RCS on Line - Corriere della Sera

Giovedì, 29 ottobre 1998


IL PUNTO
Più forte il fronte referendario, più incerta la legge elettorale

di Stefano Folli

L'Ulivo risorge a Bologna come partito trasversale riunito intorno a Romano Prodi. Un partito che collega segmenti e frustrazioni del primitivo movimento ulivista, saldandoli al fronte referendario di Di Pietro, Occhetto e Segni. Qualcosa di assai diverso rispetto all'Ulivo che abbiamo conosciuto nei due anni del governo Prodi. Ma proprio per questo la carica destabilizzante del fronte ulivistico-referendario è rilevante. Tanto più che il premier defenestrato non esita a indicare la «discontinuità» del governo D'Alema rispetto ai due anni e mezzo del precedente esecutivo.

Dire «discontinuità» significa insinuare, tra le righe ma non tanto, l'illegittimità politica del nuovo governo rispetto al patto con gli elettori sottoscritto il 21 aprile '96. Di fatto si tratta di una sfida ai nuovi equilibri appena benedetti dal voto del Parlamento. Per la prima volta s'intravedono i contorni di un progetto alternativo alla «normalizzazione» indicata da D'Alema. Un progetto che tende ad agganciarsi a due scadenze prossime venture: i referendum elettorali di primavera, volti ad abolire la quota proporzionale, e le elezioni europee di giugno. Per le quali Prodi promette, fra l'entusiasmo dei suoi seguaci, una lista comune dell'Ulivo.

Quanto peserà l'appello bolognese su di un quadro politico la cui solidità resta da verificare? A giudicare dallo sconquasso di ieri sera, con l'Udr che minaccia di uscire (o quasi) dalla maggioranza perché non soddisfatta di come son state divise le presidenze di commissione, si dovrebbe concludere che tutti stanno lavorando per i referendari vecchi e nuovi. Di certo il passo di Prodi rappresenta un elemento di disturbo in più per il presidente del Consiglio.

Soprattutto perché l'operazione non punta a mettere in piedi l'ennesimo piccolo partito, come mostra di credere D'Alema. Se così fosse, l'insidia non sarebbe seria. In realtà il presidente del Consiglio è il primo a sapere che l'ipotesi su cui lavorano Prodi e Di Pietro, separati ma convergenti, è un'altra.

Si punta a usare il referendum elettorale come un grande grimaldello contro la cosiddetta «restaurazione partitocratica». Poi, sull'onda di un plausibile successo referendario, si imposterà la svolta ulivistica nel voto europeo. Non un partito, quindi, bensì un movimento che fa capo a Prodi, la cui spina dorsale è Di Pietro e che tende a inserirsi nelle fragilità e nelle contraddizioni di entrambi i poli. Bloccando in primo luogo la spinta verso una riforma elettorale che preceda il voto referendario.

Di qui il problema della maggioranza. Come dice il senatore Passigli, «guai ad aspettare il referendum». Ma è verosimile immaginare un accordo nei prossimi due o tre mesi, prima della pronuncia della Consulta (peraltro tuttora dubbia)? Al momento D'Alema e il ministro Amato possono contare sulla sponda di Umberto Bossi, visto che la Lega non rifiuta il doppio turno di collegio alla francese. E forse su Cossiga. Ma il resto dello spettro parlamentare è frastagliato e confuso. Chi accetta il sistema francese, anche a destra, lo vuole legato all'elezione diretta del capo dello Stato. Chi lo rifiuta non è compatto sulla proposta alternativa. E non c'è solo il fatto che i proporzionalisti, come dice Augusto Barbera, sono ovunque. Il vero problema nasce dalla spinta referendaria che sta crescendo.

Da solo Prodi è un ex presidente del Consiglio senza troppi amici anche tra i Popolari. Insieme a Di Pietro e ad altri (compreso qualche sindaco) acquista nuova vita. Certo, come suggerisce Giancarlo Lombardi, la campagna referendaria e ulivista può costargli la presidenza della commissione europea. Ma intanto la forza del fronte trasversale è in grado di impedire al Parlamento di varare una nuova legge prima del voto popolare. Poi si vedrà.

