Rialza la testa il partito
del proporzionale Dopo il trauma, il Palazzo della politica si sforza di capire le ragioni di quanto è avvenuto. C'è un punto che riguarda tutti: scavare nei motivi dell'astensionismo, scoprire perché dilaga. Quasi nessuno nega che sia la spia di una debolezza generale del sistema. Ma stavolta, come si è visto a Roma, il fenomeno ha colpito in modo imprevisto e fatale soprattutto la sinistra. Tanto che nella corsa al ribasso tra la candidata del centrosinistra e il candidato del Polo, ha vinto la tenacia della destra. «E' una vittoria di tutto il Polo» dice il cauto Fini, che di sicuro non intende alimentare frizioni con Berlusconi: ma a Roma tutti sanno che è merito degli uomini di Alleanza nazionale se il Polo ha tamponato la fuga dalle urne. Dunque la campana suona in particolare per la Quercia, che ha accantonato il progetto ulivista di Prodi e non ha saputo ancora sostituirlo con un'immagine vincente del nuovo premier D'Alema. Certo, come dice Luciano Violante, si dovrà «ragionare a mente fredda»: le cause delle astensioni non sempre sono uniformi e vanno «valutate caso per caso». L'ex ministro degli Interni Giorgio Napolitano si spinge a ricordare, a tale proposito, che al primo turno delle comunali, quindici giorni fa, l'affluenza è stata alta in qualche città, persino intorno al 77 per cento. In altri termini, a Roma contava anche il disinteresse per l'istituto della Provincia. Ma intanto che fare adesso? In quali termini intervenire? Qui si entra in un dedalo dove domina l'incertezza. Ieri c'è chi ha offerto una soluzione tecnica: l'election day, ovvero l'accorpamento in un solo giorno di tutti gli appuntamenti elettorali del periodo. E chi è andato oltre, scavando nelle ragioni politiche dell'incomunicabilità con gli elettori. A destra si fanno sentire le voci (rinfrancate) che vogliono ritrovare la strada verso la «federazione di centro»: ossia un Polo delle Libertà capace di attrarre voti moderati di ispirazione liberale e anche socialista. La novità è che per Forza Italia è sempre più difficile, per non dire impossibile, riaprire il canale centrista con il retropensiero di sganciarsi da Fini. E' invece verosimile «andare oltre il Polo», secondo lo slogan caro ad An, ossia portare tutta la destra verso l'elettorato moderato. Come dire che Fini resterà dietro l'ombra di Berlusconi, magari con un rapporto più forte di prima. Ma intanto lavora secondo lo schema Aznar: una destra indivisa che ambisce a sedurre il mondo centrista, cattolico e laico. A sinistra il problema è più complesso perché s'intreccia con le prospettive del governo D'Alema. Avendo puntato le carte su Palazzo Chigi, per i Ds si tratta di imporre la logica di un riformismo convincente sul terreno economico e istituzionale. E' la sfida dalemiana, ma si scontra con il panorama inquietante dell'economia internazionale, dove si respira aria di recessione. Quanto alle riforme istituzionali, pesa ancora il fallimento della Bicamerale e il clima di diffidenza che ne è derivato. Un solo segnale, da non trascurare: i primi accordi sulla giustizia definiti anche con il lavoro del ministro Diliberto. Comunque per ora ha facile gioco Fausto Bertinotti, dall'opposizione, nell'accusare la sinistra post-Pci di aver «rinunciato alle grandi scelte sull'altare della governabilità», spezzando il rapporto con il suo elettorato. Forse non ha torto Pier Ferdinando Casini quando indica al Polo e al centrosinistra la necessità di un lavoro comune per battere «il terzo polo», ossia il partito astensionista. E il voto di domenica ha riproposto il tema delle regole: c'è troppo bipolarismo o ce n'è troppo poco? Di sicuro questo interrogativo si rifletterà nel dibattito sulla futura riforma elettorale. Appare in gran ripresa il partito del proporzionale. Che attacca il sistema a doppio turno, giudicato colpevole di allontanare la gente dalle urne. Ma non è solo il doppio turno a essere sotto accusa. Come dice il socialista Boselli, «bisogna guardarsi dal maggioritario esasperato». E c'è chi sottolinea che i partiti in quanto tali sono stati troppo assenti dalla campagna elettorale. Il fronte contrario all'«esasperazione» maggioritaria è ramificato. Ha radici profonde a sinistra, si nutre di diffidenza verso un bipolarismo che sconfina nel «bipartitismo» e si farà scudo sempre più con la paura delle urne deserte. Forse mai come oggi i fautori del ritorno al proporzionale sono stati vicini a uscire allo scoperto. |