la Repubblica

Mercoledì, 18 novembre 1998


Allarme tra i referendari: "Vuole coprire un altro no"
Taradash: "Il presidente ha inviato un messaggio chiaro in vista di una bocciatura"
di SILVIO BUZZANCA


ROMA - La nuova legge elettorale è un obiettivo lontano, riforme più ampie sembrano una chimera. Resta allora il referendum di Mario Segni e Antonio Di Pietro, ammesso che la Corte costituzionale a gennaio dia il via libera al quesito. Nell'attesa, lo schieramenti favorevole al voto acquisisce nuovi sostenitori, tutti convinti che sia meglio rinviare al dopo-urne un ipotetico accordo sulla legge elettorale e l' eventuale ripresa del dialogo sulle riforme. Vedere Gianfranco Fini e Walter Veltroni. Nel Polo resta dubbioso Silvio Berlusconi. Ma il Cavaliere deve fare i conti con la realtà, e alla fine ammette: "Se non ci sarà un accordo prima del momento in cui la Corte darà la sua sentenza e la Corte dichiarerà ammissibile il referendum, noi lo voteremo".

La bandiera del no resta in mano a popolari, verdi, leghisti e comunisti. Il confronto però si svolge sempre all'insegna del grande dubbio: cosa farà la Corte costituzionale? I referendari non perdono occasione per fare sapere che non hanno dubbi sull'ammissibilità del quesito che hanno presentato. Ma denunciano "pressioni" sulla Consulta, segnalano un clima politico che mira ad influenzare i giudici. Principale accusato il vicepresidente del Consiglio Sergio Mattarella. Questo timore porta alcuni dei referendari a dare un significato particolare anche all'intervento del presidente della Repubblica contro gli avvocati. Marco Taradash, per esempio, dice che Scalfaro ha voluto "inviare un messaggio a chi si aspetta dalla Corte un giudizio sui referendum non politico, ma giuridico". Ipotesi che viene esplicitata da tre deputati di An: Enzo Fragalà, Nino Lo Presti e Alberto Simeone che accusano il presidente di "avere una riserva mentale ispirata ad un progetto politico". Secondo i tre, infatti, "Scalfaro attacca gratuitamente gli avvocati e la loro civile protesta perché intende mettere le mani avanti a favore della Consulta e di quel gruppo di giudici costituzionali politicamente schierati, nel momento in cui costoro andranno a bocciare il referendum".

A destra si dipinge, dunque, una corte pronta a dire no sotto l'ombrello protettivo di Scalfaro. Ma fino ad oggi non si sono levate molte voci giuridiche contro l'ammissibilità.

L'argomento più sostanzioso è che l'anno scorso la Consulta ha bocciato un quesito sulla pubblicità Rai con la motivazione che il referendum mirava non a cancellare una legge, ma solo una sua parte. Producendo, quindi, effetti "manipolativi". Ecco allora che i dubbi e i timori dei referendari prendono corpo, diventano un numero e una data: sentenza numero 36 del 1997. Ieri il vicesegretario del Ppi Dario Franceschini ha gettato sul tappeto un altro argomento fino ad oggi tenuto in secondo piano, ma di natura politica. Guardate, ha ammonito, una volta votato il referendum vi dovete tenere la legge che ne esce, non potete fare accordi successivi. Ragionamento che mira a fare scoppiare le contraddizioni interne al comitato, dove convivono monoturnisti e doppioturnisti.

Il discorso di Scalfaro ha tuttavia un'altra interpretazione: quella di un richiamo alla correttezza e al rispetto delle prerogative costituzionali da parte di tutti gli attori in campo. E questa lettura viene sottolineata dai referendari. Segni si limita a dire che "quelle espresse dal capo dello Stato sono preoccupazioni più che legittime che non ci hanno sorpreso". Scalfaro, infatti, aveva anticipato lunedì sera al comitato referendario il contenuto dei suoi interventi di ieri.

 

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