RCS on Line - Corriere della Sera

Martedì 3 novembre 1998


I sostenitori della consultazione per l'abolizione della quota proporzionale
temono ingerenze sulla Consulta

«Niente pressioni anti referendum»
Di Pietro, Occhetto, Segni e Urso contro Cossiga. Critiche ad Amato
di Michela Mantovan

MILANO - Fanno quadrato contro l'accusa di essere portatori di un «pericolosissimo virus populista» che, secondo il ministro Giuliano Amato, si annida nella «sciocca» contrapposizione tra società civile «virtuosa» e società politica «viziosa». Ma, soprattutto, i membri del comitato per il referendum anti proporzionale reagiscono con forza ai dubbi avanzati da Francesco Cossiga (su La Stampa) a proposito della possibilità che la Corte costituzionale ammetta il quesito referendario. Insomma, c'è fermento nel fronte trasversale che da mesi sta lottando affinché la nuova legge elettorale sia scritta dai cittadini. E su tutte le voci spicca quella di Antonio Di Pietro, che riserva al Picconatore le stoccate più dure: «Cossiga firma anche per le cose in cui non crede. Io, invece, ho firmato perché ci credevo e ci credo». All'ex pm dà fastidio soprattutto questa dichiarazione dell'ex presidente: «Di Pietro è arrivato all'iniziativa referendaria molto, molto dopo che questa era stata avviata». Il senatore non ci sta: «Il punto non è arrivare primo o ultimo ma essere determinante per il raggiungimento dell'obiettivo. E' solo grazie all'apporto dell'"Italia dei valori" - che da sola ha raccolto oltre 500 mila firme - che ora è possibile parlare di riforma elettorale. Forse era impegnato altrove, perché non mi è mai capitato di incontrare il senatore Cossiga nelle piazze delle città a raccogliere firme...».

Amato ha posto delle obiezioni di metodo, teme cioè che lo strumento referendario, utilizzato per la legge elettorale, «diventi espressione di un modello di rapporti tra istituzioni e società che non convince». Telegrafico Di Pietro: «Prendo atto del fatto che per Amato esistono due società, quella politica e quella civile. Io pensavo che la politica fosse al servizio della società civile. E siccome lo penso ancora, credo che il Palazzo non possa decidere senza tenere conto di quello che dicono i cittadini». Sospettoso Mariotto Segni: «Il vero punto da chiarire è se noi ci troveremo di fronte il Giuliano Amato che da vice segretario del Psi teorizzava l'"andiamo al mare" e che quindi difendeva il vecchio sistema. O se invece avremo a che fare con l'Amato che, da premier, accettando il risultato del primo referendum, aiutava la legge sull'elezione diretta del sindaco. Storicamente i referendum sono l'unico strumento per fare le riforme». Quanto alle obiezioni di merito avanzate da Cossiga («Ho sempre avuto molti dubbi sulla sua ammissibilità da un punto di vista costituzionale»), Segni commenta: «Ho molta paura di una pressione politica sulla Corte, e purtroppo la storia insegna che ce ne sono state molte. Contro il nostro referendum non ho ancora sentito un solo argomento giuridico serio». Ancora più duro, su questo tema, è il giudizio di Achille Occhetto, ex leader pds, e di Adolfo Urso, portavoce di An. Per il primo «indipendentemente dalla volontà di Cossiga, questo suo giudizio è una pressione sulla Corte. Il referendum gli è stato sottoposto nella fase iniziale e allora avrebbe dovuto indicare gli elementi deboli». Urso legge invece nel dualismo del Picconatore (firmatario ma dubbioso) un «contorto tatticismo esasperato. Lui, che è stato tra i primi firmatari del referendum, oggi ci dice che invece considera il referendum anticostituzionale... Spero che la Consulta non si lasci influenzare da queste interessate dichiarazioni. Ho letto l'uscita di Cossiga come un altolà alla Corte». Amato? «In lui si riscontra ancora una certa anima del Psi che scelse una linea anti referendaria e uscì sconfitta dalle urne». Achille Occhetto, a questo proposito, puntualizza che «nessuno tra i referendari ha mai sostenuto che bisogna contrapporre una società civile virtuosa a una società politica viziosa... Queste limpide contrapposizioni sono fin troppo facili dal punto di vista intellettuale. A meno che non vogliano nascondere la critica a chi nel nome di una democrazia dei cittadini vuole rinnovare il sistema politico».


