Referendum,
il Polo non crede al Quirinale ROMA - Scoppia alla vigilia di San Silvestro l'ultima polemica tra l'opposizione e il Quirinale. An e Forza Italia hanno chiesto chiarezza sulla vicenda delle presunte pressioni esercitate sulla Corte costituzionale dal presidente Scalfaro sul referendum contro la quota proporzionale. «È necessario fare luce con urgenza su quanto si sta verificando attorno alla Consulta», ha esortato Maurizio Gasparri (An) prendendo spunto anche dalle dichiarazioni di Gianfranco Pasquino, politologo ed ex senatore della Quercia, che in un'intervista a il Giornale ha detto: «Conosco personalmente cinque giudici costituzionali e sono ragionevolmente certo che abbiano ricevuto telefonate sul tema del referendum». E Pasquino ha poi specificato: «Se Scalfaro si impegna in questa battaglia, certamente lo fa di persona e non fa chiamare da altri». Un'autentica bordata contro il capo dello Stato, che segue di poche ore le indiscrezioni di Panorama subito smentite dai consiglieri di Scalfaro. «Bisogna accertare se le notizie sono realmente fondate, come fa immaginare la serietà del quotidiano e dell'intervistato», ha sottolineato Gasparri. Per il quale «è evidente che siamo di fronte a un vero e proprio conflitto tra organi costituzionali. Il Parlamento ha tutto il diritto di far luce sulla vicenda». Sulla stessa lunghezza d'onda Peppino Calderisi (FI): «Mi auguro che il presidente del Consiglio D'Alema risponda con urgenza alle interrogazioni parlamentari, così come mi auguro che siano individuate e adottate tutte le iniziative più opportune per rendere almeno un po' più sereno il clima attorno a una decisione della Consulta che investe così da vicino il futuro del Paese e il diritto dei cittadini di potersi pronunciare al riguardo», ha osservato Calderisi. Il quale ha preso spunto anche dalle parole di Mino Martinazzoli su Liberal: «I bravi di don Rodrigo, anziché da don Abbondio, si sono recati alla Consulta - ha scritto l'ex sindaco di Brescia - per far sapere che quel referendum non dovrà essere celebrato. Né domani, né mai». Non credono invece alla tesi delle pressioni del Colle due ex presidenti della Corte costituzionale. «Finora le uniche sono state esercitate da chi fantastica sui tentativi del Quirinale di influenzare la Consulta. I fatti e non le parole - è l'opinione dell'attuale presidente dei senatori del Ppi Leopoldo Elia - ci dicono, e più ancora ci diranno nelle prossime settimane, chi rispetta davvero le sentenze della Corte e la sua indipendenza». Critico anche Vincenzo Caianiello: «È una cosa assolutamente risibile, una balordaggine priva di consistenza e serietà per ben due ragioni», ha messo in evidenza l'ex presidente della Consulta. «I giudici costituzionali per motivi strategici non fanno conoscere la loro opinione finché non entrano in camera di consiglio e il capo dello Stato, anche se impazzisse e volesse fare pressioni, non lo farebbe durante una cena con tanto di auto blu e comunicato finale», ha concluso Caianiello riferendosi alle indiscrezioni che parlavano di un invito a cena dei giudici costituzionali da parte di Scalfaro al Quirinale in cui il capo dello Stato avrebbe chiesto loro di respingere il referendum antiproporzionale. Scettico anche il leader di Rifondazione Fausto Bertinotti: «No, non credo a delle pressioni - ha detto al Tg1 - in ogni caso il referendum è davvero un pericolo che darebbe un colpo a quello che resta della democrazia in Italia, cioè la presenza dei partiti». |
