In Lombardia gli
uomini del Picconatore lasciano la giunta, ROMA - Lo aveva detto venerdì sera prima di partire per il Sud. E ha mantenuto le promesse. Ieri mattina Clemente Mastella ha invitato nella sua casa di Ceppaloni i dieci consiglieri dell'Udr in Campania per concordare «la fine dell'esperienza di governo del Polo» in quella Regione. Crisi aperta quindi a Napoli dove gli assessori regionali udierrini sono cinque. E crisi virtuale in Lombardia, dove i cossighiani ritirano solo l'assessore (che però non sembra disposto a rinunciare) ma non il loro appoggio alla maggioranza di centro-destra (che comunque reggerebbe anche senza di loro). Si indigna An gridando al «golpe» e, sul fronte opposto, ha già preso le distanze Walter Veltroni. Si crea un fronte trasversale a favore di nuove norme antiribaltone. Ma all'interno della Quercia ci sono posizioni più «possibiliste» di quelle espresse dal segretario. Come anche all'interno del Ppi. Perché, si fa notare, occorre esaminare le situazioni «caso per caso» e coinvolgere nelle scelte i responsabili locali. In Campania il partito cossighiano (o, meglio, in questo caso mastelliano), respinge le accuse di ribaltone: «+ solo il necessario epilogo di una crisi che percorre le istituzioni da circa sei mesi. Durante tutto questo tempo il Polo non ha ricercato le motivazioni forti dell'intesa politico-programmatica che portò il centro-destra alla vittoria elettorale del '95». Risponde subito il presidente della giunta regionale, Antonio Rastrelli (An): «Si tratta di un vero e proprio ribaltone. Noi non ci stiamo: favoriremo subito nuove elezioni. Sono già pronto a ricandidarmi». Insomma, è guerra aperta. Dopo la Campania l'Udr si prepara alla battaglia in Calabria e in Sicilia. In questa regione il discorso è diverso perché è in vigore il sistema proporzionale. Ne approfitta il diessino Pietro Folena per sottolineare che l'eventuale rimodellamento della maggioranza (con un nuovo governo di centro- sinistra) in quel caso «non sarebbe un ribaltone, ma un esperimento da seguire con favore». Certo, aggiunge, un esperimento limitato nel tempo «per riformare lo statuto e la legge elettorale in chiave maggioritaria». Ma anche qui i nuovi equilibri a livello nazionale, dopo l'ingresso dell'Udr nel governo, hanno pesato non poco. Alleanza nazionale è furibonda. Francesco Storace parla di «golpe». Mentre il vicesegretario del Ccd, Marco Follini, ne approfitta per rivolgersi al leader dei ds, Walter Veltroni: «Verificheremo se fa sul serio». Una soluzione che metterebbe d'accordo il Polo con i bipolaristi del centro-sinistra può essere quella di riprendere la proposta di legge già presentata l'anno scorso dal popolare Paolo Palma, vale a dire il ricorso alle urne in tempi brevi quando salta la maggioranza. Ma il responsabile degli enti locali del Ppi, Renzo Lusetti, insiste: «Non siamo stati noi i primi a fare ribaltoni. Ha cominciato il Polo con il Molise. Decideremo caso per caso». E anche il capogruppo dei diessini al Senato, Cesare Salvi, avanza molti dubbi: «C'è da tenere conto del modo disastroso con cui sono state amministrate alcune regioni dal Polo. E dato che la legge attuale permette cambiamenti di maggioranza, dovremo riflettere sul da farsi. Tornare al voto? Il meccanismo previsto per le Regioni rende difficilissimo l'autoscioglimento». C'è poi il caso Lombardia. In questa regione l'Udr resta nella maggioranza di centro-destra, ma ritira il suo assessore «per avviare una verifica». Ammesso che l'ex leghista Elena Gazzola si ritiri davvero, i cossighiani dovranno vedersela con il presidente della giunta Roberto Formigoni che già lancia segnali distensivi: «Se nell'Udr prevale la scelta positiva di sostenere il nostro programma e si impegna a completarlo, non vedo problemi insolubili». |
L'ULIVISTA
