RCS on Line - Corriere della Sera

Giovedì 5 novembre 1998


Tutte le strade portano alla Corte
a cui toccherà un ruolo «politico»
di Stefano Folli

Tutte le strade portano alla Corte Costituzionale. Come in un gioco di scatole cinesi, la Consulta è oggi al fondo di ogni tattica o di ogni strategia politica. Per meglio dire, essa stessa si prepara a essere il soggetto decisivo e quindi politico nella battaglia del referendum anti-proporzionale, visto che dovrà decidere entro gennaio se i quesiti sono ammissibili.

Quando Gianfranco Fini, proponendosi di trascinare il Polo verso l'approdo referendario, dice che l'atteggiamento del centro-destra «determinerà un fatto politico di cui la Corte non potrà non tener conto», egli mescola - e non certo per caso - i due piani entro cui agisce la Corte: quello giudiziario e quello politico.

In realtà quasi tutti sono convinti che i giudici decideranno non solo in base alla dottrina, ma anche (qualcuno mormora: soprattutto) influenzati dalla politica. Francesco Cossiga ha offerto a La Stampa una spiegazione più sofisticata: la Corte potrebbe respingere i referendum per seguire «un proprio indirizzo di politica costituzionale, o ritenendo di poter arbitrare così tra chi è favorevole al referendum e chi è contro». E insiste: «La Corte è quello che è per l'acquiescenza del Parlamento e delle forze politiche». Come dire che le forze parlamentari devono rialzare le loro bandiere e impedire alla Consulta di imporre la propria filosofia politico-costituzionale.

Il tema è di grande rilievo e lascia intravedere un nodo irrisolto tra la Corte e il Parlamento. Quanto meno, indica la riserva mentale con cui si sta avviando il dibattito sulla riforma della legge elettorale. Quasi che un po' tutti sapessero, dal Polo al centro-sinistra al ministro Amato, che sarà difficile cavare un ragno dal buco prima che sia definito - almeno sul piano ufficioso - l'atteggiamento della Consulta.

La tesi su cui è attestata la destra costituisce infatti il seguito politico della lettera di Berlusconi al Corriere. E' una linea volta a esercitare una certa pressione sul ministro Amato, così da favorire l'intesa intorno al doppio turno di coalizione. Da questo punto di vista la clessidra dei trenta giorni, quasi un ultimatum imposto ad Amato per mettere d'accordo tutti non va presa alla lettera. E' vero invece che nel Polo c'è una deriva a favore del referendum. Per essere più esatti, c'è il desiderio di Fini (e in parte di Casini) di non incoraggiare patti tra Berlusconi e D'Alema. E soprattutto di non perdere il contatto con un elettorato avvertito come proprio. Un elettorato filo-maggioritario e anti-partitocratico che rischia di essere sedotto da Di Pietro. Il quale ormai parla e agisce come il vero leader referendario. E ha qualche ragione di sentirsi tale.

Fini non può e non vuole scomunicare questo mondo. Berlusconi, viceversa, ha poco da spartire con i Di Pietro, i Prodi, gli Occhetto. Sono, a onor del vero, i suoi avversari di sempre. I sostenitori di una semplificazione del quadro politico a cui Berlusconi non crede, essendo in cuor suo fautore di un modello proporzionale con sbarramento.

Alla peggio egli si riserva di salire all'ultima curva sul carro referendario. Ma oggi sta lavorando sodo per impedire un tale esito. Anche se nessuno è in grado di garantirgli che la riforma elettorale aprirebbe davvero le porte all'anticipo delle elezioni, all'indomani del semestre bianco. Anzi, gli indizi vanno in tutt'altra direzione.

Senza dubbio D'Alema ha il medesimo interesse a sostenere l'accordo e la medesima necessità di non farsi spiazzare, quando sarà l'ora, dal fronte referendario. Ne deriva che Amato ha il compito prioritario di risolvere il rebus della legge elettorale. Non certo di affrontare in questa fase il macigno della riforma costituzionale: sarebbe un «violare il mandato». Il punto è che i tempi sono stretti e i giochi infiniti. Più Berlusconi si richiama allo schema della Bicamerale (il cosiddetto «patto della crostata»), più la Quercia tende a irrigidirsi. E questa circostanza finisce per offrire alla Corte l'intero palcoscenico. La tentazione di fare sponda sulla Consulta sarà sempre più diffusa nelle prossime settimane. Tra i referendari e tra gli anti-referendari. Anche come alibi per coprire i dubbi su un accordo che molti desiderano ma pochi sanno come raggiungere.

 

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