La Stampa

Venerdì, 24 luglio 1998


Di Pietro: il referendum è mio
Consegnate in Cassazione le 687 mila firme
raccolte per l'abrogazione della quota proporzionale

"I partiti non possono più metterci le mani"
di Maria Grazia Bruzzone

ROMA. Abbronzati, accaldati, stanchi, ma raggianti. Il gruppo trasversale dei referendari al completo, in mezzo a un nugolo di simpatizzanti, accoglie con battute e sorrisi l'arrivo al Palazzaccio del pulmino che scarica i 57 faldoni sigillati con dentro le 687 mila firme di cittadini che chiedono il referendum anti-proporzionale, più 4 di documenti.

Il gran giorno del rito della consegna delle firme alla corte di Cassazione è finalmente arrivato e i protagonisti della faticaccia si guardano l'un l'altro felici, quasi increduli, come degli studenti davanti ai tabelloni degli scrutini, quando si accorgono che è proprio vero, sono stati tutti promossi.

Questa volta ci sono tutti. Antonio Di Pietro e il referendario Mariotto Segni, che sembra ringiovanito di dieci anni e rivive il clima del '93 che lo aveva catapultato alla ribalta, il presidente della commissione Esteri Achille Occhetto e il sottosegretario ai Beni culturali Willer Bordon coi compagni ulivisti Augusto Barbera e Claudio Petruccioli, Luigi Abete coi capelli lunghi sul collo e la pattuglia dei polisti Antonio Martino e Adolfo Urso con Marco Taradash e Peppino Calderisi, vecchi habitué radicali che di firme alla Cassazione nella loro vita ne hanno portate valanghe. Ciascuno si carica un po' di faldoni e via, su per il monumentale palazzo umbertino. Fino all'aula R, davanti all'Ufficio centrale referendum, dove si improvvisa una conferenza stampa.

Di Pietro aspetta da tempo questo giorno, e non esita a fare il mattatore. "Questo è il referendum dei cittadini, portato avanti grazie all'impegno fondamentale, quasi totalizzante, dell'Italia dei valori" esordisce, rivendicando al suo movimento la raccolta di firme che vorrebbero in realtà cancellare dalle schede proprio il nome dei vari partiti e movimenti, portando a compimento il maggioritario: secondo i dipietristi, 550 mila firme sarebbero state raccolte ai loro banchetti.

L'antipartitismo sempre agitato dall'ex pm non può non fare capolino anche qui, insieme all'osanna per la gente. "Adesso i partiti potranno condividerlo o no, ma è troppo tardi perché ci mettano le mani sopra", ridacchia Di Pietro, che esorta i politici a "non latitare e non cincischiare più". "Il dialogo è importante e necessario, ma ora i politici hanno un'arma in più, hanno un'autostrada. Viva il dialogo, ma viva secondo la volontà dei cittadini. E noi dell'Italia dei valori saremo i gendarmi del rispetto della loro volontà", aggiunge, e già annuncia una nuova iniziativa: mercoledì prossimo porterà in Senato 350 mila firme di cittadini che chiedono l'introduzione di un sistema maggioritario a doppio turno. "Mi auguro che il Parlamento non releghi la proposta nel cassetto, la gente se ne ricorderebbe".

Gli altri sono troppo felici per raccogliere la sfida del senatore del Mugello. "Oggi è una bella giornata, che dico?, bellissima", sorride a destra e sinistra Segni, e ripete più volte che "questo è il primo referendum politico che vien fatto senza che nessun partito si sia impegnato. Ora non ci fermeranno più. E se la Corte Costituzionale dovesse decidere di non ammetterlo, sarebbe un colpo di Stato".

"Inizialmente avevo qualche timore di non riuscire a farcela" confessa un euforico Occhetto, sotto la zazzera grigia: "La gente ha capito che solo attraverso i referendum si mettono in moto le riforme. E la sinistra - avvisa l'ex segretario, che racconta di aver raccolto molte adesioni in fabbriche, miniere, cave di marmo - deve interpretare bene questo risultato perché dimostra che c'è malessere e volontà di cambiamento".

Anche Abete sottolinea, dati alla mano, come lo straordinario successo fosse tutt'altro che scontato. "A fine maggio eravamo a 150 mila firme. Il fallimento della Bicamerale ci ha dato una mano, e anche le adesioni di personaggi come Umberto Agnelli, Carlo De Benedetti, Pietro Marzotto, Emma Marcegaglia" racconta l'ex presidente di Confindustria. E spiega che le maggiori adesioni sono state nel Centro-Sud, nel Lazio, Campania, Calabria, "e Molise, naturalmente".