Del resto, la spinta verso i referendum si accentua anche a destra, dentro Alleanza Nazionale e anche nel Ccd di Casini. Forza Italia è su posizioni diverse, ma Berlusconi è cauto e non si preclude alcuno scenario. Vuole impegnarsi solo se vede una luce. Non gradisce l'elezione diretta del capo dello Stato, complemento logico del doppio turno francese, e non vuole rinunciare al vecchio patto che dovrebbe favorire le coalizioni. Ma così facendo rischia di lasciare l'iniziativa ai suoi interlocutori e avversari. In primo luogo a Cossiga.


Prodi: lista unica dell'Ulivo alle europee
L'ex premier denuncia «una pregiudiziale antiulivista».
Di Pietro: finalmente ha battuto un colpo. E Occhetto: ci sono e sto con loro.
Ma D'Alema frena: attenti, così rischiate di produrre un nuovo piccolo partito

di Paola Di Caro

ROMA - Ieri mattina ha preso l'aereo: destinazione Egitto, obiettivo vacanze. Ma, metaforicamente parlando, Romano Prodi in realtà è risalito sul pullman, con un obiettivo ambizioso che è anche una sfida: rilanciare l'Ulivo. Passando per due momenti essenziali: il sostegno al referendum anti-proporzionale e la presentazione di una lista unica ulivista alle elezioni europee. Un programma che fa esultare il mondo referendario, da Di Pietro a Occhetto. Ma che fa insorgere Massimo D'Alema, il quale avverte: «Se l'Ulivo diventa una bandiera contro il sistema dei partiti, andrà a finire che produrrà solo un altro partito, altra frammentazione. E io temo questa eventualità».

L'improvvisa accelerazione nello scontro tra ulivisti «puri» e sostenitori di un nuovo assetto del centro-sinistra comincia martedì notte, quando Prodi nella sua Bologna tiene un discorso accorato a un'assemblea di ulivisti. «Dobbiamo tentare tutte le strade perché la pregiudiziale antiulivista che è all'origine del mio rifiuto di guidare un nuovo governo sia combattuta e sconfitta» dice e insieme denuncia l'ex premier. Come? «Di fronte alle spinte che puntano a dividerci inchiodandoci alle nostre provenienze con la scusa della normalità europea - spiega -, la presentazione alle Europee in una unica lista dell'Ulivo è diventata una necessità». Perché, secondo l'ex premier, «solo presentandoci tutti assieme con lo stesso segno possiamo dare prova che il disegno di chi ci vuole per ora all'interno della stessa maggioranza di governo distinti tra centro e sinistra e poi contrapposti, è un disegno che ogni componente dell'Ulivo e tutto l'Ulivo rifiuta radicalmente».

Prodi non ce l'ha solo con Cossiga, si capisce. E infatti suonano pesanti le sue parole quando nota che «mentre il governo D'Alema raccoglie il testimone dell'azione nel segno di una continuità programmatica», non sarebbe onesto tacere che si vedono «nel modo in cui si è risolta la crisi i rischi di una discontinuità politica se non addirittura di una discontinuità ideale con la stagione dell'Ulivo». Rispetto a questa sorta di «tradimento», Prodi incita i suoi a battersi, sostenendo il referendum, per evitare che «le divisioni partitiche e la logica proporzionale» tornino a prevalere. Insomma «indietro non si torna».

A raccogliere l'invito arrivano in tanti, primo fra tutti Antonio Di Pietro: «Prodi ha battuto un colpo - si rallegra -. Ha detto sì alla proposta che era mia di presentare alle elezioni europee la lista unica dell'Ulivo». E aggiunge, inorgoglito: «Nel territorio non è passata l'idea che non c'è più l'Ulivo, anzi. Prodi è d'accordo con la mia proposta, ora vorrei sentire gli altri...». Tra gli «altri», si leva forte la voce di Achille Occhetto: «Sono un tesserato dell'Ulivo, coerente con le mie posizioni. Raccolgo l'appello di Prodi e Di Pietro. Ci sono e ci sto», assicura.