L'INTERVISTA ROMA - «Era meglio Craxi». Chi poteva aspettarsi un'affermazione del genere da Mario Segni? Ma come, era davvero preferibile il Bettino ora in «esilio» ad Hammamet, quel segretario del Garofano che invitava ad andare al mare invece che alle urne referendarie? «Sì, era meglio lui». Il «professore», leader del comitato che scommette su una nuova vittoriosa partita contro il proporzionale, è convinto sul serio che gli attuali «nemici» del referendum siano peggio di chi è assurto a simbolo negativo della Prima Repubblica: «Almeno lui aveva argomenti validi da opporre. Fu una battaglia leale». Ora invece avanza una nuova e più temibile «armata del no». La compongono «i piccoli partiti della maggioranza», ma anche Silvio Berlusconi: «È evidente che non ami il referendum». Il risultato è che la Consulta, cioè l'organo che dovrà decidere l'ammissibilità del referendum che punta ad abolire la quota proporzionale dalla legge elettorale, «è il bersaglio di forti pressioni». Segni non osa neanche pensare a una bocciatura della Corte costituzionale «già decisa» proprio per quegli «indebiti interventi». Ricorda a Scalfaro che un Presidente «deve sempre staccarsi dai partiti ai quali è appartenuto». E ammonisce il popolare Sergio Mattarella, ora vicepresidente del Consiglio, che ha attaccato la trasversalità del comitato referendario giudicandola contraria al bipolarismo: «Parla bene lui che voleva un accordo a tarallucci e vino nella Bicamerale». È d'accordo con i
liberali di Forza Italia che propongono alla Consulta di
adottare subito la dissenting opinion,
cioè la facoltà per i giudici di esternare il proprio
dissenso sulle sentenze? È d'accordo anche con
la carica a vita per i componenti della Corte
costituzionale? Non è legittima la
battaglia contro il referendum? Meglio lui dell'attuale
fronte del «no»? Anche Silvio
Berlusconi? Crede alla voci che
danno per «già decisa» la bocciatura del referendum? C'è chi punta il dito
contro il Quirinale. Ma il Ppi è fra
gli acerrimi nemici del referendum. Proprio un popolare
come il numero due del governo, Sergio Mattarella,
sostiene che il comitato referendario, in quanto
«trasversale», è contraddittorio rispetto al
bipolarismo. Cossiga è favorevole
all'iniziativa referendaria mentre la sua Udr sembra
remare contro. Ma anche lui nutre dubbi sulla
trasversalità del comitato. Che cosa ne pensa del
«pacchetto» Amato per le riforme? Ma il Parlamento sembra
almeno voler chiudere la partita antiribaltone nelle
Regioni. E se alla fine la
Consulta boccerà davvero il «suo» referendum? |
LA CONSULTA
ASSEDIATA ROMA - Più sì che no. O meglio: per la Corte sarebbe più facile motivare l'ammissibilità del referendum piuttosto che spiegare le ragioni di un rifiuto. È questa la conclusione alla quale si arriva raccogliendo i pur prudenti pareri dei costituzionalisti, studiando i ponderosi precedenti, compulsando gli atti di convegni e seminari, analizzando dotte disquisizioni e accademiche concioni. Il mese scorso una sessantina di esperti di diritto costituzionale ha confrontato le proprie opinioni in un seminario, tutto per addetti ai lavori, svoltosi a Ferrara e presieduto da Roberto Bin. E la gran maggioranza dei pareri pende dalla parte dell'ammissibilità: nell'elenco dei favorevoli anche un'erudita comunicazione dell'ex presidente della Corte costituzionale Aldo Corasaniti. Avverte però Sergio Bartole, che ha tenuto la relazione introduttiva: «La Corte è chiamata a prendere una decisione importante e difficile. Chi dice che la soluzione esiste ed è già nelle carte, si prepara ad attaccarla in un momento successivo, sia nel caso dichiari l'ammissibilità sia nel caso dichiari l'inammissibilità. Un giochetto facile e rischioso». L'invito, pressante, è a non privare la Consulta della «sua serenità di giudizio». E in questi giorni di veleni e di sospetti, mentre il giudice Riccardo Chieppa prepara la relazione che il 18 gennaio leggerà agli altri 14 Custodi della Carta costituzionale, i risultati del convegno di Ferrara giungono a Roma arricchendo il dibattito e fornendo utile materiale alla stessa Corte. Che a questo argomento, è bene ricordarlo, nel luglio del '96 dedicò un seminario dal quale lo strumento referendario uscì