Mentre Antonio Martino sottolinea come "questo esito rappresenti anche il superamento del luogo comune che vuole i cittadini interessati solo ai temi della vita quotidiana e non ai temi difficili come le riforme".

E' l'ora delle foto di gruppo stile squadra di calcio, coi politici accosciati fra i giovani volontari che rimpiangono la fine del lavoro. Ma la festa viene bruscamente interrotta dal volantino che comincia a circolare, firmato da Calderisi, vicepresidente del gruppo Fi alla Camera, che anticipa la conferenza stampa dei "referendari liberali", cioè i polisti, che si terrà di lì a un'ora a Montecitorio per prendere distanza dal senatore del Mugello. "Se il referendum rimarrà monopolio dell'impostazione demagogico-populista e giustizialista di Di Pietro è destinato alla sconfitta. E c'è poco tempo per porvi rimedio", vi si legge in neretto. Di Pietro storce la bocca. E ferma Bordon che vorrebbe subito replicare. "Non oggi, oggi è una giornata di gioia", si limita a dire, di nuovo buio in volto.


LA RISORSA ESTREMA DELLE RIFORME
di Edmondo Berselli

BUONA parte della classe politica sta guardando al referendum sull'abrogazione della quota proporzionale come a un inciampo fastidioso. L'altra parte lo considera una minaccia pericolosa. Il governo lo guarda come l'unica mina su cui potrebbe saltare.

Il fastidio e la minaccia vengono intensificati dalla sorpresa, cioè dal fatto che fino a non troppe settimane fa sembrava che la raccolta delle firme, cominciata in sordina, dimostrasse un interesse molto tiepido da parte dei cittadini. Ora invece con il referendum si dovrà fare i conti.

Questa nuova avventura referendaria vede per protagonisti uomini politici dalle speranze deluse, come Mario Segni e Achille Occhetto, outsider della politica come Luigi Abete, liberali spregiudicati e non facilmente omologabili alle logiche di partito come Antonio Martino, con l'aggiunta del personaggio più ingombrante che c'è nella realtà politica italiana, Antonio Di Pietro.

A guardarla con occhio scettico, si tratta di una iniziativa anacronistica. Con i personaggi sbagliati, con i tempi imprecisi. Eppure, anche se si dovrà aspettare il vaglio della Corte Costituzionale, appare chiaro sin d'ora che il referendum sulla proporzionale è un elemento di dinamismo, in quanto è destinato a riaprire giochi politici che sembravano saldamente chiusi.

Il progetto riformista si è arenato nelle secche della Bicamerale, dopo avere dato forma a un progetto di basso profilo. Nell'opinione pubblica si è diffuso un senso di rassegnazione, l'idea che per ciò che riguarda le riforme del sistema politico-istituzionale si fosse raggiunto il massimo, che coincide col minimo, possibile: dopodiché, i partiti si sono riappropriati dello scettro che con i referendum sulla preferenza unica e sulla proporzionale era temporaneamente passato al popolo.

Che adesso quasi settecentomila italiani abbiano deciso di firmare per il nuovo referendum, superando con uno slancio inaspettato le debolezze organizzative e le non grandi aspettative con cui l'iniziativa è stata accolta, dimostra che dentro la nostra società circola ancora una volontà se non altro ostinata. Si potrà giudicare ingenuo affidare ancora residue speranze di cambiamento a una modificazione delle regole: l'esperienza ha mostrato che la capacità di ricatto di alcune parti politiche è insensibile alle leggi elettorali; il Parlamento prolifera di gruppi e sigle politiche; la struttura bipolare è resa incerta dalla persistenza della Lega, dall'irriducibilità di Rifondazione comunista, dall'artificialità dei Poli, dai rigurgiti neocentristi. Insomma, dalla ventata referendaria a oggi si sono visti esiti deludenti o comunque molto contraddittori.

Allora che cos'è il referendum Segni-Di Pietro, un saldo di fine stagione? Sarebbe così se il sistema politico avesse saputo completare la riforma costituzionale, e se nello stesso tempo avesse riformulato una legge elettorale coerente con lo schema bipolare. Come si è visto, il ridisegno delle istituzioni era di qualità molto mediocre, la scelta semipresidenzialista era avvenuta per un incidente di percorso, e la formula elettorale sottostante, basata sul doppio turno di coalizione, era probabilmente peggiorativa del Mattarellum.

Dunque è la cattiva prestazione dei partiti e degli schieramenti a ridare legittimità allo strumento referendario. Il quale oggi rappresenta la risorsa estrema per riavviare dal basso il processo riformatore: non tanto attraverso la via del compromesso fra le parti politiche ma come possibile choc a cui la classe politica sarà obbligata a offrire una risposta.

