L'«azzurro»
Scaiola: Basta chiacchiere sulla consultazione ROMA - La guerra, si sa, è «trasversale». E ora, dopo la maggioranza, tocca al centrodestra dividersi sul referendum che punta ad abolire la quota proporzionale della legge elettorale. Una battaglia garbata, ma ormai non più dietro le quinte. Il portavoce di An, Adolfo Urso, lancia un appello a tutto il Polo per sostenere apertamente la prova referendaria. Ma dato che il leader del suo partito Gianfranco Fini si è già schierato a favore e l'area liberale di Forza Italia lo ha fatto sin dall'inizio, l'invito non può che essere rivolto soprattutto al leader degli azzurri Silvio Berlusconi. Urso non lo cita ma riprende Mario Segni, che in un'intervista al Corriere interpretava il silenzio del Cavaliere come prova del suo scarso amore per il referendum: «E' sempre più necessario che chi crede nel- le riforme e nel rinnovamento si schieri con convinzione per sconfiggere ogni manovra di Palazzo e i cittadini possano finalmente esprimersi». Al posto di Berlusconi, in vacanza nell'isola caraibica di Antigua, risponde il coordinatore nazionale di Forza Italia, Claudio Scajola. Ed è gelo sull'entusiasmo di An: «Adesso basta. Tutte le chiacchiere sul referendum elettorale nella migliore delle ipotesi lasciano il tempo che trovano». Insomma, la polemica sorta dopo la denuncia di «indebite pressioni» sulla Consulta e la proposta di introdurre nella stessa la dissenting opinion (la facoltà per i giudici di esternare il proprio dissenso) sarebbe nient'altro che un «chiacchiericcio» che complica la situazione: «Troppe parole: sono un tentativo di condizionare la serietà e la serenità del giudizio della Corte Costituzionale. Comunque, sono un segnale di malessere per la democrazia rappresentativa. La questione dell'ammissibilità del quesito dovrebbe essere un problema esclusivamente giuridico e non politico: va risolto come tale, prescindendo da polemiche, insinuazioni e convenienze». Ma ieri il dibattito sul referendum è continuato in un filo diretto di Gr Parlamento che ha coinvolto rappresentanti di tutti i partiti e anche l'ex presidente della Corte, Antonio Baldassarre. Il quale ha avuto parole piuttosto dure nei confronti di Scalfaro: secondo Baldassarre nel suo settennato «ha messo in atto comportamenti che nemmeno il presidente degli Stati Uniti avrebbe il potere di compiere», sottolineando che soprattutto «sul presidenzialismo» ha mostrato «un attivismo di azioni e comportamenti che nessun presidente italiano ha mai avuto prima». Il capogruppo dei diessini al Senato, Cesare Salvi, a Gr Parlamento ha confermato che voterà «sì» se il quesito Segni-Di Pietro sarà ammesso dalla Corte Costituzionale. Anche se è cosciente che non si tratta di una panacea di tutti i mali dell'attuale sistema elettorale: «Promettendo che tutto cambierà si rischia di fare confusione. Il referendum non risolve i problemi del maggioritario all'italiana, che derivano piuttosto dal collegio uninominale a turno unico». Fra i più allergici alla prova referendaria restano i popolari. «A noi - spiega il vice capogruppo alla Camera, Lapo Pistelli - non piace l'idea che il sistema politico, ogni volta che ha un problema, lo scarichi sui cittadini. Sbaglia chi pensa che con l'abolizione del 25 per cento di proporzionale tutti i mali finiscano. Non dimentichiamo, poi, che il maggioritario ha introdotto una disaffezione verso le elezioni: l'elettore ha imparato a pensare che ogni volta che il suo candidato non c'è è inutile andare a votare». Ugualmente critico il capogruppo dei verdi Mauro Paissan. Che aggiunge anche un po' di ironia: «Il comitato per il "sì" continua a ripetere che il referendum è uno stimolo. Consiglio di usare parole che non facciano pensare alla pubblicità di un lassativo. Rispondano, piuttosto, a questa domanda: perché scomodare milioni di elettori se il "sì", a loro giudizio, già