L'INTERVISTA Silvio Berlusconi offre un atteggiamento costruttivo dell'opposizione, ma sulla legge elettorale verdi, socialisti e cossuttiani sono già sulle barricate: non vogliono sentir parlare di riforme che riducano la quota proporzionale del sistema attuale. Intanto il Ppi fa sapere di non gradire affatto la formula (doppio turno di collegio) proposta da D'Alema. Marini avverte che su questa materia si terrà le mani libere, non sentendosi impegnato dagli accordi di maggioranza. Non sarà che la riforma della legge elettorale, anziché dare sostanza e respiro al nuovo governo, può diventare un grosso ostacolo sul suo cammino? «No, non credo - spiega Giuliano Amato che ha appena accettato di tornare al governo come ministro per le Riforme istituzionali -. Il presidente del Consiglio non presenterà una sua iniziativa legislativa: il lavoro dell'Esecutivo su questa materia si svolgerà tutto nel dialogo col Parlamento. Il mio sforzo sarà quello di cercare una soluzione che raccolga il consenso di un vastissimo arco di forze». Cosa le fa pensare che oggi il clima sia migliore di quello, pure assai costruttivo, che si respirò nella prima fase della Bicamerale? E come si può pensare ad un consenso ampio quando la contrapposizione sulle formule è così netta? «Mi affascina la sfida: creare un puzzle partendo da pezzi ben noti che però vanno ricomposti con fantasia. E con pragmatismo. Vede, le leggi elettorali si basano su strumenti tecnici: se noi li consideriamo dei tabernacoli di tecnologie non andiamo da nessuna parte. Se invece ci mettiamo attorno ad un tavolo e cerchiamo di ricombinare questi elementi nel modo più efficace rispetto ai fini che ci siamo dati, allora una riforma è possibile». Nella sua lettera di ieri al "Corriere", Berlusconi non entra nel merito degli strumenti, ma vi offre una importante disponibilità per una riforma che "consolidi il bipolarismo, restituisca lo scettro al popolo, eviti brogli e trasformismo. «Che Berlusconi abbia messo per iscritto la sua disponibilità a discutere, pur in una fase tesa dei rapporti tra maggioranza e opposizione, è un fatto di grande importanza. Abbiamo potuto verificare che sui fini esiste, tra noi e l'opposizione, una larga convergenza. Certo, i problemi veri verranno quando passeremo a discutere dei mezzi, ma se tutti si convinceranno che questi ultimi sono strumenti tecnici e che come tali vanno utilizzati... Del resto già nei primi contatti informali avuti nei giorni scorsi avevo notato una buona disponibilità di tutto il Polo». Anche di An? «Certo. An ha un'attenzione elevata per il referendum elettorale, ma questo non significa che non sia disposta a discutere la nuova legge in Parlamento». Magari, tornando alla maggioranza, ci saranno problemi con l'Udr. Il nuovo dialogo non entusiasma Buttiglione: accusa Berlusconi di scambiare la politica coi consigli d'amministrazione. «E perché? Perché dice che "bisogna restituire lo scettro al popolo"? Lo diceva già Lelio Basso che certo non era un uomo d'azienda: nel 1955 scrisse un bel libro, "Il principe senza scettro"». Forse sono le sottolineature di Berlusconi su bipolarismo e trasformismo... «A me pare che Cossiga pensi ad un approdo finale che è comunque bipolare. Quanto al trasformismo, al passaggio di parlamentari da uno schieramento all'altro, il problema esiste ma non può essere risolto dalla legge elettorale: è la Costituzione a prevedere che deputati e senatori non abbiano vincoli di mandato. Quando il nuovo sistema bipolare sarà più radicato certi incidenti non si ripeteranno, ma in questa fase di transizione serve qualche clausola "antiribaltone". Credo che, anche senza intervenire sulla Costituzione, il Parlamento potrebbe fare molto rendendo meno facile ai parlamentari usare i rispettivi gruppi come grand hotel dai quali si entra e si esce di continuo, portandosi dietro il relativo finanziamento pubblico. È anche un problema di etica politica: non è bello vedere due deputati provenienti da gruppi diversi che si mettono insieme, fanno il loro gruppettino, la loro rivistina. Coi soldi del contribuente. Le Camere potrebbro ad esempio stabilire che chi esce dallo schieramento originario debba finire necessariamente nel gruppo misto. E restarci». Tutti parlano di bipolarismo e di maggioritario. Ma siamo proprio sicuri che al dunque non rispunti la proporzionale? C'è chi pensa ad un sistema - non lontano da quello a suo tempo immaginato da Ruffilli - che unisca meccanismo proporzionale, quota di sbarramento (per evitare il proliferare di partitini) e premio di maggioranza (che dà alla coalizione che vince i numeri per governare). Fantapolitica? «Direi di sì e non perché il sistema proporzionale non sia valido, anzi. Se si rilegge il dibattito che si svolse in Italia alla fine del secolo scorso vedrà che allora il sistema maggioritario veniva criticato per gli stessi motivi per i quali negli ultimi anni abbiamo crocifisso quello proporzionale. Urbani dice che il sistema tedesco (parzialmente proporzionale con sbarramento al 5%, ndr) è quello che funziona meglio. Forse è anche vero. E d'altra parte anche un sistema totalmente