Nuova legge
elettorale, il Polo resta diviso ROMA - Fra trattativa e referendum, il Polo sceglie di non scegliere. E, sulla riforma della legge elettorale, si tiene le due strade aperte e le mani libere. Non sono bastate tre ore di vertice in Via del Plebiscito, il primo ufficiale dalla nascita del governo D'Alema, per sciogliere il dilemma sull'atteggiamento da tenere a proposito di legge elettorale. Se ne riparlerà, e per martedì è stato convocato un altro vertice. Un punto fermo in realtà c'è: allo stato degli atti, per Berlusconi, Fini e Casini non esiste alcuna possibilità di riprendere il dialogo sul complesso delle riforme istituzionali: «Ci è stata chiesta disponibilità a discutere la legge elettorale - scandisce il leader di An -. Noi rispondiamo di sì. Ma solo per quella, perché non c'è la possibilità di rivitalizzare lo spirito costituzionale. Per il Polo ci vuole l'Assemblea costituente». E Berlusconi sarebbe stato netto: i nostri elettori non sopportano inciuci, ci vogliono forza di opposizione, avrebbe detto in sostanza, e trattare sulle riforme finirebbe soltanto per rafforzare D'Alema. Quello che si può fare, dunque, è solo un tentativo per una nuova legge elettorale. Se fosse impossibile, si sosterrebbe il referendum Segni-Di Pietro, molto gradito a Fini, accettato da Casini, ma appena tollerato da Berlusconi. La lingua che parlano i tre leader del Polo è dunque la stessa. Ma cambiano, e parecchio, i dialetti. Fini e Casini sono molto scettici sull'ipotesi che si possa raggiungere un accordo tra Polo e centro-sinistra, e vedono già all'orizzonte il referendum come cavallo da montare in chiave anti-governativa. Berlusconi non gradisce invece affiancarsi a Di Pietro in una battaglia che, anche nel merito, non lo vede convinto. E vuol tentare la strada dell'accordo: «Se si fa la legge elettorale, poi si va a votare», sostiene e spera. Alla fine, la parola d'ordine la illustra Fini: «Se si riesce a dar vita in Parlamento a una legge elettorale che rafforzi il maggioritario e consolidi il bipolarismo, il Polo è disponibile a discutere». Se invece, aggiunge, «come io credo, i margini sono troppo stretti, allora ben venga il referendum che consentirà agli elettori di spazzar via quelle tentazioni proporzionaliste che appaiono». Ma a chi si riferisce Fini? Lui nega di avercela con Berlusconi «o con altri in particolare», ma è un fatto che un uomo molto vicino al Cavaliere, Giuliano Urbani, parli esplicitamente della necessità di varare una legge elettorale sul modello tedesco: proporzionale con soglia di sbarramento e premio di maggioranza. In realtà nel vertice Berlusconi, commentando la proposta Urbani, non ha espresso preferenze nette su uno o l'altro modello elettorale, se non quello di bandiera del Polo: il doppio turno di coalizione ideato in casa Letta. Sulla base di questo modello stanno lavorando Vito (Fi), Nania (An) e Giovanardi (Ccd) per mettere a punto una proposta che tenga conto del contenuto del referendum e che contenga norme anti-ribaltone e anti-brogli. Ma i tre sherpa del Polo stanno anche studiando l'impatto pratico di altre soluzioni, compreso il «modello-Urbani», gradito a molti in Forza Italia. Si va avanti a tentoni, nella consapevolezza che i tempi per decidere se esiste o meno un accordo sulla legge elettorale sono ristretti (la Corte costituzionale si esprimerà sulla legittimità del referendum a gennaio). Difficile dunque che un possibile, prossimo incontro con il ministro delle Riforme Giuliano Amato (che ieri ha iniziato i suoi contatti informali con le forze politiche vedendo il capogruppo leghista Domenico Comino) possa essere chiarificatore. Per il resto, nel vertice del centro-destra si è discusso di Finanziaria, e si è deciso di non fare ostruzionismo contro il provvedimento, per evitare che si possa finire all'esercizio provvisorio. Ribadita dai tre leader anche l'intenzione di dare battaglia sulla commissione per Tangentopoli, che va in aula il 4 novembre, pur avvertendo che non sarà propedeutica a un eventuale dialogo sulle riforme e pur sapendo che le possibilità che passi sono pressoché nulle. Infine una decisione, questa sì, è stata presa: i tre gruppi parlamentari del Polo (Fi, An, Ccd) aggiungeranno alla loro denominazione quella, unitaria, di «Polo delle Libertà». |