Chi non ci sta è invece Massimo D'Alema, che davanti ai suoi riuniti per il passaggio di consegne con Veltroni alla segreteria dei Ds relica a Prodi. Lo fa dicendo di comprendere la sua «amarezza personale». Lo fa rassicurandolo: «A lui vorrei dire che il progetto dell'Ulivo continua e ritengo che il premier designato dall'Ulivo è giusto che venga chiamato a discutere davanti al coordinamento dell'Ulivo, che non è stato affatto sciolto». E lo fa ancor più chiaramente quando risponde alle sollecitazioni di Di Pietro, citandolo, ma lasciando in chi lo ascolta la sensazione che in realtà si stia rivolgendo a Prodi più che all'ex pm: «Vedo il pericolo - dice D'Alema - di una contrapposizione tra l'Ulivo movimento e l'Ulivo coalizione, non tra l'Ulivo e i partiti, che sono parte prevalente dello stesso. Sarebbe - sottolinea - un fatto molto negativo, che porterebbe ad una ulteriore frantumazione». Perché, scandisce D'Alema «se l'Ulivo diventa la bandiera di un movimento contro i partiti produrrà, a sua volta, un nuovo e credo piccolo partito e cesserà di essere un progetto». Costituirà insomma solo «un fenomeno già visto, che tende a ripetersi».


Legge elettorale, l'apertura della Lega
Doppio turno di collegio: Carroccio possibilista. Cossiga più vicino al premier
e a Di Pietro. Ppi contrario. Il centrodestra si divide. Fini prende tempo.
E Calderisi, di Forza Italia: nel partito siamo a Babele

di Gianna Fregonara

ROMA - Il doppio turno che piace a Massimo D'Alema? Ha successo in Padania, visto che il giornale leghista ne fa la sua bandiera. E' ufficialmente la proposta di Francesco Cossiga che l'ha tradotta in un disegno di legge presentato al Senato. Accontenta Antonio Di Pietro: «E' anche la mia proposta». Ma nella maggioranza è «indigesto come il cavolfiore per i gatti», secondo i verdi. «E' un'ipotesi che contrasteremo», giurano i popolari. Mentre per Armando Cossutta è inesistente: «Si deve ripartire dall'accordo di Casa Letta, cioè dal doppio turno di coalizione».

Nel Polo le cose non vanno meglio, in attesa delle decisioni di Berlusconi: oggi ci sarà un vertice dei tre segretari. «Siamo a Babele - protesta Peppino Calderisi, vicecapogruppo di Forza Italia -. Nel partito ci sono indecisioni tra chi è tentato dal ritorno al proporzionale, con il sistema tedesco, e chi vorrebbe il doppio turno di coalizione. La nostra bandiera invece dovrebbe diventare il referendum Di Pietro-Segni. Ma Berlusconi ha paura di qualsiasi modifica perché teme di perdere il posto di leader e di candidato del Polo a Palazzo Chigi». Il Cavaliere ripete: «Se non si farà la legge subito, c'è sempre il referendum». Gli unici a chiedere apertamente il sistema tedesco sono i rifondatori di Bertinotti. Parte l'ultimo treno per la riforma elettorale, prima della decisione della Corte Costituzionale, prevista per gennaio, sul referendum per la trasformazione dell'attuale sistema, il Mattarellum, in un sistema tutto maggioritario, voluto da Antonio Di Pietro e Mario Segni. D'Alema è salito per primo proponendo un «grande accordo» ma annunciando che il patto di Casa Letta non esiste più, dopo la fine della Bicamerale, e che la sua preferenza è per il doppio turno di collegio, nel sistema studiato da Giovanni Sartori (sbarramento al 7 per cento o accesso al ballottaggio per i primi 4).

Non dice no Gianfranco Fini che però chiede tempo: «E' una delle ipotesi, ma prima il referendum». E con Domenico Fisichella propone che oltre alla legge elettorale si discuta di semi-presidenzialismo. D'Alema però vorrebbe anticipare i tempi, senza aspettare il referendum. «Ci sono ancora tentazioni proporzionaliste molto forti», teme il costituzionalista diessino Augusto Barbera. «Eppoi il referendum - spiega il senatore ds Stefano Passigli - modificando la legge attuale, ci ancorerebbe al turno unico. Quindi è pericoloso attendere per fare il doppio turno». Cossiga è d'accordo, ma nel Polo sono in molti a temere che il suo ultimo scopo sia il sabotaggio.

Mentre si moltiplicano i messaggi per riaprire il dialogo - il segretario in pectore dei Ds Walter Veltroni lancia una proposta di riforma antiribaltone per le Regioni - la commissione Affari costituzionali ha messo all'ordine del giorno i disegni di legge per la revisione della legge elettorale: sono otto. Berlusconi, finita la fase della protesta in piazza, sta studiando con Urbani ed Elio Vito una soluzione da proporre a D'Alema. Mentre Popolari e verdi stanno lavorando per trovare una mediazione sul turno unico. A D'Alema non piace: «Eccita la logica del ricatto, una logica perversa aggravata dalla legge sul finanziamento dei partiti». Il presidente del consiglio intanto lancia messaggi distensivi alla Lega: «Non è giusto fare una legge per punirla».