maggioritario non sempre riesce a garantire una maggioranza come si è visto a volte in Gran Bretagna: la verità è che in un modo o nell'altro il potere di ricatto dei gruppi politici minori trova sempre spazio, sia nel maggioritario che nel proporzionale». E allora? «Vede, i sistemi elettorali non sono religioni che assicurano la vita eterna a coloro che credono in essi. Sono momenti della nostra storia, strumenti sui quali si scaricano conflitti politici ben più vasti. Proprio perché in questi anni la critica al proporzionale è stata radicale e generalmente condivisa, non vedo come oggi si potrebbe tornare indietro. Del resto nessuna riforma è per sempre. I sistemi elettorali sono come il corpo umano: vanno incontro a sclerosi, vengono aggrediti da malattie. A quel punto vanno cambiati. Sapendo che prima o poi le patologie riemergeranno e bisognerà cambiare ancora». Berlusconi pone anche il problema dei possibili brogli. «Credo che sottolinei un problema reale. Al di là delle denunce più volte fatte in passato da Forza Italia sull'alto numero delle schede non valide, è evidente che il controllo incrociato nei singoli seggi elettorali esercitato in passato dagli scrutatori indicati dalle varie parti politiche, si è affievolito col cambiamento dei partiti, il loro ridimensionamento. E questo ha lasciato spazio a sospetti». Quali tempi prevede per la riforma? E se il Parlamento non riuscisse a vararla e si dovesse invece tenere il referendum Segni-Di Pietro, non teme che l'immagine sarebbe quella di istituzioni incapaci di autoriformarsi? «Sto completando il "rodaggio" dei contatti riservati con le forze politiche. Presto inizieremo a discutere nelle commissioni Affari costituzionali di Camera e Senato. Sono ottimista, ma è certo che, se non si arrivasse a qualcosa di concreto né prima, né durante, né subito dopo l'eventuale scadenza referendaria, il Parlamento non ne uscirebbe bene; tanto più che nel '96 era stato eletto come Parlamento delle riforme. Sarebbe un autogol; come buttare via un campionato mondiale di Formula uno perché ti scappa il piede dalla frizione al semaforo. Roba da principianti». Schumacher trattato come un impiegato? Parole emotive, da tifoso. In genere lo sport la lascia freddo. «Infatti non parlo da sportivo ma da ex ministro del Tesoro: è lo spreco di risorse che mi fa imbestialire». |
IL CAPO DEI
SENATORI PPI ROMA - Dell'appello di Berlusconi Leopoldo Elia, presidente dei senatori ppi, coglie il punto: «La disponibilità a lavorare subito a una legge elettorale». E se ne rallegra: «Sì, perché è bene intervenire prima che la Corte costituzionale si pronunci sulla ammissibilità del referendum». La legge serve per bloccare il referendum? «No, certo. Si deve fare per molti importanti motivi. Ma soprattutto perché, se dopo il fallimento del '91-'92 non riuscissimo neanche questa volta a metterci d'accordo su una legge elettorale, se ancora dovessimo essere sorpassati dal referendum, si aprirebbe un gravissimo problema: perché un Parlamento che non riuscisse a migliorare una legge elettorale, quando tutti lo vogliono, dimostrerebbe una disunione tale da perdere la propria legittimità e legittimazione». Come nel '92? «Esattamente. Io credo che, ancor più di Tangentopoli, fu quella incapacità di decidere a colpire gravemente un'intera classe politica». Non vede grandi ostacoli per un accordo? «Sì, ma la disponibilità a lavorare c'è. Comunque la situazione è tale che, pur auspicando la più ampia maggioranza, mi sento di dire che la legge va fatta anche con una maggioranza più ristretta: che non sia quella assoluta, che non comprenda tutti i partiti o i poli». Sta dicendo che si potrebbe modificare la legge anche con i soli voti del centro-sinistra? «Il carattere ordinario e non costituzionale della legge elettorale porta a una responsabilizzazione della maggioranza, che dovrebbe tendenzialmente risolvere nel proprio ambito il problema. Bisogna partire da una prima intesa nell'ambito della maggioranza». Venendo al merito della legge elettorale, quali dovrebbero esserne i caratteri essenziali? «Il vero problema da affrontare, come dimostra il caso Prodi, è la possibilità che il governo scelto dagli elettori sia di legislatura e che il premier possa portare avanti il suo programma. Il deterrente alla crisi delle elezioni anticipate, si è visto, in molti casi è troppo debole. Per raggiungere questi obiettivi, più che con le riforme costituzionali che rischiano di complicare il cammino, bisogna agire sulla legge elettorale e su alcune piccole riforme di contorno. Per esempio, servono congegni che rafforzino la maggioranza uscita dalle urne. E vanno aumentati i poteri del premier. Servono sistemi che rafforzino la spinta verso il maggioritario». Sistema tedesco, proposta Sartori, doppio turno di coalizione: qual è il modello migliore? «Il primo creerebbe, temo, frammentazione e comunque non si può tornare indietro rispetto al sistema maggioritario. Il secondo mette troppo in competizione al primo turno forze che al secondo devono aggregarsi. Il terzo ha la comprensibile opposizione della Lega. Vedremo, discutiamone. Ma in fretta». |