RCS on Line - Corriere della Sera

Lunedì, 28 dicembre 1998


Gli italiani preferiscono votare con il maggioritario

La riforma del sistema elettorale sarà, a meno di avvenimenti imprevisti, il tema dominante della prima metà del 1999. Le norme che regolano le consultazioni a livello nazionale sono state varate in gran fretta sulla spinta degli esiti del referendum del 1993 e non hanno dato i risultati attesi. A ciò si aggiunge l'estrema varietà dei sistemi elettorali oggi vigenti. Sono almeno sette le normative cui l'elettore è chiamato di volta in volta ad adattarsi (o a districarsi), con conseguente inevitabile confusione e, alla fine, disaffezione. Così sembra prevalere oggi l'opportunità di una semplificazione. Molti si sono domandati, proprio sulla base di quanto sperimentato in questi anni, qual è il sistema elettorale cui gli italiani ambirebbero maggiormente e che sia, al tempo stesso, il più adatto per il nostro Paese. Il quesito, naturalmente, non può avere una risposta compiuta, in quanto la complessità estrema della materia non permette al cittadino comune di conoscere e, specialmente, di giudicare consapevolmente i pro e i contro delle diverse soluzioni.

Le ricerche condotte sin qui hanno tuttavia messo in luce almeno due orientamenti consolidati nella pubblica opinione:

1) La personalizzazione del voto. Da un verso, questa è spiegata dal desiderio di individuare con precisione le persone cui si affidano i compiti di governo (o di opposizione), in modo da potere loro attribuire successivamente meriti e demeriti. Dall'altro l'«aggancio» alla persona rappresenta anche per il singolo elettore una utile semplificazione della scelta di voto, resa sempre più complessa dalla perdita dei riferimenti tradizionali e dalla numerosità (e non sempre agevole «distinguibilità») delle forze in campo.

2) La predilezione per una forte componente maggioritaria, a scapito di quella proporzionale. Il rigetto di quest'ultima è sempre stato netto e crescente. Già nel marzo 1997, solo poco più di un terzo degli intervistati - il 36,8 per cento - riteneva questo sistema «il più adatto per l'Italia». Da allora questa percentuale è progressivamente diminuita, fino a toccare il 29,2 per cento. Di converso si è sempre registrata una maggioranza ampia di sostenitori del maggioritario.

Erano il 47 per cento nel 1997 e hanno superato la maggioranza assoluta nel maggio scorso (54 per cento), rimanendo sopra tale livello anche oggi (52 per cento). Con una lieve diminuzione, però, rispetto a qualche mese fa, dovuta principalmente al fatto che la tanto attesa semplificazione del sistema partitico - che molti si aspettavano come effetto del maggioritario - non si è verificata. Anzi. Insomma, tra gli italiani comincia a serpeggiare un po' di perplessità anche sul sistema elettorale considerato più opportuno. Ciò che è inevitabile, come si è detto, data la complessità della materia. Ma che, al tempo stesso, suggerisce nuovamente di intervenire sul tema con sollecitudine (ma in modo organico e meditato), magari tenendo conto degli orientamenti espressi dai cittadini. Prima che anche la questione del sistema elettorale da adottare divenga un elemento che accresce il distacco e il disinteresse per la politica, già presenti, come si sa, in misura crescente, nel Paese.


L'INTERVISTA
Fisichella: primo passo scegliere insieme il presidente
«Sul referendum si è già registrata una convergenza tra forze della maggioranza
e dell'opposizione. E se la Consulta lo giudicherà ammissibile, dopo le urne
si potrà lavorare a una nuova legge elettorale»

di Paola Di Caro

ROMA - Il cammino delle riforme può riprendere perché «l'opposizione sa essere responsabile». Ed è positivo, come ha fatto notare Antonio Maccanico sul «Corriere della Sera», che Polo e centrosinistra abbiano già messo mano alla riforma costituzionale che prevede l'elezione diretta del presidente della Regione. Ma secondo Domenico Fisichella, costituzionalista di Alleanza nazionale e vice presidente del Senato, sono due gli eventi che davvero sono in grado di bloccare o di dare la spinta decisiva alle riforme: «Il referendum e l'elezione del capo dello Stato: è su questi due momenti chiave della politica dei prossimi mesi che è possibile la svolta o lo stallo».

Partiamo dal referendum: in che modo può essere decisivo per la ripresa del dialogo istituzionale tra maggioranza e opposizione?

