la Repubblica

Martedì, 3 novembre 1998


Segni: "Parlano di referendum perché adesso hanno paura"
"Non credo molto al dialogo tra D'Alema e Berlusconi,
le resurrezioni sono difficili"
di SILVIO BUZZANCA


ROMA - Professor Segni, c'è grande animazione su referendum e legge elettorale.
"E' la migliore conferma della forza della nostra iniziativa. Ci sarebbe un attivismo di questo genere se non ci fossero le firme depositate? Il problema è sempre lì, ma per anni se ne erano dimenticati. Se ne accorgono adesso perché hanno paura".

Chi ha paura?
"C'è un partito antireferendum, popolari, verdi e comunisti ne hanno la tessera onoraria. Oltre questi c'è anche nei partiti più grandi, trasversale, la paura che il referendum segni la sconfitta della partitocrazia. C'è poi la posizione incerta di Berlusconi e D'Alema".

Dialogano. Cosa ne pensa?
"Sono scettico. Questo era l' asse che ha dato vita alla Bicamerale, poi fallita. E le resurrezioni sono sempre molto difficili. A Berlusconi vorrei chiedere perché rimane incerto di fronte a un referendum che ormai è appoggiato da gran parte del Polo e che è la logica conclusione del percorso bipolarista per cui era nata Forza Italia".

E a D'Alema cosa dice?
"Che un governo che mette fra i suoi obiettivi le riforme non deve avere paura del referendum. Amato riuscì, da presidente del Consiglio, a favorire l'elezione diretta del sindaco, grazie ad un referendum. Non si dovrà considerare umiliante l'eventuale sì al referendum, ma piuttosto accettarlo come un dato di fatto. Su cui governo e Parlamento dovranno intervenire".

Amato parla di doppio turno, di coalizione o di collegio, e di elezione diretta del premier. Soddisfano il quesito referendario?
"Il referendum lo si evita solo in un modo: cancellando la proporzionale, le liste dei partiti. Ogni altra cosa non evita giuridicamente il referendum e sarebbe uno scippo politico. Apprezzo molto il coraggio di Amato nell'accettare l'incarico di ministro delle Riforme in un governo che ha una maggioranza divisa sulla questione. Ma io ricordo due Amato: il vice di Craxi che teorizzava "l'andate al mare" e quello che, da presidente del Consiglio, spingeva per l' elezione diretta del sindaco. Spero che il ministro di oggi sia il secondo Amato".

Amato dice anche che il referendum, in un contesto di delegittimazione della politica, può essere strumento pericoloso.
"Non credo che sia un attacco ai referendum. Credo che Amato sia, oltre che un bravo professore, anche un bravo allievo e abbia imparato dalla storia che le riforme in Italia si fanno solo con il referendum".

Ma lei a che forma di governo pensa per l'Italia?
"Sono sempre stato un presidenzialista. Ma ci sono molte forme di presidenzialismo e vanno scelte in relazione alla legge elettorale. Prima vinciamo il referendum e poi affrontiamo questo tema. Bisogna andare a votare e sul voto si costruirà la nuova costituzione".

Ma si voterà? Cossiga, un promotore, ha dubbi sull'ammissibilità. E il comitato promotore denuncia pressioni sulla Consulta.
"Che ci sia una campagna in atto sulla Corte basta leggere i giornali per constatarlo. E Mattarella, Elia, Franceschini ne sono i portavoce. Ma io sono fiducioso: l'Italia è ancora uno stato di diritto, non una repubblica delle banane. Credo che gli organi di garanzia non sono influenzati dal potere politico. Non mi pare giusto, però, iscrivere Cossiga in quella schiera. Quando gli parlai del referendum ricordo il suo entusiasmo, non i suoi dubbi. La sua, da promotore, è una dichiarazione però sorprendente, che non tiene conto della realtà. Molti costituzionalisti ed ex presidenti della Corte si sono già espressi per l'ammissibilità".

Ma l'eventuale esito positivo del referendum è un punto di arrivo o di partenza?
"E' molto più che un punto di partenza. Il secondo voto a favore del maggioritario, se ci sarà, sancirà in maniera irreversibile, una scelta di sistema. Ma il maggioritario richiede adeguamenti costituzionali e non solo nella forma di governo; richiede un rafforzamento degli organi di garanzia. Il bipolarismo va costruito politicamente. Apprezzo gli ulivisti, ma io lavorerò alla costruzione del partito liberaldemocratico, alternativo alla sinistra, che va da Fini fino ai cattolici liberali del centro".


Il doppio turno divide Ds e Ppi
Salvi scettico sull'elezione diretta del premier.
Marini: nessun vincolo, meglio il modello coalizione


ROMA (g.l.) - Dopo l'apertura di dialogo sulla riforma elettorale da parte del leader di Forza Italia ("una capriola politica" l'ha definita Mastella) i partiti si schierano sui due fronti opposti del doppio turno di collegio e di coalizione. Cesare Salvi, presidente dei senatori Ds, boccia l'ipotesi di doppio turno di coalizione abbinato all'elezione diretta del premier che non era stato escluso dal ministro delle Riforme Amato. Salvi si augura che oltre alla legge elettorale si faccia anche una riforma costituzionale, della forma di governo, e spiega: "A me pare che le soluzioni buone siano due: l'elezione del premier con il doppio turno di collegio, come nella proposta che elaborammo con Fisichella, Urbani e Bassanini; oppure il semipresidenzialismo temperato della Bicamerale, con alcuni miglioramenti, riproposto da Cossiga: Non credo, invece, - aggiunge Salvi - nell'ipotesi adombrata come possibile alternativa dal ministro Amato, di doppio turno di coalizione abbinato all'elezione diretta del premier".

Salvi non fa appello al vincolo di maggioranza in materia di legge elettorale, ma ricorda che un tema così importante richiede una mediazione nella maggioranza "per presentarsi al dialogo con le opposizioni partendo da punti di vista non contrapposti". E' evidente che il presidente dei senatori Ds si riferisce soprattutto alla posizione dei popolari di Marini che, non solo è favorevole al doppio turno di coalizione, ma esclude anche il vincolo di maggioranza e ricorda che sul modello da lui preferito esiste già una potenziale maggioranza in Parlamento, che invece non c'è sul doppio turno di collegio. E ieri sera a piazza del Gesù il segretario del Ppi ha parlato per più di un'ora con il sottosegretario Marco Minniti, stretto collaboratore del presidente del consiglio D'Alema, anche del nodo delle riforme elettorali.

Per il Ppi il doppio turno di collegio che piace a D'Alema e a gran parte dei Ds non rafforza il bipolarismo. Il partito di Marini, conferma Renzo Lusetti, "ripropone l'idea del doppio turno di coalizione o in subordine la proposta Franceschini, vale a dire il sistema attuale a turno unico con la quota proporzionale sfruttata in parte come premio di maggioranza". Su questa base il Ppi va al confronto "anche per scongiurare un referendum che servirebbe solo ad aumentare la confusione e a determinare un'attribuzione assolutamente casuale di centinaia di collegi".

Ma oltre che al doppio turno di coalizione, i Ds sono contrari anche alla proposta Franceschini perché, sostiene Salvi, "non risolve i problemi in quanto non garantisce che la maggioranza alla quale il premio viene dato sia effettivamente coesa". Per Salvi "non è dando un premio di maggioranza che una cooalizione disomogenea programmaticamente diviene improvvisamente coesa. Per questo noi rimaniamo dell'opinione che la soluzione migliore sarebbe quella di una legge elettorale di tipo francese, cioè il doppio turno di collegio con limitata quota proporzionale".

 

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