Passigli
(Ds) avanza una proposta sul sistema di voto, ROMA Doppio turno misto o allitaliana? «Dopo attente meditazioni abbiamo deciso di schierarci in favore del triplo turno carpiato in avanti...» ironizza Gianfranco Fini, bollando come «sterile chiacchericcio» le ultime ipotesi di mediazione sulla riforma della legge elettorale, come quella avanzata ieri dal senatore ds Stefano Passigli, volte a trovare un punto dincontro tra doppio turno di collegio e di coalizione. A queste guarda invece con interesse il ministro per le Riforme Giuliano Amato, sempre impegnato a ricercare una soluzione che raggiunga il consenso «più ampio possibile» tra le forze politiche, ma ancora lontano dallavere in tasca una proposta concreta, come ha ammesso ieri. Torna intanto in alto mare anche la legge «antiribaltoni» nelle Regioni, il cui testo avrebbe dovuto ricevere ieri il via libera della commissione Affari costituzionali della Camera per approdare in Aula lunedì pomeriggio. La Commissione si è così aggiornata a lunedì alle 13 per tentare in extremis di trovare unintesa. Ieri Amato ha mostrato grande prudenza riguardo alla evoluzione del confronto sulla legge elettorale, smorzando gli entusiasmi di chi vorrebbe vicina alla conclusione la composizione dellintricato puzzle della riforma. «Non ho proposte né ci sono testi scritti», ha detto, sottolineando non essere sua abitudine scrivere niente prima di essersi confrontato a fondo con tutti. Il ministro ha invitato la maggioranza a convocare prima della pausa natalizia un incontro di vertice per definire una proposta politica comune, ma ha anche spiegato che, se ciò non fosse possibile, non se ne dovrà fare un dramma. Del resto, ha ammesso Amato, fino al 18 gennaio, quando la Corte costituzionale deciderà la sorte del referendum antiproporzionale, «non ci potrà essere nulla di operativo». I vari tentativi di trovare una mediazione e le proposte che stanno emergendo sembrano così, più che delle vere e proprie soluzioni, un modo per gettare le basi da cui partire nelleventualità che la Consulta dia il via libera al referendum. Ieri mattina Amato ha incontrato il segretario Clemente Mastella e il responsabile dei problemi istituzionali dellUdr Giorgio Rebuffa. Questultimo ha spiegato che nel corso dellincontro «è stata fatta una rassegna delle ipotesi di riforma in discussione e si è convenuto che è necessario definire in via prioritaria una posizione comune della maggioranza». Mastella ha fatto capire che, proprio sulla legge elettorale, un mancato accordo nella maggioranza potrebbe avere gravi conseguenze sul Governo. Una minaccia che anche gli altri partiti minori della coalizione fanno pendere su Palazzo Chigi se i Ds insisteranno sul doppio turno di collegio, un sistema che verdi, comunisti, socialisti e gli stessi popolari considerano per loro un suicidio. Intanto, dopo il «sistema misto» a cui lavora il senatore di Forza Italia Enrico La Loggia, da Botteghe Oscure arriva la proposta di Passigli del «doppio turno allitaliana». Questa ipotesi corregge la proposta originaria di doppio turno di collegio avanzata da Giovanni Sartori, integrandola con laggiunta di un premio di maggioranza oltre al diritto di tribuna. Secondo Passigli questo sistema garantisce la rappresentanza proporzionale e insieme consolida il bipolarismo, come richiesto dal referendum. Dal Polo arrivano però dichiarazioni di sfiducia e di pessimismo. Secondo La Loggia, la proposta Passigli è «una riedizione peggiorata del patto di casa Letta». «Vacilla» lottimismo di Silvio Berlusconi, che, nonostante «il gran fervore per fare qualcosa prima di Natale sulla riforma elettorale», nella maggioranza vede ancora «troppe divisioni». E per Fini, che ieri ha incontrato il leader referendario Mario Segni, il quesito «resta lunica vera molla per sbloccare il meccanismo inceppato della riforma elettorale e di quelle costituzionali». |
Non soldi
