Il Sole 24 Ore Online

Giovedì, 3 dicembre 1998


Il doppio turno «alla francese» proposto dall’ex premier è promosso dai Ds e bocciato da Ppi, Sdi e Pdci
Prodi divide la maggioranza
Veltroni: al referendum diremo di votare sì - Berlusconi pessimista

di Guido Compagna

ROMA — L’ultima proposta sulla riforma della legge elettorale viene da un rilancio di Romano Prodi, il quale ripropone, insieme ad altri deputati (tra i quali il presidente della commissione Affari costituzionali Antonio Maccanico) federati nel gruppo del Ppi, l’ipotesi del doppio turno di collegio alla francese, accompagnato dall’indicazione diretta sulla scheda elettorale del presidente del Consiglio. Un’ipotesi, già contemplata dal programma elettorale dell’Ulivo, la quale tuttavia, pur ricevendo l’apprezzamento dei Democratici di sinistra (i quali tuttavia vorrebbero anche l’elezione diretta del capo dello Stato), spacca la maggioranza. Tant’è che Franco Marini ha ripetuto subito un secco no a ogni scorciatoia verso il bipartitismo.

I no più convinti all’ipotesi dei prodiani vengono così dalla maggioranza del Ppi (oggi ci sarà una riunione del gruppo alla Camera sulla legge elettorale), da sempre ostile al doppio turno di collegio, ma anche dai Comunisti italiani, che chiedono una verifica di maggioranza, e dai Socialisti democratici di Enrico Boselli. A metà strada si collocano i Verdi favorevoli al premierato, ma non al doppio turno di collegio.

Va peraltro ricordato che la proposta Prodi si colloca in un quadro di rapporti non idilliaci tra l’ex premier e il Ppi. Visto che i popolari non hanno ancora deciso se aderire o meno al collegamento al simbolo dell’Ulivo delle loro liste per le Europee, mentre continuano a considerare possibili liste comuni coll’Udr.

Sullo sfondo della discussione in corso tra i partiti c’è anche naturalmente l’incombere della prova referendaria sul quesito tendente ad abolire la quota proporzionale. Dopo il via libera della Cassazione (limitato alla validità del numero delle firme raccolte) resta ora solo la decisione della Corte Costituzionale attesa per il mese di gennaio.

E ieri i rappresentanti dei Democratici di sinistra si sono incontrati proprio con una delegazione del movimento promotore del referendum. Un incontro del quale Mario Segni si è dichiarato particolarmente soddisfatto perché «si allarga il fronte dei partiti favorevoli all’iniziativa». Da Veltroni è infatti venuto un sostegno all’iniziativa referendaria, intesa comunque come «stimolo per fare ripartire la politica delle riforme».

Il segretario diessino ha tenuto a collocarsi in una linea di continuità con la precedente segreteria, osservando: «D’Alema ha giustamente sostenuto un progetto di riforma organica, fallita per colpa della destra. Ora, dopo mesi nei quali non è maturato un accordo nemmeno sulla legge elettorale, abbiamo un referendum che rappresenta uno stimolo importante per fare ripartire le riforme». Così, senza una nuova legge, i Ds inviteranno a votare sì al referendum. Una decisione non condivisa dalla sinistra interna, mentre il vicesegretario del Ppi Franceschini minaccia, in caso di vittoria del referendum di preferire il turno unico. Gli replica il diessino Salvi: «Dopo il referendum ci terremo la legge che sarà approvata dal Parlamento. Voteremo per il doppio turno di collegio con elevata soglia di sbarramento».

Veltroni ha anche espresso preoccupazione per il fatto che non si riesca a fare alcun passo avanti sull’ammodernamento del nostro sistema elettorale, neanche per quanto riguarda la possibilità di introdurre una minima soglia di sbarramento per le ormai prossime elezioni europee. Infatti la Quercia insiste per un rapido via libera, sia alla riforma della legge elettorale per le Europee sia alla legge antiribaltone per le Regioni.

Sul versante del Polo, Fini ha ribadito la sua preferenza per l’elezione diretta del capo dello Stato, mentre Berlusconi ha confermato la propria disponibilità a concorrere alla riforma elettorale «senza pregiudizio alcuno», ma in un quadro di sempre più accentuato pessimismo, visto che «tra due giorni scade il termine in cui il Polo aveva sperato perché Amato, a nome della maggioranza, facesse al Centro-destra una proposta». Il leader di Fi estende il suo pessimismo anche all’ipotesi referendaria, «con la quale si dovranno fare i conti» se non si troverà l’accordo sulla legge, ma che non potrà risolvere i problemi, «anzi li complicherà».

Intanto, mentre i presidenti di Camera e Senato hanno ribadito i loro appelli a favore delle riforme, si registra anche l’invito del Polo al presidente della Repubblica perché si esprima contro i ribaltoni nelle Regioni. E ieri alla commissione Affari costituzionali della Camera ha preso il via proprio l’esame dei numerosi progetti di legge in proposito.

 

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