, "bisogna ricostruire lo spirito della coalizione e del bipolarismo". Il segretario però non crede ad un centro autonomo, "i risultati elettorali dell'Udr non lo giustificano". L'allarme nei ds però resta, tanto che ad un certo punto il ministro Visco ha parlato del rischio che l'Italia "possa tornare indietro".

Sul sì al referendum comunque tutti (o quasi) d'accordo. Il problema adesso si apre con i Popolari, e gli altri partiti minori del centrosinistra, dai socialisti ai Verdi ai cossuttiani, che sono contrari al quesito antiproporzionale. Con Prodi invece i Ds di Veltroni sembrano ritrovarsi in sintonia, visto che l'ex premier ha proposto il doppio turno di collegio. Che è la posizione della Quercia. "I Ds - spiega Veltroni - sono per una legge elettorale maggioritaria a doppio turno, con ballottaggio a due o con una soglia elevata, di tipo francese". Invece, il segretario di Botteghe Oscure polemizza con la mancata riforma della legge elettorale per le europee, preoccupazione dovuta anche al fatto che non si riesce nemmeno ad introdurre una "pur minima soglia di sbarramento".

Ma c'è stato un cambiamento di linea, rispetto alla prudenza e alle riserve di D'Alema sul referendum antiproporzionale? Veltroni dice di no. E spiega: "Prima la situazione era diversa. D'Alema aveva espresso una preferenza per una riforma organica del paese attraverso il lavoro della Bicamerale. Era un'intuizione giusta - ha aggiunto il leader ds - ma ora il problema è se difendere il sistema attuale o sostenere una forte spinta in senso maggioritario: noi siamo favorevoli alla seconda opzione".

Molto soddisfatto Mario Segni, che continua oggi il suo giro di contatti incontrando il ministro per le Riforme, Giuliano Amato; la prossima settimana, ci sarà un faccia a faccia con il leader di An, Gianfranco Fini. "Non dubitavo che con Veltroni ci saremmo ritrovati sulle barricate", dice sorridendo il leader referendario. "Siamo in mezzo al guado del processo riformatore e occorre una spinta che il referendum può dare. E' lo strumento giusto".


Voto, la riforma di Prodi: "Doppio turno di collegio"
Ma il Ppi insorge e la maggioranza si divide
L'ex presidente rilancia il bipolarismo
No di Verdi e Sdi. Cossutta: verifica subito


ROMA - (s.marr.) Doppio turno di collegio, designazione diretta del premier temperata dalla sfiducia costruttiva, nuove elezioni in tempi rapidi nel caso di un cambio di maggioranza. Con un documento sottoscritto dai "suoi" nove deputati, Romano Prodi mette bruscamente i piedi nel piatto in materia di legge elettorale. Con un gesto che - nel giorno dell'ormai esplicita scelta diessina per il referendum, e della decisione di battersi per una legge elettorale europea meno proporzionalista - innesca un confronto anche aspro dentro una maggioranza già in fibrillazione. E in particolare porta la guerra direttamente in casa dei Popolari, che in modo sempre più evidente - dal giorno della crisi del suo governo - sono finiti nel mirino dell'ex presidente del Consiglio.

Dal punto di vista del merito, il documento di Prodi - che anche con la firma di Antonio Maccanico verrà discusso oggi all'assemblea del gruppo guidato da Antonello Soro - non contiene novità assolute. Il riferimento al modello francese - uninominale a doppio turno, con ballottaggio tra i primi due - e la proposta di far comparire in modo esplicito, già sulla scheda elettorale, il nome del candidato premier che l'eventuale eletto si impegna a sostenere, facevano parte - al punto 1 - del programma dell'Ulivo, sottoscritto anche dai partiti - Ppi, Verdi e socialisti - che oggi li respingono. Ma è la tempistica - sullo sfondo della scadenza referendaria - a far scattare i nervi degli avversari del doppio turno di collegio.

I comunisti di Armando Cossutta dicono un no tondo tondo, e chiedono una verifica della maggioranza. Ma anche i socialisti di Enrico Boselli e i Verdi si mettono di traverso, esplicitando la minaccia su cui hanno chiuso sottobanco un'intesa con i Popolari: "Sarà il referendum a rendere oziosi tutti questi discorsi", fa sapere Maurizio Pieroni. "Non si possono chiamare gli elettori a votare su un testo, chiedere il loro sì e pensare di ricominciare. Il referendum non apre la partita della legge elettorale, la chiude".

Al riparo delle violente sortite dei loro alleati, i Popolari tengono un profilo più basso. E affidano a Soro una reazione sotto tono ("una posizione nota da tempo, un contributo utilissimo, ma abbiamo posizione diverse") a quella che giudicano una provocazione a freddo, uno sgarbo appesantito dal "No!" quasi gridato da Prodi a una convocazione del coordinamento dell'Ulivo. E uno sgarbo "sostanzialmnte gratuito", ora che è praticamente scontato anche che alle Europee non ci saranno liste comuni con l'Udr, e dunque Franco Marini potrà esibire il simbolo "Ppi per l'Ulivo".