affinato e rafforzato. Anche se Leopoldo Elia ricordava le diffidenze straniere per quelle che i francesi chiamano «arguties», cioè i ragionamenti giuridici molto sottili che affollano le aride praterie dell'italico diritto. La materia è ostica, difficile da digerire. I paladini del sistema maggioritario, uno schieramento variopinto che va da Walter Veltroni a Gianfranco Fini, passando per Romano Prodi e Antonio Di Pietro, chiedono che il popolo cancelli quella quota del 25 per cento di deputati eletti ancora con il proporzionale. E per ottenere questo scopo hanno messo a punto un quesito referendario da far venire il mal di testa: cinque cartelle dattiloscritte nelle quali il «volete voi che sia abrogato...» si riferisce a 39 articoli e 56 commi. Il titolo, già stabilito dalla Cassazione, è: «Abolizione del voto di lista relativo alla distribuzione proporzionale del 25 per cento dei seggi». Se si andrà alle urne le schede avranno dimensioni chilometriche. Eppure, a sentire i proponenti, non si poteva fare altrimenti. Ma andiamo con ordine. La Corte, in precedenti pronunciamenti, ha dato ai referendum elettorali una sorta di statuto speciale. Due in particolare le sentenze in merito: la numero 5 del '95 e la 26 del '97 con le quali si afferma che i quesiti possono essere formulati anche con un «puntuale e preciso ritaglio di porzioni del testo legislativo» e che è indispensabile che le nuove norme siano immediatamente applicabili «in caso di inerzia legislativa»: «la paralisi, anche solo temporanea, dei meccanismi giuridici per il rinnovo delle assemblee parlamentari urterebbe con le esigenze fondamentali della democrazia rappresentativa». È fuori di dubbio, quindi, che un referendum elettorale non può essere solo abrogativo ma deve manipolare le norme giudicate al fine di garantire immediata applicazione dei risultati qualora il Parlamento non sapesse o non volesse intervenire con una nuova legge elettorale. E il quesito ora all'esame dei Sommi Custodi risponde a tali condizioni. La Corte (sentenza 32 del '93) esige però che sia rispettata l'esigenza di «chiarezza, univocità e omogeneità». È evidente che una complicata struttura legislativa richiede quesiti referendari a dir poco incomprensibili se letti da un profano. Ma quel che conta è la volontà dei proponenti e in questo caso è innegabile il proposito maggioritario. Ha sostenuto in passato Gaetano Silvestri: «Se la Corte ha ben compreso il segno della richiesta di un referendum, si può immaginare che anche il corpo elettorale sarà in grado di farlo, anche perché sarà cura dei promotori illustrare le loro reali finalità nel corso della campagna referendaria». Il punto più debole del quesito referendario è però la legislazione di risulta che, per dirla con Sergio Bartole, dovrebbe essere ricondotta «al letto di Procuste della struttura della legge incisa». E in questo caso è forte il dubbio che l'elezione dei 155 migliori piazzati appaia stravagante. Ma, come sottolinea Augusto Barbera, il quesito proposto, a differenza dei due precedenti referendum promossi dalla lista Pannella e bocciati dalla Corte, non elimina la quota del 25 per cento aggiuntiva dei seggi ma abroga la distribuzione proporzionale fra liste di partito e le attribuisce ai singoli candidati che in ciascuna circoscrizione hanno ottenuto più voti dopo i primi eletti. Sulla base di questi calcoli, nella competizione del '96 l'Ulivo avrebbe avuto 19 seggi in più e il Polo 13 a scapito degli schieramenti minori. Insomma, le nuove norme ben si adatterebbero al letto di Procuste del maggioritario. D'altro canto nel '93, all'atto dell'approvazione del Mattarellum, cioè la legge elettorale ora sotto processo e che fu così chiamata dal nome del relatore Sergio Mattarella, furono Peppino Calderisi ed Elio Vito a emendare il testo in modo da rendere possibile il taglio referendario. Ma lo