«Sul referendum si è già registrata un'importante convergenza tra forze di maggioranza, come i Ds, Prodi e Di Pietro, e di opposizione, come An e il Ccd».

Una convergenza che ha fatto gridare allo scandalo chi al referendum si oppone...

«Senza alcun motivo, perché nessuno immagina trasversalismi impropri né si pone traguardi di tipo governativo: la maggioranza c'è, pur con i suoi problemi interni, l'opposizione fa la sua parte. Al di là di queste fisiologiche distinzioni c'è dunque l'appuntamento del referendum».

Che lei ritiene decisivo: perché?

«Perché io credo che, se la Corte giudicasse ammissibile il referendum, sarebbe possibile in Parlamento il perfezionamento del testo di legge elettorale uscito dalla prova referendaria, e contemporaneamente si potrebbe lavorare in un clima positivo ad altre riforme, come quella per l'elezione diretta delle giunte regionali».

Se invece la Corte dichiarasse illegittimo il referendum?

«In questo caso il clima politico peggiorerebbe: assisteremmo quantomeno a una battuta d'arresto del cammino riformatore. E' evidente infatti che le forze politiche che si aspettano il sì al referendum riterrebbero il mancato via libera al quesito una sorta di atto di sfiducia nei confronti dei cittadini».

Supponiamo che il referendum passi, e che il Parlamento si metta al lavoro su una nuova legge elettorale: sarebbe possibile a quel punto riprendere in mano anche altre riforme importanti, come l'elezione diretta del capo dello Stato?

«Per fare riforme diverse da quella elettorale bisogna servirsi della procedura di revisione costituzionale prevista dall'articolo 138 della Costituzione, e questo può significare due cose: che la maggioranza cerca il consenso dell'opposizione oppure, cosa che mi sembra molto più difficile viste le divisioni nel centrosinistra, che si vota le sue riforme da sola. Mi pare che i Ds non vogliano percorrere questo cammino: è un fatto positivo che merita apprezzamento. La riforma per l'elezione diretta delle giunte regionali è un buon banco di prova per valutare l'atteggiamento reale della maggioranza».

Un accordo in quella sede sarebbe un fatto sufficiente perché il cammino complessivo delle riforme riprenda?

«No, qui in gioco entra un altro elemento: la prossima elezione del capo dello Stato».

Come può incidere l'elezione del capo dello Stato sulle riforme?

«Può incidere, e molto. Una maggioranza arroccata - peraltro divisa al suo interno visto il fiorire di candidature di area di centrosinistra - che volesse prescindere dall'apporto esplicito e concordato dell'opposizione di centrodestra darebbe luogo a una situazione di stallo per le riforme. Viceversa, se la maggioranza nel suo complesso, e non pezzi di essa che operano per logiche di fazione, volesse concordare in una logica di equilibrio istituzionale con l'opposizione la designazione del nuovo capo dello Stato, questo verrebbe letto come un segnale importante ai fini dello sviluppo delle riforme».

Per dirla brutalmente: se l'elezione del capo dello Stato si fa tutti insieme le riforme ripartono, altrimenti resta tutto bloccato?

«Noi sappiamo che esiste un problema di governabilità, siamo consapevoli che servono riforme e che non si possono fare senza o contro di noi. Ci attendiamo che del nostro punto di vista sia tenuto conto».

Concordare il nuovo capo dello Stato con voi significa scegliere qualcuno fuori dall'area di centrosinistra?

«Non dico questo. Noi avremo una nostra candidatura di Polo, come è giusto che sia, ma conosciamo anche i nostri limiti in termini numerici... Quello che si tratta di capire è se il nuovo capo dello Stato debba emergere da una contrapposizione o da una convergenza tra maggioranza e opposizione».

C'è già qualche nome che suscita il vostro interesse?

«Come può immaginare, il mio ruolo istituzionale non mi permette di fare nomi... E comunque in questa fase sarebbe prematuro. Meglio parlare del metodo».

Se l'elezione del capo dello Stato fosse concordata, si potrebbe dunque giungere alla «riforma delle riforme», all'accordo per l'elezione diretta del presidente della Repubblica?

«E' il passaggio più difficile di tutte le riforme: è più facile che riemerga il discorso sull'elezione diretta del premier. Comunque, prima di arrivare a questo, dobbiamo valutare quale sarà il comportamento della maggioranza».

 

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