Berlusconi: legge elettorale
oppure sì al referendum ROMA - Sulla riforma elettorale, il Polo prende altro tempo. Il vertice convocato ieri mattina per trovare finalmente una sintesi comune fra le voglie referendarie di Gianfranco Fini e i dubbi (accompagnati da mai del tutto sopite simpatie proporzionaliste) di Silvio Berlusconi, si è concluso con un prudente rinvio alla prossima settimana. Di qui ad allora, tre sherpa del centrodestra - il forzista Elio Vito, il ccd Carlo Giovanardi e Domenico Nania di An - hanno avuto l' incarico di mettere nero su bianco una proposta di riforma elettorale ispirata al patto di casa Letta, incentrata su tre punti chiave: doppio turno di coalizione, premio di maggioranza, clausola anti-ribaltone. Un'ultima chance di dialogo da offrire alla maggioranza di governo (con la condizione, naturalmente, che la riposta arrivi prima della pronuncia della Consulta sull'ammissibilità del referendum Segni-Di Pietro), prima di sancire solennemente l'impossibilità di qualsiasi trattativa e imboccare con decisione la via del referendum maggioritario, così come chiede il leader di An. Alla praticabilità di questa strada, però, il Cavaliere sembra il solo a crederci davvero. Fini e Casini sono ben più scettici, ma tant'è. La decisione di non decidere è arrivata ieri dopo tre ore di riunione in via del Plebiscito. Con un Berlusconi ancora galvanizzato dal successo della manifestazione di sabato scorso. "Questo è un governo politicamente illegittimo", ha ripetuto agli alleati, "nei nostri elettori l'indignazione è fortissima. La rottura sulla Bicamerale ci ha fatto guadagnare almeno 10 punti nei sondaggi. Non possiamo ripresentarci come degli inciucisti, la gente non capirebbe". Di qui, il muro calato dal leader del Polo su ogni ipotesi di ripresa di dialogo costituente. "Ormai lo spazio per riparlare di riforme istituzionali è sottile come la lama di un coltello", ammette a malincuore il portavoce ccd Marco Follini. "Non c'è la possibilità di rivitalizzare lo spirito costituente", conferma Fini, ribadendo la richiesta di assemblea costituente. Ma il dialogo sulla legge elettorale è un altro paio di maniche. A Berlusconi, infatti, l'ipotesi del referendum ancora non riesce ad andar giù. C'è sempre quel masso Di Pietro a rendergliela indigesta. Oltre al fatto che se andasse in porto, il partito unico del Polo sarebbe inevitabile. È anche vero però che al Cavaliere comincia a non dispiacere l'idea - se proprio si deve - di cavalcare il voto popolare, interpretandolo come una sorta di plebiscito anti-D'Alema subito prima delle europee, che in più porterebbe a galla le divisioni del centrosinistra e rilancerebbe in pista Romano Prodi. D'altra parte, Berlusconi non è insensibile alle ragioni anti-referendarie sostenute da alcuni dei suoi più ascoltati consiglieri, da Urbani a Baget Bozzo. "Questo maggioritario ha clamorosamente fallito", denuncia il professore forzista, "molto meglio un proporzionale con sbarramento e premio di maggioranza". Il referendum resta invece l'opzione migliore per An. Tanto che Adolfo Urso ha già pronta una proposta di uninominale secca a un turno (con abolizione, tra l'altro, della quota proporzionale, dello scorporo e obbligo di raccogliere le firme per le candidature nei collegi dei singoli candidati) se il referendum non si dovesse tenere. "Il 100 per cento dei nostri dirigenti è convintamente schierata per il maggioritario", assicura Fini. "Se si riesce quindi a dar vita a una riforma elettorale che rafforzi il maggioritario e conservi il bipolarismo, bene. Il Polo è pronto a discuterne. Se, come credo, i margini sono molto stretti, ben venga il referendum, per spazzare via le tentazioni proporzionaliste che si affacciano. E non mi riferisco a Berlusconi...". All'incontro di ieri, però, si è parlato anche della posizione del Polo in Parlamento durante la Finanziaria, e dell'elezione del nuovo vicepresidente della Camera (il centrodestra potrebbe candidare Antonio Martino o Giuseppe Tatarella). E, naturalmente, pure del voto sulla commissione d'inchiesta su Tangentopoli in calendario per la prossima settimana. "Vogliamo un voto esplicito, chiaro e inequivoco", taglia corto Casini. Ma i leader non si illudono sull'esito di questo voto. Su cui resta, sì, una posizione di bandiera, ma senza insistere a collegare il risultato all'eventuale ripresa del dialogo sulla legge elettorale. Nessun accenno, invece, nel corso del vertice alla clamorosa rottura (per quanto annunciata) di Giorgio Rebuffa con Forza Italia. Il professore ha scritto una durissima lettera aperta a Berlusconi, pubblicata su Liberal. "Forza Italia", scrive tra l'altro Rebuffa, "durante la crisi che ha portato al governo D'Alema ha commesso un suicidio politico, tradendo i suoi elettori". Ieri pomeriggio Rebuffa si trovava ancora nella sua stanza di vicepresidente del gruppo forzista alla Camera. Ma la reazione del partito non si è fatta attendere. Alcuni esponenti locali, fra cui alcuni sindaci liguri, lo hanno deferito ai probiviri con l'accusa di "tradimento" e chiedendo per il professore ribelle l'espulsione immediata da Forza Italia. |