C'è comunque una differenza rilevante rispetto ai primi Anni Novanta. Allora i referendum erano, o apparivano, il nuovo contro il vecchio, la società civile coalizzata contro la società politica, che subiva senza reagire. Oggi, proprio perché rappresenta un inciampo o una minaccia, il referendum verrà giocato anche dai partiti, cioè diventerà oggetto di lotta politica. Prima i partiti proveranno a sterilizzarlo; se non ci riusciranno, ne faranno l'oggetto di una competizione dalle prospettive per ora imprevedibili.

A questi aspetti va aggiunta la forte personalizzazione che inevitabilmente il referendum incorpora. Il ruolo di Di Pietro rischia infatti di tramutare la consultazione referendaria in un plebiscito fra opposti: fra garantismo e giustizialismo, fra partitocrazia e populismo, fra politica e antipolitica.

Sarebbe un errore disastroso configurare il referendum come un giudizio di Dio su Di Pietro, rappresentante della giustizia di popolo, su Berlusconi, in quanto nemico delle procure e di Di Pietro, o su D'Alema per la sua inclinazione partitocratica. Conviene guardare al referendum esattamente per quello che è, vale a dire l'ultima carta di un processo riformatore che altrimenti rischia di sfumare oltre i confini del millennio.

L'ultima chance di terminare la razionalizzazione del sistema politico. Senza sagomarlo sulle figure e sui problemi dei protagonisti politici di questa fase. Senza farne una guerra di religione. E magari chiedendo ai partiti, grandi e piccoli, uno sforzo di fantasia: affinché non facciano battaglie sante contro il referendum, che nessuno capirebbe, e perché non lo usino come arma politica l'un contro l'altro, o contro la stabilità del governo, aprendo conflitti che i cittadini sarebbero davvero grati di vedersi risparmiare.


Il referendum
A Palazzo Chigi adesso piace

ROMA [c. t.] - E' una materia su cui il governo non deve prendere posizione, ma dal referendum Di Pietro-Segni bisogna comunque cogliere tutti gli aspetti positivi. Ad esempio, se ne potrebbe ricavare un elemento di "stabilizzazione" del panorama politico.

Romano Prodi getta acqua sul fuoco degli scenari autunnali e nei periodici incontri con il suo "staff" politico ragiona ad alta voce su quello che potrà accadere dopo le ferie estive. Così ha fatto notare ai propri collaboratori che il referendum - se passerà il vaglio della Cassazione e della Corte Costituzionale - cadrà tra aprile e giugno prossimo, durante o a ridosso del semestre bianco e quasi in coincidenza con le europee. A quel punto, la sua approvazione implicherebbe "naturaliter" un consolidamento della legislatura: "Il Parlamento dovrà infatti avere il tempo di fare la nuova legge elettorale" e magari ai Poli bisognerà fornire la possibilità di ricalibrarsi sul nuovo sistema.

Anche nel merito del referendum, del resto, da Palazzo Chigi non sono venuti mai dei "no". Walter Veltroni, anzi, ha sempre ripetuto che "tutto ciò che rafforza il bipolarismo, va accolto positivamente".

Anche in virtù di queste "naturali" coincidenze, il presidente del Consiglio è convinto che la prossima partita della finanziaria possa essere determinante proprio perché potrebbe rappresentare l'ultimo vero scoglio per il governo. In questo senso, Prodi si è lamentato con i suoi della "eccessiva preoccupazione" con cui soprattutto Massimo D'Alema guarda al rapporto con Rifondazione comunista e alle intenzioni autunnali di Bertinotti. "Io - ha ripetuto il Professore - sono sicuro di riuscire a convincerlo anche a settembre. Il governo ha ancora delle carte da giocare e le giocherà sulla finanziaria. E in ogni caso la finanziaria la condurremo in porto". Nei ragionamenti del Premier c'è anche il timore che tutto questo correre dietro a Bertinotti possa avere l'effetto di alimentare le voci di governi tecnici a gennaio, con un "rompete le righe" generale alla vigilia della "corsa" per il Quirinale. "E' vero come dice D'Alema - ha confidato ai suoi uomini - che il quadro politico rischia di sfilacciarsi. Ma io al governo tecnico non credo, perché Bertinotti non si sfilerà. E comunque non credo che possa essere il modo per instaurare un nuovo clima". Il prodiano Gianclaudio Bressa poi mette la pietra definitiva su queste voci: "Sono stupidaggini. Il Prc non si sgancerà mai. Forse qualche leader politico, affaticato dal caldo di luglio, dovrebbe andare in vacanza". E anche di questo hanno parlato ieri pomeriggio lo stesso Prodi e Marini in un incontro a Palazzo Chigi.

 

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