RCS on Line - Corriere della Sera

Martedì, 22 dicembre 1998


Referendum, insieme amici e nemici
Uniti Veltroni, Prodi, Fini e Casini
Fronte del «no», da Boselli e Bertinotti appello a Berlusconi
Alla manifestazione di Segni gli avversari del proporzionale. Assente Cossiga

di Gianna Fregonara

ROMA - Parte il carro dei referendari: e insieme ad Antonio Di Pietro, Mario Segni e al comitato per l'abolizione della quota proporzionale, salgono subito Walter Veltroni, Romano Prodi, Gianfranco Fini e Pierferdinando Casini. Tutti insieme alla riunione del Residence Ripetta per sostenere le ragioni del bipolarismo, dell'ammodernamento del sistema politico e del rilancio delle riforme. Perché il referendum è «l'unica via rimasta» (Fini), perché «il sistema elettorale è malato e ci sono forti suggestioni e desideri di ritornare al passato» (Veltroni), perché «il problema è rendere non contrattabili gli schieramenti giorno per giorno» (Prodi) e perché «dobbiamo rispondere ai ricattatori di professione» (Casini).

È un fronte del sì che attraversa e divide al loro interno i poli. C'è Fini seduto accanto a Prodi, Veltroni con Casini, Di Pietro e Occhetto - quest'ultimo riconosce a Veltroni di avere sanato il vulnus dentro il partito con l'adesione alla campagna - li guardano dal palco. Ci sono Adornato, e Giuliana Olcese, Calderisi (Fi) e Urso (An), Barbera e Realacci (a nome di Centocittà). Imbarazzo, dentro un fronte così variegato? «Nel momento in cui si va nella stessa direzione - si difende Prodi - si deve sedere uno accanto all'altro. Ci accusano di trasversalismo? È una brutta parola, ma se in questo caso significa essere insieme per rendere governabile il Paese, allora è benedetta...».

Mentre tutti sono impegnati nei distinguo - «il referendum non è contro i partiti e noi sosteniamo il doppio turno di collegio a ballottaggio a due», spiega Veltroni, «è da trogloditi pensare a un'alleanza di tipo politico tra di noi», precisa Fini - Antonio Di Pietro dal palco annuncia che il suo partito chiede le elezioni subito dopo la riforma della legge elettorale e l'introduzione del voto per gli italiani all'estero. I dipietristi comunque sono intanto pronti a sciogliersi in un partito democratico. La sala applaude, ma dei leader solo Prodi batte le mani. Di Pietro prosegue: «Alle Europee avremo un risultato politico migliore dei partiti con il blasone, se faremo una formazione che ci porti verso il partito democratico».

È assente un protagonista della campagna della prima ora, Francesco Cossiga. L'Udr non ha ancora preso posizione ufficialmente: «Lo faremo soltanto dopo che la Corte costituzionale si sarà espressa», spiega Clemente Mastella. Ma il sottosegretario all'Interno Diego Masi, che è referendario, chiede seccato un'immediata riunione della segreteria.

L'adesione del leader dei Ds e di Prodi al fronte del sì ha creato altre crepe nei partiti della maggioranza. La sinistra Ds accusa Veltroni di non avere mai discusso del referendum nel partito. Il Ppi, messo in forte imbarazzo da Prodi e sotto accusa da Di Pietro, replica a muso duro: «Rischia di destabilizzare la maggioranza, non capisco perché autorevoli esponenti dell'Ulivo non se ne preoccupino. Al Senato comincia il confronto sulla legge elettorale, si impegnino lì», spiega il vicesegretario Dario Franceschini. E a Prodi risponde: «La tesi 10 del programma dell'Ulivo. Dice: basta con l'uso manipolativo dei referendum».

Visto che il fronte del sì ha accelerato i tempi, anche gli anti-referendari si organizzano. Cossutta attacca la campagna «codina e qualunquistica» di Prodi e Veltroni che stanno insieme a Fini. Boselli (Sdi) e Bertinotti chiedono che si dia vita subito al fronte del No. L'appello è rivolto anche a Marini e a Berlusconi.

E infatti anche il Polo è spaccato. Il Cavaliere per ora prende tempo. Fini e Casini sono già schierati per il sì. Il capogruppo alla Camera Pisanu assicura che la sua assenza al Ripetta non «è una presa di distanza dal comitato referendario». Però Antonio Martino, vicino al Cavaliere e tra i promotori del referendum, annuncia il pericolo di imbrogli dentro il fronte del sì.