Dietro le quinte, però, è proprio il segretario dei Popolari a preparare la controffensiva contro quel che chiama "scorciatoie mascherate verso il bipartitismo". Da un lato, è lui il perno del "fronte del rifiuto" che si va articolando dentro il centrosinistra: dall'altro, è lui a cercare convergenze parlamentari anche nel Polo (e con Forza Italia in primo luogo) per arrivare ad una maggioranza favorevole al doppio turno di coalizione definito nella famosa cena di casa Letta.

Marini è il primo a sapere che il referendum si farà. E anche che - se davvero restasse in vigore una legge modellata dal referendum - è difficile immaginare persino un "tavolo" per la spartizione delle candidature. Ma fiuta aria pesante, e si muove di conseguenza.

A Piazza del Gesù sono convinti che Prodi non farà affatto fronte comune con Antonio Di Pietro e Francesco Rutelli. E leggono anzi le sue mosse in primis come un modo per tenere alta la pressione su Massimo D' Alema, impegnato a sostenere la candidatura del suo predecessore alla guida della Commissione europea. Ma i Popolari non intendono subire la ripresa di iniziativa politica autonoma da parte dei Ds di Walter Veltroni, che puntano decisamente ad evitare un appiattimento del suo partito su Palazzo Chigi, e ieri hanno accolto con esultanza - "è estremamente positiva", ha detto Pietro Folena - la sortita di Prodi: "Se si va al referendum - spiegano a Botteghe Oscure - sarà veramente difficile che non si imponga un doppio turno...".


"Così non si va lontano"
Soro, capogruppo popolari:
dannosa la soluzione di Prodi, distruttivo il referendum

di CONCITA DE GREGORIO


ROMA - Oggi il Ppi si riunisce alla Camera per discutere di legge elettorale. Prodi non ci sarà. È in Spagna, e d'altra parte avrebbe avuto ben poco da aggiungere alla posizione che ha espresso ieri insieme a Maccanico e ad altri parlamentari dell'Ulivo: doppio turno di collegio alla francese, che vuol dire grosso modo collegi uninominali dove accedono al secondo turno elettorale solo i primi due candidati della prima tornata. D'Alema e tutto il Pds sottoscrivono, Veltroni per di più appoggia il referendum e riceve Segni a Botteghe oscure. Tutte cattive notizie per i popolari e per chi, come il capogruppo alla Camera Antonello Soro, giudica il referendum "inutile" e spinge per il doppio turno di coalizione, la riforma elettorale alternativa a quella suggerita da Prodi.

Presidente Soro, siamo ancora al prologo se nemmeno dentro lo stesso partito c'è un progetto comune.
"Sulla legge elettorale non ci sono mai state posizioni di maggioranza o di governo, e anche dentro un gruppo federativo come il nostro abbiamo avuto punti di vista anche lontani. La posizione di Prodi e di D'Alema la conosciamo, non è una novità, Prodi la sosteneva già quando era a palazzo Chigi. È un punto di partenza per la discussione. Anche il vicepresidente del gruppo Franco Monaco, nel presentarmela, mi ha detto: sono posizioni di bandiera".

La vostra bandiera è il doppio turno di coalizione.
"Sì, ma sono comuni a tutti gli obiettivi di fondo su cui dovremo trovare una convergenza. Vogliamo consolidare il sistema bipolare, creare stabilità, dare ai cittadini la titolarità della scelta della coalizione. Nel doppio turno di coalizione i partiti si presentano fin dal primo turno come coalizione, appunto, e indicano il premier. Al secondo turno scatta il premio di maggioranza che assicura la stabilità. Si centrano meglio gli obiettivi di cui parlavo, insomma".

Nel doppio turno di collegio, invece?
"Manca la coesione programmatica, che è un punto di forza: un'alleanza vince se ha un'anima, come era per l'Ulivo, un programma comune. Qui invece tutti vanno sparsi in competizione e in conflitto fra loro. Una corsa l'uno contro l'altro che lascia qualche cicatrice al secondo turno".

Veltroni sostiene l'utilità del referendum.
"Io dico invece che questo referendum non risponde alle nostre esigenze. Non assicura la stabilità".

In che senso?
"Dopo il referendum succederà che viene eletto in un collegio chi è più votato e un certo numero di secondi, ma non è detto che l'insieme degli eletti corrisponda alla maggioranza, i secondi possono appartenere anche all'opposizione. Voglio dire: il referendum procede alla riforma per sottrazione, toglie, aggiusta, ma non risponde a un progetto costruttivo. Fatto il referendum bisognerà fare la legge elettorale, lo riconoscono anche coloro che lo propongono. Allora facciamola subito, la legge".

Non sembra un obiettivo a portata di mano.
"Io dico invece che c'è una via d'uscita, che è terza rispetto alle due proposte in campo. Potremmo andare verso un sistema simile a quello del Senato, per esempio. Basta avere la volontà di trovare un'intesa".

 

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