DELLA QUERCIA MILANO - «Operazioni inaccettabili: se la nuova segreteria Veltroni avallasse ribaltoni o cose del genere, non sarebbe davvero un buon esordio». E' perentorio Claudio Petruccioli di fronte all'offensiva scatenata dagli uomini di Cossiga in alcune regioni del Sud. Ma quello che più preoccupa l'ulivista della Quercia è che le manovre cossighiane trovino una sponda nella dirigenza diessina: «Resto dell'idea che quando una maggioranza salta, si va a votare. Per rispetto agli elettori». E per questo, forte anche delle parole pronunciate da Veltroni a favore di una legge antiribaltoni, Petruccioli invita la Quercia e tutte le forze che si riconoscono nell'Ulivo «a non prestarsi a questa manovra dell'Udr che rappresenta un serio colpo ad una prospettiva di bipolarismo e di rinnovamento». Un appello, il suo, che rischia però di cadere nel vuoto: in alcune regioni, tipo la Calabria, la Campania e la Sicilia, sono già state avviate trattative tra Quercia e Udr. Insomma, c'è aria di ribaltone. «Che nel partito vi siano opinioni diverse su questo tema non è un mistero. Io le considero comunque scelte sbagliate e, nel mio piccolo, farò di tutto per contrastarle. Operazioni come quella che stanno conducendo gli uomini di Cossiga rappresentano un modello della politica che non condivido. Mi auguro che siano contrastate anche dal segretario e dai nuovi dirigenti. Altrimenti la nuova gestione non partirebbe certo bene». Non c'è contraddizione tra un Veltroni che si dichiara favorevole ad una legge antiribaltone e un Folena che proprio ieri ha di fatto annunciato che in Sicilia la maggioranza cambierà? «Credo che la Sicilia, in quanto regione a statuto speciale, si trovi in una situazione un po' diversa. Vedremo nei prossimi giorni, è una questione da approfondire...». C'è chi dice che dietro l'offensiva dell'Udr c'è solo sete di potere. Altri parlano di una vendetta contro il Polo. Gli uomini di Cossiga invece si giustificano, adducendo il cattivo funzionamento di alcune di queste regioni. Chi ha ragione? «Non so cosa ci sia dietro o sotto queste operazioni. E' quello che vedo che non mi piace. Se l'Udr vuol rompere le maggioranze nelle quali era fino a ieri, faccia pure. Ma questo non è un buon motivo perché i Democratici di sinistra stringano in quelle regioni patti con loro. Ricordo che ai tempi di Tangentopoli, quando sotto i colpi degli avvisi di garanzia le giunte regionali cadevano come pere, a Botteghe Oscure c'era chi caldeggiò l'ipotesi di giunte d'emergenza. Achille Occhetto, che allora era il segretario, era contrario e alcuni di noi, fra cui io, pure: alla fine non se ne fece nulla. Questo per dire che nulla ci obbliga a seguire l'Udr in questa strada». Manovre a parte, anche l'attuale legge elettorale regionale non ne esce bene. «Direi che ne esce malissimo. E' la conferma che questa legge, il cosiddetto "Tatarellum" uscito dal cilindro dell'acuto Tatarella di An, è una vergogna. Ci era stata presentata come un modello di bipolarismo rispettoso dei partiti: e questo è il risultato. La realtà è che quella legge non è altro che l'antenato del patto di casa Letta. Vorrei che Fini e An lo tenessero presente, ora che si sta ricominciando a discutere di riforma elettorale». Se è per questo il professor Urbani di Forza Italia propone un ritorno alla proporzionale con sbarramento. «Che è esattamente come il Tatarellum... E poi vogliono farci credere che sarebbe quella la soluzione per avere stabilità: ma non prendano in giro le persone, per favore». |
I senatori di Forza
Italia invocano la Costituente. ROMA (R.R.) - Per motivi diversi Oscar Luigi Scalfaro e Massimo D'Alema hanno tutto l'interesse che il dialogo sulle regole riparta. Il primo sa che le residue possibilità di restare al Quirinale sono legate alla riscrittura della Costituzione. Il secondo ha agganciato le ragioni del suo governo alla soluzione della «transizione» italiana. Così dal Colle e da Palazzo Chigi ogni giorno si rinnovano i messaggi. Ieri il capo dello Stato ha rivolto un appello «alle forze politiche» affinché mantengano «l'impegno preso: fate le riforme» con una attenzione particolare al «tema del federalismo». La sua voce non è rimasta isolata: il sottosegretario alla Presidenza Minniti ha spiegato che «senza le riforme l'Italia è più debole in Europa. E pur