Intanto D'Alema si è dimesso dalla presidenza della Bicamerale: la fine della commissione? Più d'uno ritiene che una successione da parte di un parlamentare del Polo potrebbe servire a riaprire il dialogo. Berlusconi ci sta pensando. Ma Urbani aggiunge: «Se il clima resta quello della rissa non cambia nulla».


AZZURRI DIVISI
E sul referendum Di Pietro apre a Berlusconi

di Roberto Delera

MILANO - A sorpresa Di Pietro chiama Berlusconi: «Stai con noi: appoggia il referendum». E il Cavaliere? Per ora tace. Ma in Forza Italia le reazioni sono diverse. Se Pisanu infatti ritiene che il leader azzurro abbia di fatto già detto di sì, Urbani promette di dare vita a un comitato per il «no». Ma ecco le parole del senatore del Mugello destinate a scompaginare gli equilibri politici proprio mentre D'Alema rilancia il dibattito sulla riforma della legge elettorale. «Credo che Forza Italia - dice Di Pietro in una intervista a "liberal" - debba fare una scelta precisa che, all'interno del Polo, altri hanno già fatto. An e una parte del Ccd hanno capito che il referendum è il punto di riferimento, mentre Berlusconi non ha sciolto completamente il dubbio. E ho paura che non lo stia sciogliendo soprattutto per un problema nei miei confronti».

Ed ecco l'appello al leader azzurro: «La mia strada e quella di Berlusconi divergeranno irreversibilmente, ma ferite nei rapporti personali non dovrebbero investire la politica». L'analisi politica con la quale Di Pietro puntella la sua richiesta di scesa in campo aperto al presidente azzurro è questa: «Il bipolarismo è stato ferito a morte perché è stato ucciso l'Ulivo e quindi anche l'altro polo. Il referendum ci dà la possibilità di sapere una volta per tutte dai cittadini se vogliono che il sistema politico sia gestito dai partiti, come in questa fase che assomiglia a una restaurazione, o si debba rilanciare il maggioritario».

Un'analisi che non risparmia battute feroci sull'attuale passaggio politico. Anzi, l'ex pm la chiude proprio con una bocciatura senza appelli alla maggioranza: «Il referendum non è più un fatto tecnico, non è più solo il cambiamento della legge elettorale, ma è un fatto politico. È la risposta alla maggioranza parlamentare che si è costituita». Parole che sembrano echeggiare quelle pronunciate da Romano Prodi mercoledì sera a un'assemblea del movimento dell'Ulivo: «Riprendiamo il cammino appoggiando il referendum».

Per ora il Cavaliere tace. Ma da Forza Italia arrivano subito le prime risposte. Quella di Lucio Colletti, professore azzurro, è decisamente negativa: «Berlusconi segua il suo istinto e giri alla larga dal referendum: sarà un referendum pro o contro Di Pietro». Altro no viene da Giuliano Urbani: «L'iniziativa può essere utile come spada di Damocle sulle forze politiche. Ma se il Polo scegliesse questa strada mi dovrebbe lasciare la libertà di creare un comitato per il no». Per Enrico La Loggia sarebbe meglio lavorare per una legge organica: «Il referendum rappresenterebbe l'ultima spiaggia». Un «quasi sì» viene da Beppe Pisanu: «Non bisogna ripetersi ogni giorno: Berlusconi lo ha già detto, o si fa una buona legge elettorale o si dovranno fare i conti col referendum». Un sì viene invece da Beppe Calderisi: «È sufficiente che Berlusconi dia seguito al programma presentato agli elettori: al primo punto c'è il completamento del sistema maggioritario». Ma forse il più convinto sì viene da Franco Frattini, che ha promesso a Segni di adoperarsi per il successo dell'iniziativa. An è decisamente schierata sulle posizioni referendarie. Gianfranco Fini e Domenico Fisichella lo considerano «prioritario». Meno calorosa è l'adesione dei ccd. Francesco D'Onofrio, per esempio, non esclude l'appoggio al referendum perché «il Ccd deve essere alla testa della ripresa del dibattito istituzionale». Oggi primo vertice del Polo dopo la nascita del governo D'Alema.

 

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