I referendari presentano in
Cassazione 687 mila firme ROMA - "Che giornata! Bellissima, e non solo per noi, ma per l'Italia". Mario Segni esulta, scaricando l'ultimo dei sessantuno scatoloni di firme nei sotterranei della Cassazione. Per l'occasione, il comitato promotore del referendum per l'abolizione della quota proporzionale dalla legge elettorale è schierato al gran completo. Da Segni ad Abete, da Occhetto a Scognamiglio, a Barbera, Urso, Taradash, Bordon, Orlando, Veltri... Ma microfoni e telecamere sono, come al solito, tutti per lui, Antonio Di Pietro. E lui, il senatore dell'Ulivo, si concede volentieri. "Questo referendum è una sana mattarellata politica. E il Parlamento questa volta non tradirà la volontà degli italiani", promette. "Ci saremo qui noi a fare da gendarmi. Per cambiare la testa dei politici, ormai è chiaro che c'è solo una cosa da fare: cambiare le teste". Se dovesse vincere il referendum - gli chiede qualcuno - cosa cambierà per gli italiani? "Se, se, se... "Se" non esiste", risponde secco l'ex pm. "Se avessi dovuto fare tutte le cose che ho fatto con il "se", starei ancora a pascolare le pecore". Mercoledì prossimo, l'Italia dei valori depositerà in Senato le 350 mila firme raccolte per una proposta di legge d'iniziativa popolare per il doppio turno di collegio. "Perché il referendum", spiega, "serve a demolire, ma noi vogliamo soprattutto costruire". Ma ne ha per tutti, l'ex pm. D'Alema invita al dialogo? "I due poli hanno oggi un'arma in più per dialogare sulle riforme. Una vera e propria autostrada grazie all'indicazione dei cittadini con questo referendum". La giustizia? "Finché c'è questa volontà di delegittimare l'operato dei giudici e di rinnegare l'opera di Mani pulite, non ci deve essere nessun dialogo con chi vuole truffare il paese e lo Stato. Ma che ci azzecca il confronto con chi vuole diventare da inquisito inquisitore?". Personalmente, avverte Di Pietro, sulla commissione d'inchiesta su Tangentopoli, "né io né il pool abbiamo nulla da temere: in ben 356 cause contro di me, è emerso sempre che ho fatto tutto il mio dovere". Resta il fatto che "nemmeno nella repubblica delle banane è permesso a un inquisito diventare giudice del suo inquisitore". E ancora: "Qui non si vuole studiare il fenomeno della corruzione, ma mettere sotto processo chi ha fatto il proprio dovere". Berlusconi non se la prende con tutti i magistrati, ma solo con alcuni, nota un cronista. Risposta: "Berlusconi ce l'ha con chi l'ha inquisito. La colpa non è di quei giudici, ma sua che ha commesso i reati". Di Pietro parla sotto il sole che picchia. Poco più in là, vip e attivisti "semplici" danno una mano a scaricare il furgoncino che ha trasportato le 687 mila firme raccolte in meno di tre mesi, sottolineando con orgoglio: "Abbiamo fatto tutto da soli, i partiti stavolta non c'entrano niente". "Fate spazio a un liberale!", scherza Antonio Martino. "Ah, quanto pesa la democrazia!", ride un altro. E anche Di Pietro, finito di esternare, si carica la sua brava cassa in spalla per la gioia delle tv. Ma nonostante il clima festoso, i referendari polisti non hanno granché voglia di scherzare. Calderisi lancia sguardi torvi verso l'ex pm, e discretamente fa scivolare l'anticipazione di un suo articolo che esce oggi sul Foglio, in cui denuncia "l'appropriazione indebita" del referendum da parte di Di Pietro. "Se il referendum rimarrà monopolio dell'impostazione demagogico-populista e giustizialista di Di Pietro", scrive il parlamentare forzista, "è destinato alla sconfitta". "Andrà a finire", aggiunge Taradash, "che se il referendum passa, avrà vinto Di Pietro. Se perde, avrà perso il maggioritario". Il senatore dell'Ulivo non replica ("oggi è giorno di ringraziamento e basta"). Ma ci pensano i suoi, per tutta risposta, a mettere in giro la voce che il suo movimento, da solo, ha raccolto 550 mila firme. "È vero", ammettono al comitato promotore, "l'Italia dei valori ha raccolto almeno due terzi delle 700 mila firme". Anche il movimento dei sindaci fa sapere di aver contribuito con 50 mila sottoscrizioni. Ma Calderisi non ci sta: "Con tanti tavoli trasversali, come si fa a dire: questa firma è mia, quell'altra è tua? E comunque, quanti ne ha fatti scappare, Di Pietro, nemmeno se l'immagina...". Pizzicotti e battutacce che non riescono a rovinare la festa. I referendari calabresi regalano a Segni un ingombrante cavallo d'argento: "Perché la corsa non è finita", recita la targa. "Se la Corte costituzionale dovesse bocciare anche questo referendum elettorale, sarebbe un vero colpo di Stato", avverte però il leader referendario. Alle sue spalle, un po' divertiti un po' imbarazzati, i due autori del quesito "a prova di Consulta": due studenti milanesi radicali, Emilio Colombo, 28 anni, laureando in Scienze Politiche, e Marco Nardinocchi, 24 anni, 110 e lode alla Bocconi. |