«La vecchia Dc
contro il referendum» ROMA - Giorni di inquietudine e speranza per i promotori del referendum sull'abolizione della quota proporzionale. A generare la prima sono le possibili convergenze su ipotesi di riforma del sistema elettorale tra formazioni antimaggioritarie o fra segmenti di partiti. Causa dell'ottimismo è invece la sensazione che qualcosa si sia messo in moto, che più protagonisti della politica italiana potranno essere costretti a cercare, sull'argomento, una collocazione diversa da prima e che altre adesioni si aggiungeranno a quella di Romano Prodi. «Il problema non è affannarsi a trovare leggi che blocchino quei cattivelli dei referendari, ma è dare la parola ai cittadini. Non comprendiamo questo affanno per il quale il referendum lo si debba evitare», dice Mario Segni. Da quando è nata la nuova maggioranza che affianca al centro-sinistra l'Udr e i Comunisti italiani, il timore di un raccordo tra varie spinte proporzionaliste è aumentato. Denuncia Antonio Di Pietro: «A non volere il referendum sono Ppi, Udr e Rinnovamento italiano. Traduco? È il partito della Democrazia cristiana che ha detto "no"». Senza fornire dettagli, Achille Occhetto sostiene che «certe segreterie si sono già mosse per influenzare la Corte costituzionale». Nel fronte referendario si mescolano preoccupazioni di varia natura: dalla paura di veder disinnescato il potenziale esplosivo della consultazione (attraverso il varo di norme giudicate insufficienti) ai sospetti di abbracci soffocanti in arrivo. «Ricordiamoci: a un referendum alcuni dicono "sì" per poi acquisire il diritto di interpretare dopo», è il promemoria che Pietro Scoppola ha rivolto agli altri componenti del comitato promotore. Quando parlava di interpretazione, lo storico cattolico si riferiva ai vari modi nei quali potrebbe essere colmato il vuoto legislativo che si determinerebbe in caso di abrogazione delle parti di legge sottoposte al giudizio degli elettori. Il principale tra gli esami in calendario resta per il momento la pronuncia della Corte costituzionale sulla ammissibilità del quesito sulla quota proporzionale per l'elezione del 25 per cento dei deputati. «L'esercito referendario si allarga, si raffor- za - afferma Segni -. Silvio Berlusconi è incerto, però Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini sono schierati», constata compiaciuto. Francesco Cossiga è uno dei firmatari della richiesta di referendum, e tuttavia la formazione politica dell'ex capo dello Stato è una di quelle a più alto tasso proporzionalista. Probabilmente l'incertezza del presidente di Forza Italia deriva da un dubbio su due strategie: impugnare la bandiera referendaria come cuneo per dividere la coalizione di governo o rilanciare un modello basato sul criterio proporzionale, con premio di maggioranza, per formare nelle Camere un fronte alternativo imperniato su ex democristiani e comunisti di diversa collocazione. «Si sta realizzando una convergenza che può andare da Prodi a Berlusconi», sosteneva ieri Giuseppe Calderisi. «Oh, mò andiamoci piano», ha obiettato Di Pietro a chi gli domandava se in qualche prossima manifestazione si potranno vedere mano nella mano il presidente di Forza Italia e l'ex magistrato di Mani pulite. In attesa degli sviluppi, il comitato promotore ha chiesto di essere ricevuto da Oscar Luigi Scalfaro e dal ministro per le Riforme istituzionali Giuliano Amato. L'appuntamento al Quirinale è fissato al 3 dicembre. R.R. |