di vincere la sfida riformatrice - ha detto il braccio destro del premier - l'attuale governo ha segnato un elemento di discontinuità rispetto al precedente». Una critica rivolta a Prodi: mentre il suo esecutivo si era «dichiarato neutrale», D'Alema sulle riforme ha invece voluto avere un «profilo più interventista». Scalfaro (come D'Alema) spera che il confronto riparta e vada avanti «poco per volta», ma dal Polo continuano ad arrivare gelidi «no». Ieri i senatori di Forza Italia hanno di nuovo chiesto l'Assemblea costituente e il leader del Ccd, Casini - alla rivista Charta Minuta - ha spiegato che «le riforme non si faranno»: «Alle spalle c'è il fallimento della Bicamerale e Amato non possiede la bacchetta magica. Siamo pronti a discutere sul tentativo più limitato della legge elettorale, ma si notano già troppe difficoltà». Difficoltà che l'Osservatore Romano considera «un nodo ancora irrisolto». Il sistema elettorale divide al suo interno la maggioranza e l'opposizione: ieri Pisanu è dovuto intervenire per chiarire che l'opinione espressa da Urbani in un'intervista al Corriere («Sono per la proporzionale con uno sbarramento e il premio di maggioranza») non è quella del Polo. Ma è nel centro-sinistra che si è registrato lo scontro più aspro. Appena eletto capo dei Ds, Veltroni aveva detto che la Quercia punta sul doppio turno di collegio: in alternativa ci sono i referendum. Il leader del Ppi aveva respinto «l'ultimatum», e dalla sua parte si erano schierati il capo del Cdu Buttiglione («Non accettiamo aut-aut»), nonché il capogruppo forzista Enrico La Loggia («Veltroni ha parlato con D'Alema?»). Ieri Veltroni ha ammorbidito i toni, spiegando che sulla legge elettorale i Ds «partono» dal doppio turno di collegio, ma che sono pronti «a prendere nella giusta considerazione» altre proposte «che si avvicinino al maggioritario». Tanto è bastato per svelenire formalmente il clima nella maggioranza: Boselli per lo Sdi si è detto «lieto» per la «precisazione» di Veltroni, Diliberto - a nome del Pdci - pensa sia «possibile» ora un'intesa tra i partiti della coalizione di governo, prima di andare alla trattativa con le opposizioni. Sono poi giunti segnali distensivi da Piazza del Gesù: «+ stato rimosso un malinteso», ha commentato il capogruppo popolare Soro, che ha rilanciato il doppio turno di coalizione e ha indicato come «una buona ipotesi di mediazione» la proposta avanzata dal vicesegretario ppi Franceschini. Tutto risolto? Niente affatto. Perché, nonostante i toni fossero più morbidi, ieri Veltroni non è affatto arretrato sui contenuti. Ha espresso tutte le sue «perplessità» di merito sulla proposta di mediazione avanzata da Franceschini e poi ha lanciato un messaggio politico: «Noi non siamo disponibili a fare una legge elettorale solo per evitare i referendum. E la legge elettorale si fa solo se rafforza il maggioritario e il bipolarismo: questo sì che per noi è una cosa ultimativa». Per dirla con il portavoce di An, Urso, Veltroni ha fatto così «un doppio passo avanti»: «Constatato che il doppio turno di collegio non è praticabile, ha aperto ai referendum». Il «doppio passo» sta nel passaggio in cui Veltroni spiega che piuttosto di appoggiare una riforma elettorale «purchessia», i Ds preferiscono rivolgersi agli elettori, «se la Corte lo consentirà». «La bomba a orologeria» - come l'ha chiamata Di Pietro - è innescata. E a fianco dell'ex pm «sono pronto a schierarmi contro i trasformismi», dice oggi Casini. Proprio l'esatto contrario dei democristiani oggi alleati di D'Alema. E più la strada per la riforma della legge elettorale in Parlamento si fa stretta, più si complicano le cose a Marini. Intanto il leader della Lega Umberto Bossi dice al Tg1 che è disposto ad appoggiare, come chiedono i Ds, una riforma elettorale che introduca il doppio turno di collegio. «La Lega - spiega - è sostanzialmente più d'accordo con il doppio turno di collegio che con quello di coalizione proposto da Berlusconi, che ci obbligherebbe e obbligherebbe tutte le forze politiche a intrupparsi nei due poli». |