raccoglie una vasta maggioranza parlamentare?». Sul fronte del centrodestra si moltiplicano le prese di posizione a favore del referendum. Moderata quella del vicepresidente del Senato, Domenico Fisichella (An): «Non sono un fanatico della prova referendaria. Non cambierà tutto, ma non credo che sia del tutto indifferente». Più convinta quella del compagno di partito Giulio Maceratini: «Non capisco proprio come la Corte possa dire di "no": sarebbe come negare tutta la giurisprudenza. A ogni modo, se verrà bocciato lasciateci avanzare critiche senza dovere per forza incassare l'appellativo di "ribelli" così come è capitato agli avvocati». Presi di mira a suo tempo dal Capo dello Stato. |
IL
COSTITUZIONALISTA ROMA - «Sarebbe possibile motivare l'opinione dissenziente, senza però rendere noti i nomi dei giudici che hanno votato contro la sentenza approvata dalla maggioranza dei loro colleghi. Penso inoltre che questa novità potrebbe essere introdotta con una semplice modifica del regolamento interno della Corte Costituzionale, senza ricorrere a leggi o a riforme costituzionali». Ettore Gallo, ex presidente della Corte Costituzionale, fiero paladino dell'indipendenza della Consulta, ma anche giurista considerato assai vicino al presidente Scalfaro, raccoglie l'idea dei referendari Calderisi, Taradash e Colletti, e anzi la rilancia. Con un'avvertenza: benché tecnicamente possibile, un'innovazione del genere difficilmente potrà essere introdotta in vista della decisione sull'ammissibilità del referendum per l'abolizione della quota proporzionale nella legge elettorale, cioè entro la fine di gennaio. I tempi, nota Gallo, sono molto stretti. Comunque in passato la Corte è già stata sul punto di «autoriformarsi»: «Non si giunse a una vera e propria decisione, ma ormai la stragrande maggioranza di noi era dell'idea di modificare il regolamento per rendere noto l'esito della votazione e chi si era trovato in disaccordo» ricorda l'ex presidente. Naturalmente, oggi la Corte si è totalmente rinnovata, i giudici sono quasi tutti cambiati. «Dei miei tempi - ricorda il professore - sono rimasti soltanto Giuliano Vassalli e il presidente Renato Granata». Opinione dissenziente
ma anonima? Ma tutto ciò sarebbe
possibile attraverso una modifica del solo regolamento
interno, deciso dalla stessa Corte? Del resto, ci sono
stati alcui casi di giudici relatori che sono rimasti in
minoranza, dei relatori dissenzienti... Insomma, la Corte
Costituzionale potrebbe decidere di riunirsi e di
cambiare le sue stesse regole... |
LA PROPOSTA L'AUTORIFORMA Secondo i «liberal» di Forza Italia la Consulta dovrebbe modificare il proprio regolamento interno per introdurre nelle sentenze «la motivazione dell'opinione dissenziente». In poche parole: contrariamente a quanto accade oggi, andrebbe reso noto anche il parere di chi è rimasto a votare in minoranza, contro una decisione approvata da altri. Si tratta del cosiddetto «dissenting opinion». IL DIVIETO DI ALTRI INCARICHI Il secondo provvedimento necessario («Un antidoto - scrivono Calderisi, Colletti e Taradash - al rischio di subalternità della Corte Costituzionale») dovrebbe essere il divieto di ricoprire altri incarichi pubblici a fine mandato. O addirittura: l'adozione di un mandato «a vita». Una soluzione, questa, che dovrebbe limitare le possibilità di condizionare i giudici. COSA DICE LA COSTITUZIONE Secondo la Carta del 1946 ogni decisione della Corte deve essere «pubblicamente comunicata alle Camere e ai Consigli regionali interessati affinché, ove lo ritengano necessario, provvedano nelle forme costituzionali». I PROGETTI IN PARLAMENTO Fino a oggi sono state già depositate cinque proposte di legge costituzionale (una anche da Francesco Cossiga) per modificare la Costituzione (in particolare gli articoli 135 e 136) che riguardano la composizione della Corte e le sentenze di illegittimità. |