il Giornale

Mercoledì, 30 dicembre 1998


Referendum, un Colle di sospetti
Non si placa la polemica sulle presunte pressioni sulla Corte costituzionale
I referendari: ormai troppe coincidenze sono strane
Zolla: non me ne sono mai occupato. Ma il Polo chiede a D'Alema di indagare
di Alessandro Caprettini

Nonostante smentite varie, comprese quelle degli antireferendari che si scagliano contro «le pressioni» di fatto esercitate da chi propugna l’abolizione della quota proporzionale, non si placa la bufera sul Quirinale. Michele Zolla, consigliere politico di Scalfaro nega seccamente di essere l’autore delle presunte rivelazioni pubblicate da Panorama: «Mai occupato di referendum elettorale e mai rivelato a deputati o senatori le opinioni in proposito, che neppure conosco, del presidente della Repubblica», ha scritto ad Adolfo Urso che lo aveva tirato in ballo l’altro giorno come presunto responsabile del più che probabile «no» della Corte al referendum, chiedendogli di precisare «come e da chi» gli era stato fatto il suo nome.

Urso «prende atto», ma a stretto giro di posta gli comunica di «prender atto» allo stesso modo anche della contro smentita del settimanale per cui qualche consigliere del Colle «è un bugiardo». Ma non e tutto qui. Le rivelazioni dell’ex-senatore della sinistra indipendente Pasquino al Giornale, provocano altri scossoni. Davvero ben cinque giudici hanno «ricevuto» telefonate sul tema spinosissimo del quesito referendario? Possibile che, come lascia capire l’ex-parlamentare, possa essere stato Scalfaro in prima persona a farle? Si scatena Peppino Calderisi, esponente del comitato referendario. Chiede a D’Alema urgenti chiarimenti. E allega tutta una serie di ulteriori elementi; la conferma di Panorama; Martinazzoli che si lamenta che i bravi di Don Rodrigo anziché da Don Abbondio, si siano recati alla Consulta per far sapere che il referendum non si deve celebrare, ne domani ne mai; le rivelazioni di un paio d’anni fa dell’ex-presidente della Corte Baldassarre sul ruolo giocato da Scalfaro per evitare l’ammissibilità del referendum sulla smilitarizzazione della Guardia di Finanza. «Troppi elementi - dice - per non continuare a chiedere di far chiarezza».

E a lui si affianca Maurizio Gasparri (An) che trova «allarmanti ed inquietanti» le affermazioni di Pasquino al Giornale. Sostiene che forte è il sospetto che si sia «di fronte ad un vero e proprio conflitto tra organi costituzionali» e insiste per un immediato chiarimento parlamentare visto che, a suo modo di vedere, Scalfaro «già protagonista dello scandalo Sisde e già autore di ribaltoni, conclude il suo settennato con comportamenti che potrebbero rivelarsi ancora una volta non rispettosi delle norme vigenti». Nel Polo si sollecita insomma il governo a far la sua parte per cancellare dubbi e sospetti. Spiega Urso, replicando a Zolla, che non a lui, ma a D’Alema spetta d’indagare e che proprio per questo ha ritenuto di presentare una interrogazione.

A dubitare che ci possano essere state pressioni dal Quirinale intervengono invece - assieme a Raffaele Costa (Fi), per il quale non si può vivere nel sospetto per ogni stormir di indiscrezione - due ex-presidenti della Corte. «In nove anni nessuno ha mai osato chiedermi niente» afferma Giovanni Conso. «Balordaggini, e per due ragioni: la prima - puntualizza Vincenzo Caianiello - e che i giudici non fanno conoscere la loro opinione finche non entrano in camera di consiglio. In secondo luogo, anche se il capo dello Stato impazzisse e volesse far pressioni, non lo farebbe durante una cena con tanto di auto blu e comunicato finale».

Riprendono così fiato, dopo un certo stordimento per il colpo di scena dell'altro giorno, gli antireferendari. «Le pressioni sulla Corte, in modo inaccettabile, sono i referendari a farle» protesta il socialista Boselli. «Le pressioni sono opera di chi fantastica sui tentativi del Quirinale di influenzare la Consulta» il drastico giudizio di Elia (Ppi), anche lui ex-presidente della Corte.

Restano però tanti segnali e parecchi sospetti. C'è forse stato chi, vicino a Scalfaro, ha avuto interesse a mettere in giro la notizia della probabile bocciatura del referendum, senza che il Colle fosse coinvolto? Pasquino cita cinque giudici che avrebbero ricevuto telefonate: chi le ha fatte? E resta irrisolto il nodo della cena al Colle: con tutti i giudici o solo con alcuni di essi? «La verità -taglia corto uno dei leader del movimento referendario- è che, Scalfaro o no, sono in tanti a temere il referendum. Ma hanno paura di dirlo, per cui operano nell'ombra».


Ma tutti vogliono rifare la Corte
Sono già cinque i disegni di legge presentati per modificare la Consulta
Il Polo vuole altri criteri di selezione, i Ds pretendono più trasparenza
di Luca d'Alessandro

Aleggiano, insistenti, le voci di pressioni sui giudici della Corte Costituzionale. Tornano puntuali le proposte per modificarla, anche se dalla recente sentenza sull’articolo 513 del codice di procedura penale queste proposte sono state messe nero su bianco, sotto forma di disegni di legge. Tra Camera e Senato, sono ben cinque i provvedimenti richiesti dai parlamentari.

Francesco Cossiga suggerisce per esempio una diversa composizione della Corte (vuole portare a 21 gli attuali 15 giudici) e di affidare alla giurisdizione della Consulta, per far rientrare tra le sue competenze la giurisdizione penale dei magistrati, per garantire una maggiore indipendenza.

Secondo il Polo, la via per evitare pressioni passa per un diverso criterio di selezione dei giudici. Forza Italia e An sollecitano la nomina della Corte per un terzo dalle supreme magistrature (ordinaria e amministrativa), per un terzo dai rappresentanti delle università, per un terzo dal consiglio nazionale forense. Il solo Alfredo Mantovano, responsabile di An per i problemi dello Stato, appare freddino. «II problema va affrontato – dice – ma occorre cautela. Anche nel prendere a modello i sistemi stranieri». Mantovano non crede troppo neanche nella dissenting opinion.

Sono però numerosi gli sponsor della pubblicità dei giudici in dissenso, a partire da Antonio Soda, numero due di Massimo D’Alema in Bicamerale, che vuole far. pubblicare le decisioni della Corte costituzionale «con le eventuali opinioni in dissenso dei giudici». «Proprio la trasparenza delle opinioni emerse dalla Corte – avverte – consentirebbe di articolare meglio in maniera limpida e proficua il dibattito nel Paese, prima e dopo le decisioni. Lo stesso presidente emerito della Corte, Antonio Baldassarre, crede fermamente nella dissenting opinion.

La maggioranza, facendo propria la strada tracciata da Soda, pensa di inserire nella nostra Carta la previsione che sia comunque il Parlamento a intervenire sulle leggi in caso di inammissibilità dichiarata dalla Consulta. Persino Giulio Andreotti ha presentato un suo disegno di legge, con il quale chiede di fare in modo che un mese prima della scadenza del mandato (nove anni) di un giudice costituzionale venga designato il suo successore, opportunamente eletto dalle competenti assemblee. Va invece controcorrente Giuliano Pisapia, secondo il quale «la nostra Corte ha sempre dimostrato un livello di autonomia che non esiste in alcun altro Paese del mondo».

 

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