Riforme, il dialogo è già a rischio
Maggioranza divisa sull'elezione diretta del premier.
Il Polo: accordo possibile solo per la legge elettorale

di Felice Saulino

ROMA - «Dialogo». Parli di «legge elettorale» e ti senti rispondere: «Dialogo». Ma il dialogo tra maggioranza e opposizione si scontra, nel concreto, con una Babele di proposte, di controproposte e di veti che attraversa tutti i partiti e spacca il centrosinistra. Al punto che Francesco Storace, "podestà" romano di Alleanza nazionale ironizza sulla differenza tra le proposte del decapartito: «45% dei deputati (in omaggio a D'Alema) eletti con doppio turno di collegio; 21% con doppio turno di coalizione (per far felice Marini); 19% con sbarramento e proporzionale al 5% (versione Cossutta); 15% con sbarramento e proporzionale al 4% (versione Mastella)...».

E la proposta di doppio turno con elezione diretta del premier accennata dal ministro delle Riforme Giuliano Amato? Fa arricciare il naso ai popolari e a più d'un democratico di sinistra. Ma, soprattutto, viene bocciata da Forza Italia che la vede come il tentativo di far rientrare dalla finestra le riforme istituzionali cacciate dalla porta con il fallimento della Bicamerale. Già, perché per modificare la forma di governo e introdurre l'elezione diretta del presidente del Consiglio bisogna cambiare la Costituzione. Avverte il capogruppo di Forza Italia Beppe Pisanu: «Il dialogo è limitato esclusivamente alla legge elettorale. Non vogliamo prendere nessun altro impegno. L'ho detto anche a Giuliano Amato, mercoledì scorso...».

Mettere mano alla Costituzione per introdurre l'elezione diretta del premier sarebbe cosa «parecchio complicata - ammette il vicesegretario del Ppi Dario Franceschini - perché bisognerebbe accantonare l'elezione diretta del capo dello Stato approvata in Bicamerale». E Cesare Salvi, presidente dei senatori della Quercia, spara: «Non credo al doppio turno di coalizione abbinato all'elezione diretta del premier ipotizzato da Amato». Poi avverte: «È ovvio che non esistono vincoli di maggioranza in senso stretto... un tema così importante richiede una serena discussione interna alla coalizione di centrosinistra per presentarsi al dialogo con le opposizioni partendo da punti di vista non contrapposti».

Il diessino Valdo Spini considera «pericolosissima» l'ipotesi di elezione diretta del premier. E anche il senatore diessino Stefano Passigli attacca il doppio turno di coalizione: «Abbinato all'elezione diretta del premier, porterebbe a una sola alternativa: quella tra governi "zombie" obbligati dalla legge elettorale a sopravvivere ed un continuo ricorso ad elezioni».

Contrarissimo all'ipotesi Amato anche il socialista Crema: «Siamo passati dalla Prima alla Seconda Repubblica con una spallata, oggi non potremmo tollerare che si constringesse il Paese a passare con un'altra spallata dal bipolarismo al bipartitismo che non appartiene alla nostra storia». Tirando le somme, i soli apprezzamenti all'ipotesi del ministro delle Riforme sono quelli del verde Pieroni («totale consenso») e del portavoce di An Urso: «Lodevole iniziativa».

E Berlusconi? Il Cavaliere rilancia la «sfida» a D'Alema: utilizziamo i sei mesi del semestre bianco per «scrivere una legge elettorale in grado di rafforzare il maggioritario, dare stabilità ai governi ed evitare ribaltoni». Ma anche lui ha i suoi problemi. «Il Polo - ironizza Marco Taradash - rischia di regalare contemporaneamente il referendum a Di Pietro e il bipolarismo a Mastella. È un'impresa difficile, ma se va avanti così finirà per riuscirci...».

Evitare un referendum che metterebbe Tonino Di Pietro su un palcoscenico illuminato a giorno è comunque un obiettivo che accomuna Berlusconi e D'Alema. Ma bisogna fare presto. Il 20 gennaio la Corte costituzionale dirà se il quesito sull'abolizione del proporzionale è ammissibile. In caso affermativo, il 18 aprile del 1999 si potrebbe andare a votare. Questo fa dire a molti che i tempi tecnici per una riforma elettorale sono già saltati.

Sostiene Augusto Barbera costituzionalista diessino e referendario: «La cosa migliore sarebbe che il referendum si facesse comunque. Sarebbe un punto da cui partire per sconfiggere i nostalgici del proporzionale. Potrebbe diventare la base di lancio per la revisione costituzionale».

 

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