ma sgravi ai partiti Ecco altri tre paradossi delle istituzioni italiane. Primo: si lamenta da ogni parte il moltiplicarsi dei partiti ma, nello stesso tempo, si mantiene in vita un finanziamento pubblico che contribuisce alla moltiplicazione dei partiti. Secondo: la legge n. 2 del 1997 ha previsto un finanziamento dei partiti attraverso lo Stato, a carico della collettività, per assicurare la trasparenza della sovvenzione pubblica alla politica; ma il ministero delle Finanze non è in grado di far sapere quanti contribuenti abbiano destinato una quota dello 0,4% dellimposta sul reddito delle persone fisiche al finanziamento dei movimenti e partiti politici, non solo per il 1998, ma neanche per lanno precedente. Terzo: la legge del 1997 fu un modo ingegnoso per superare il referendum del 93, perché affidava a ciascun contribuente la decisione di concorrere al finanziamento dei movimenti e partiti politici. Però la stessa legge, in via transitoria, stabiliva il versamento «a titolo di prima erogazione» di una somma di 160 miliardi, salvo conguaglio. E, per il 1998, molti propongono che avvenga la stessa cosa. Ma, in questo modo, la decisione è di nuovo tolta a ciascun contribuente e rimessa allo Stato. Per capire questi paradossi, faccio un passo indietro e ricordo brevemente che la legge n. 195 del 1974, che pose a carico del Tesoro il finanziamento dei partiti, nacque dopo lo scandalo dei petroli. Essa fu sottoposta a un primo referendum nel 1978. Prevalse, però, lopinione di chi era favorevole a mantenere la legge (i "no" raggiunsero il 56%). Nel 1993 furono sottoposti di nuovo a referendum solo alcuni articoli della legge e il 90% dellelettorato si espresse a favore dellabrogazione. Era così chiaro che il risultato del referendum popolare impediva un finanziamento diretto a carico del Tesoro. Si escogitò allora, la formula della contribuzione collettiva, per cui, come dice larticolo 1 della legge n. 2 del 1997, allatto della dichiarazione annuale dei redditi delle persone fisiche, ciascun contribuente può destinare una quota pari allo 0,4% dellimposta sul reddito delle persone fisiche al finanziamento dei movimenti e partiti politici. Ora, dinanzi all"impasse", illustrato dai tre paradossi con cui ho iniziato, serietà vorrebbe che il ministro delle Finanze spiegasse accuratamente quali risultati, anche provvisori, ha fornito lo spoglio delle dichiarazioni dei redditi (e che spiegasse, altresì, quali sono i motivi tecnico-amministrativi che hanno impedito di completare lesame delle dichiarazioni del 97, nonostante sia passato più di un anno dalla data della dichiarazione). E serietà vorrebbe, altresì, che si raccogliessero dati sullammontare del costo della politica in Italia. Limpressione diffusa, infatti, è che i partiti politici costino parecchio di più che in altri Paesi. Anche quello del costo complessivo dei partiti, infatti, è un problema da affrontare. Infine, serietà vorrebbe che si procedesse come in Inghilterra. Sono fresche di stampa le quasi 900 pagine prodotte dalla "Committee on Standards in Public Life", che contengono il rapporto sul «finanziamento dei partiti politici nel Regno Unito». Rispetto alle discussioni ipocrite che si stanno svolgendo in Italia, e alle penose contorsioni degli uffici pubblici, che dicono o non dicono, questo rappresenta un modello di correttezza. Il rapporto inglese al quale, secondo lo stile solito di quel Paese, è allegato un volume di documentazione, audizioni e testimonianze, si conclude con proposte che dovrebbero far pensare anche in Italia. Queste possono così riassumersi. Non fondi statali, ma sgravi fiscali ai partiti, e sgravi diretti a incoraggiare le piccole donazioni. Sempre nella linea di evitare lerogazione di fondi statali ai partiti, il rapporto della Commissione inglese, presieduta da Lord Neill, consiglia per i partiti laccesso gratuito alla televisione e alla radio (ma mantenendo il divieto di propaganda politica) e la fornitura di posta e locali a titolo gratuito. Come si vede, quindi, nel Regno Unito, le proposte muovono nella direzione del "finanziamento in natura", per evitare lesborso di danaro a carico del Tesoro. Esse, tuttavia, prevedono controlli severi, specialmente sul rispetto dei limiti di spesa nelle campagne elettorali e sulla pubblicità delle donazioni superiori a un certo ammontare. Non sarebbe il caso che, anche in Italia, si facesse qualcosa di simile, invece di adottare soluzioni che sono in contrasto con il buon senso e con la decisione presa nel 1997? |