stesso Sergio Bartole, che pur propende per il sì, accusa: «Trovo ironica la posizione dei critici della Corte che, da una parte censurano l'eccessiva fantasia della sentenza sull'articolo 513 ma dall'altra parte si aspettano che la Corte metta a frutto tutta questa fantasia per dichiarare ammissibili quesiti referendari anche molto elaborati e complessi che arrivano alla sua attenzione». «A Ferrara - spiega Barbera - è stato detto con chiarezza che se la Corte può fare legittimamente sentenze manipolative, altrettanto deve essere consentito per i quesiti referendari. E qualora dovessero apparire alcuni "inconvenienti" nella normativa di risulta, come ha stabilito la Corte nella già ricordata sentenza del '93, spetterebbe al legislatore porvi rimedio. Anche se non vedo quali potrebbero essere questi inconvenienti». Certo, con tali premesse se la Corte giudicherà inammissibile il referendum difficilmente potrà sottrarsi all'accusa di avere una concezione elitaria e paternalistica della politica. Evidenziando la tendenza, sottolineata in un suo saggio da Gaetano Silvestri, «a porre gli elettori sotto una tutela troppo stretta, discendente diretta della vecchia idea autoritaria della perenne immaturità del popolo». |
«Riformiamo
subito le sentenze della Corte» ROMA - L'imminente pronuncia della Corte costituzionale sul referendum antiproporzionale fa tornare d'attualità la «voglia» delle forze politiche di riformare la Consulta con in mente un obiettivo primario: quello di ridurne la discrezionalità politica. Lo chiedono i referendari Peppino Calderisi, Lucio Colletti e Marco Taradash, i quali suggeriscono, in una lettera al Corriere, il rimedio immediato (che non ha bisogno di nuove leggi, né di modifiche alla Costituzione) di «un'autoriforma», con la modifica del regolamento interno della Consulta approvata dagli stessi giudici costituzionali, per introdurre nelle sentenze la motivazione dell'opinione dissenziente. Il parere cioè di chi è rimasto in minoranza a votare contro una decisione approvata a maggioranza dagli altri. Si tratta di una riforma che assume un particolare rilievo in vista della pronuncia sul referendum. La Costituzione prevede infatti che la decisione della Corte sia «pubblicata e comunicata alle Camere e ai Consigli regionali interessati affinché, ove lo ritengano necessario, provvedano nelle forme costituzionali». In Parlamento sono state già depositate cinque proposte di legge costituzionale, inclusa quella di Francesco Cossiga, per modificare in particolare gli articoli 135 e 136 della Costituzione, che riguardano la composizione della Corte e le sentenze di illegittimità. Fra le innovazioni caldeggiate dai partiti c'è quella di introdurre la dissenting opinion. Anche i Ds, primo firmatario Antonio Soda, propongono qualcosa di simile: che le decisioni della Corte siano pubblicate «con le eventuali opinioni in dissenso dei giudici». Due le strade proposte dalle forze politiche per riformare la Consulta: la maggioranza sceglie di stabilire in Costituzione che comunque è il Parlamento che deve intervenire sulle leggi nel caso in cui vengano dichiarate illegittime (tagliando alla radice la possibilità delle cosiddette sentenze manipolative additive che non si limitano a far cadere le leggi giudicate incostituzionali, ma di fatto legiferano sulle varie materie sottoposte alla sentenza della Corte). Il Polo propone, invece, che a cambiare sia la composizione della Corte. Forza Italia e An suggeriscono inoltre che si cambi anche la fonte di nomina dei giudici costituzionali, stabilendo che i 15 componenti siano scelti per un terzo dalle supreme magistrature, ordinaria e amministrativa; per un terzo dai rappresentanti delle università; per un terzo dal Consiglio nazionale forense. Attualmente i 15 giudici vengono nominati per un terzo dal presidente della Repubblica, per un terzo dal