Il Sole 24 Ore Online

Domenica, 6 dicembre 1998


Scalfaro apre alla possibilità di rielezione
di Luca Ostellino

ROMA — In volo tra Singapore e Melbourne, per la prima tappa della sua visita in Australia, Oscar Luigi Scalfaro parla senza remore del semestre bianco, di riforme, di legge elettorale e delle prossime elezioni del capo dello Stato. Nonostante le successive precisazioni del Quirinale sul modo inesatto con cui sono state riportate alcune sue frasi, dalle parole del capo dello Stato vengono fuori due messaggi forti: in primo luogo quella che a molti appare qualcosa di più di una semplice disponibilità a essere rieletto. Quindi la convinzione che, se il referendum Segni dovesse passare il vaglio della Consulta e essere votato dai cittadini, sarebbe necessario sciogliere le Camere, dal momento che, di fronte a una nuova legge elettorale, il mandato dei deputati eletti con la vecchia legge risulta modificato.

Scalfaro ha tracciato un identikit del prossimo capo dello Stato: una personalità «che abbia dimestichezza con la vita politica», «una competenza particolare per il periodo delle riforme» ed anche una certa «statura politica». Dopo aver ringraziato Francesco Cossiga per aver fatto il suo nome («un atto di generosità e di ottimismo della politica»), Scalfaro è entrato nel merito degli argomenti al centro del dibattito politico di questi giorni. In primo luogo ha sottolineato che la riforma della legge elettorale è un tema «di importanza enorme» per cui è assolutamente necessario «che ci sia una grandissima maggioranza», così come non bisogna dimenticare che «di fatto per poter fare una riforma con l’articolo 138 della Costituzione si richiede la maggioranza qualificata». Un messaggio che sembra rivolto al presidente della Camera Violante e al ministro per le Riforme Amato, che pochi giorni fa avevano rilanciato l’idea di far partire le riforme con lo strumento costituzionale dell’articolo 138. Per Scalfaro si tratta di «uno sforzo inutile se mancano i numeri».

Quindi il capo dello Stato ha ricordato il referendum Segni del 1993 che portò al compromesso tra le forze politiche sull’attuale sistema di voto. Il presidente della Repubblica ha difeso la propria scelta di sciogliere le Camere dopo la nascita della nuova legge, nonostante «alcune polemiche». «Quando nasce una nuova legge, politicamente e non costituzionalmente, il Parlamento — ha detto Scalfaro — si trova in una situazione delicata perché il popolo italiano ha scelto un altro sistema di elezione». Per analogia, questo dovrebbe essere valido anche per l’attuale referendum Segni, anche se il Quirinale, successivamente, ha precisato che le parole di Scalfaro erano esclusivamente destinate al referendum del 1993 e non intendevano in alcun modo interferire con quello in corso.

Riguardo alla possibilità di una sua rielezione, il capo dello Stato ha subito sgombrato il campo da un equivoco che ancora permane, precisando che non è corretto parlare di «proroga», in quanto occorrerebbe un’apposita riforma costituzionale per prevedere uno strumento diverso per l’elezione alla presidenza della Repubblica. Rimane così solo una «rielezione» piena che Scalfaro considera un’ipotesi possibile in casi «eccezionali» e condizionata alla garanzia di lasciare il Quirinale in caso di approvazione di riforme sulla presidenza della Repubblica: quell’elezione diretta del capo dello Stato, che Scalfaro ha ribadito di «auspicare».

Dure reazioni alle parole di Scalfaro sono venute da diversi esponenti del Polo e dai sostenitori del quesito referendario, che nelle dichiarazioni del capo dello Stato vedono un tentativo di intimidire la Consulta (che a gennaio dovrà decidere sull’ammissibilità del referendum maggioritario) e il Parlamento, e la volontà di autocandidarsi per restare al Quirinale.

Per Fausto Bertinotti, invece, dalle dichiarazioni del presidente della Repubblica viene una conferma della scarsa salute della democrazia in Italia. Una democrazia «proprio malata se è difficile capire il senso e le parole del Presidente non solo per il cittadino, ma per lo stesso mondo politico».

Anche il segretario Ds Walter Veltroni ha commentato le parole di Scalfaro, sottolineando che è ancora presto per parlare dell’elezione del capo dello Stato. Ricordando che anche nel ’93 «si modificò prima le legge elettorale e si andò a votare un anno dopo», Veltroni ha detto che se il referendum antiproporzionale sarà ammesso, occorrerà approvare una nuova legge elettorale e solo dopo si potrà andare alle urne.

 

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