IL PUNTO
Nascono due partiti trasversali
I poli non saranno più gli stessi

di Stefano Folli

Non è solo il «partito del maggioritario», quello che si è manifestato ieri a Roma con rilevante successo. È soprattutto l'annuncio delle grandi battaglie politiche e delle notevoli contraddizioni che attendono il Paese nel '99. Certo, Fini e Veltroni, Casini e Prodi, Segni e Occhetto, Calderisi e Petruccioli, Taradash e Di Pietro restano agli antipodi. Senza progetti, è ovvio, di mescolarsi nello stesso fronte politico. Non c'entra l'Ulivo con le sue angosce, la rottura annunciata tra Prodi e Marini. Non c'entra il futuro politico di Berlusconi e il tema della leadership nel Polo. Eppure, in qualche modo, tutti i nodi dell'eterna transizione erano ieri sul tappeto, perché l'alleanza ha proposto una cura da cavallo contro i guasti di un sistema malato.

Il fatto è che tutti i personaggi coinvolti sono, o si considerano, i campioni di un bipolarismo perfetto e per ora solo virtuale. Ecco perché, a dispetto delle differenze, ieri il loro linguaggio era simile, in qualche caso identico, nel chiedere il referendum contro la quota proporzionale. Un referendum visto come medicina definitiva per spazzare via «il trasformismo» e a favore della chiarezza nel rapporto tra elettore ed eletto. In sostanza, come antidoto alla disaffezione elettorale e all'astensionismo.

Vedremo presto quale sorte avrà questo «partito del maggioritario», giunto ormai alla prova del fuoco. Senza dubbio ieri faceva una certa impressione vedere Veltroni, Fini e Prodi dalla stessa parte del tavolo. Ma tutti sanno che il bandolo della matassa non è nelle loro mani. Tra poche settimane la Corte si pronuncerà nel merito del referendum, dopodiché avremo le idee più chiare. Gli organizzatori della manifestazione referendaria negano, come è logico, qualsiasi volontà di premere sui giudici della Consulta, di influenzare con argomenti politici una scelta che dovrebbe essere solo tecnica. Di fatto però il fronte pro-maggioritario ha inteso dare un segnale di vitalità, quella che si può definire una prova di forza. Nel farlo ha cambiato i parametri del gioco. Questo strano «partito» di persone che militano in poli contrapposti da ieri si è costituito in soggetto politico per combattere insieme una battaglia che può cambiare il volto del Paese. Difficile prescinderne. Tanto più che nel momento in cui prende forma il «partito del sì al referendum», forte del suo essere trasversale, nasce di fatto anche il «partito del no al referendum». Altrettanto trasversale. Composto da tutti coloro che, come i Popolari, considerano «destabilizzante» l'operazione Segni-Prodi-Di Pietro. Marini e Cossutta, Bertinotti e Manconi, Boselli e Bossi. La gran parte di Forza Italia, compreso naturalmente Silvio Berlusconi. La sinistra dei Ds a cui Gloria Buffo ha dato ieri voce. Il legame politico che unisce questi nomi non è superiore a quello che accumuna i fautori del «sì». Ma è chiaro che esiste fra i due fronti una speculare omogeneità e che nelle prossime settimane lo scontro sarà aspro.

Se il referendum nonostante tutto si farà, i due poli non saranno più quelli di prima. È difficile credere che il rapporto di Casini o di Fini con Berlusconi possa restare lo stesso. O che nella sinistra gli equilibri non mutino. O che Prodi non colga il referendum come grande occasione per rilanciare lo spirito dell'Ulivo. Sotto tale profilo, non c'è dubbio che la battaglia va molto al di là della legge elettorale. Essa investe speranze, timori e frustrazioni di un quadro politico irrisolto. Come ha detto Segni, «indietro non si torna».

A meno che non sia la Corte a raffreddare i bollenti spiriti. Qualcuno lo prevede. E in tal caso acquisterebbe un senso la tessitura di Giuliano Amato, quella bozza di riforma elettorale che finora è troppo fragile per coinvolgere i duellanti. Dopo gennaio quella bozza potrà essere del tutto travolta dalla campagna elettorale; oppure potrà diventare l'unico gancio a cui appendere il compromesso possibile. E in quel caso il successo sarà di Amato, ma anche di D'Alema e forse di Berlusconi. Di tutti coloro che guardano con sospetto, diffidenza o disinteresse alla mobilitazione odierna dei referendari.