Parlamento in seduta comune e per un terzo dalle supreme magistrature. La più compiuta proposta di riforma costituzionale della disciplina della Corte resta al momento quella messa a punto dalla Bicamerale nel giugno '97, su proposta del relatore per le Garanzie Marco Boato, ma non discussa in aula a causa dello stop alla «grande riforma» deciso nella scorsa primavera. Il testo Boato, per quanto a lungo discusso e fonte di acceso dibattito fra i singoli commissari, alla fine fu sostanzialmente sostenuto sia dal Polo sia dall'Ulivo. Vi si delineava l'identikit di una nuova «Superconsulta» dai poteri molto accresciuti e nella cui composizione prevaleva la nomina presidenziale. M. A. C. |
LA LETTERA Signor direttore, anche alla luce delle polemiche seguite alle rivelazioni di «Panorama» sul referendum, concordiamo pienamente con l'editoriale odierno di Galli della Loggia sul «Corriere della Sera». Occorrono, come negli Stati Uniti, almeno due regole come antidoto al rischio di subalternità della Corte costituzionale: il mandato a vita (o, meglio, il divieto di ricoprire incarichi pubblici a fine mandato) e la «dissenting opinion» cioè la pubblicità delle discussioni che si svolgono al suo interno. Infatti, come afferma giustamente Galli della Loggia, «l'esistenza di questo pubblico contraddittorio, sia pure indiretto ed ex post, implica o comunque sollecita sentenze ben argomentate e in generale una solidità di indirizzo giurisprudenziale; e, dunque, per ciò stesso, significa una notevole protezione delle decisioni della Corte da influenze esterne di carattere politico». Ricordiamo che a favore della «dissenting opinion» si sono pronunciati autorevolissimi costituzionalisti come Mortati, Rodotà, Baldassarre, Caretti, Cheli, come sottolineato da Gustavo Zagrebelsky, ora giudice costituzionale, nel suo libro «La Corte costituzionale», pubblicato dieci anni fa dal Mulino. Galli della Loggia pone un problema complessivo di riforma dell'ordinamento della Corte. Noi ci permettiamo di avanzare una concreta e immediata proposta. Infatti, per quanto riguarda l'introduzione della regola della «dissenting opinion», prevista anche dal testo della Bicamerale, non c'è in realtà alcun bisogno di modifiche legislative né costituzionali, né ordinarie. Secondo l'opinione prevalente dei costituzionalisti è infatti sufficiente una modifica del regolamento interno della Corte che è approvato dagli stessi giudici della Consulta. Una riforma, o meglio, una autoriforma - quella della «dissenting opinion» - che a nostro avviso sarebbe opportuno fosse introdotta immediatamente, in modo che possa valere già a partire dal prossimo giudizio di ammissibilità sul referendum elettorale. L'introduzione di questa regola contribuirebbe a rendere almeno un po' più sereno il clima attorno a questa decisione così rilevante per le sorti del nostro sistema politico, soprattutto se si considera che gli avversari del referendum non hanno finora prodotto alcuna seria argomentazione che possa giustificare, alla luce della stessa giurisprudenza della Corte, l'inammissibilità del quesito referendario. Solo avviando processi di autoriforma la Corte potrà evitare, nell'interesse dell'equilibrio tra i poteri, che vadano avanti improvvisate iniziative volte a contenere i rischi di sconfinamento della Corte costituzionale, rischi avvertiti da settori sempre più vasti dell'opinione pubblica. Peppino Calderisi, Lucio Colletti, Marco Taradash deputati di Forza Italia del Gruppo laico liberale, |
IL QUESITO * COSA DICE Se vince il Sì, anche la quota di deputati (25 per cento) che oggi è eletta col proporzionale, sarebbe determinata col sistema maggioritario * QUAL È IL PROBLEMA Per i referendari il quesito è «autoapplicativo». Ovvero: se vince il Sì, e il Parlamento non approva una riforma elettorale, sarebbe possibile votare anche con la legge emendata. |