Legge elettorale, le quattro carte di Amato
Oggi a Palazzo Madama il vertice di maggioranza. Ma l'Udr frena e polemizza sulla norma antiribaltoni: è incostituzionale. Nel «pacchetto» anche il sistema elaborato da lui, che si basa sulla circoscrizione. Il ministro presenta una serie di variazioni sul tema del doppio turno
di Felice Saulino

ROMA - La riforma elettorale arriva oggi a Palazzo Madama. Ma solo per un vertice (ricognitivo) di maggioranza convocato dal ministro Amato e con i senatori già a casa per le festività natalizie. Alla ricerca di una soluzione in grado di accontentare tutti: piccoli e grandi, proporzionalisti e difensori del maggioritario, popolari e diessini. Amato comincerà comunque a scoprire le sue carte. Delle quattro ipotesi che sottoporrà ai capigruppo del centro-sinistra, una sola è quella che considera sua. L'asso nella manica. Si tratta del cosiddetto «doppio turno di circoscrizione».

A grandi linee dovrebbe funzionare così: al primo turno si vota per il simbolo di partito e per la coalizione. Al secondo, i seggi non ancora attribuiti vengono rimessi in lizza su base circoscrizionale. Il ballottaggio avviene tra i candidati dei due Poli pescati dai partiti in base ai voti conquistati al primo turno. Una soluzione sofisticata degna del Dottor Sottile, che sembra comunque in grado di superare le obiezioni dei referendari: perché ridimensiona il voto di lista senza annullare il ruolo dei partiti.

Ma i popolari, proporzionalisti a oltranza, vogliono vedere di che cosa si tratta. Chiosa Leopoldo Elia, capogruppo Ppi al Senato: «Per ora è una copertina, bisogna vedere il testo completo. Saranno fondamentali i dettagli. E il diavolo - si sa - spesso si annida proprio nei dettagli...». Amato preferisce mantenere ancora basso il profilo. Come ha spiegato nei giorni scorsi: terrà conto delle opinioni raccolte nei suoi colloqui con i rappresentanti delle forze politiche. Il suo compito è quello di comporre un «puzzle» con le proposte esistenti. Così oggi si presenterà al vertice di maggioranza con quattro «ipotesi». Nella prima ci sarà il doppio turno di collegio, tanto caro ai Ds e avversato dal Ppi, corretto con una quota di recupero proporzionale. Il doppio turno di coalizione sponsorizzato da Forza Italia rappresenterà la seconda ipotesi. La terza sarà intitolata al progetto che porta la firma del vicesegretario popolare Dario Franceschini: turno unico e premio di maggioranza. Infine, il doppio turno di circoscrizione.

Ma il Dottor Sottile oggi non dovrebbe sbilanciarsi più di tanto. Sa che fino a tutto gennaio, cioè fino alla sentenza della Corte Costituzionale sull'ammissibilità del referendum per l'abolizione del proporzionale, passi avanti non se ne possono fare. Qualche giorno fa, ha perfino avuto un moto d'insofferenza davanti al capo dello Stato e al presidente della Camera: «Mi si dice di attendere il referendum ma non vorrei che dopo il referendum mi si dicesse che la legge elettorale non si può fare comunque...».

Roberto Napoli, presidente dei senatori cossighiani, commenta acido: «Non vorrei che Amato ci avesse convocato solo per farci gli auguri di Natale». In ogni caso, a rendere il clima meno natalizio provvederà poprio l'Udr: «La legge anti-ribaltone per le Regioni viola la Costituzione - attacca Napoli - e la Costituzione può essere cambiata soltando attraverso le procedure previste dall'articolo 138». Così oggi al Senato si parlerà anche di riforme costituzionali e, forse, anche di sbarramento elettorale per le prossime europee. Per impedire l'elezione a chi non raggiunge una soglia di almeno l'uno e tre per cento. Oggi basta lo 0,6. Il Polo si è già schierato. Il segretario del Ccd Casini lancia sua la sfida: «Stabiliamo una normativa seria di incompatibilità e di sbarramento per la legge elettorale europea». Il presidente di An Fini approva: «Se a Bruxelles mandiamo una pattuglia di eletti senza un peso, rischiamo di danneggiare l'Italia».

 

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